Libia e migranti: la proposta italiana, il tema hotspost e la realtà del Sahel

Libia

Libia, Niger e non solo. Dopo tanti annunci, soprattutto da parte dei Matteo Salvini, domenica 24 giugno, l’Italia ha presentato il suo piano per ‘superare’ gli accordi di Dublino. A farlo è stato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al mini-summit sull’immigrazione organizzato su proposta di Angela Merkel e considerato un ‘incontro informale sulla strada del prossimo Consiglio Europeo’.

10 punti raccolti sotto i titolo “European Multilevel Strategy for Migration“, definita dallo stesso Presidente del Consiglio “un nuovo paradigma” per fronteggiare l’immigrazione. Due i temi centrali. Sul piano formale, considerare le frontiere dei paesi di ‘primo ingresso’ come ‘confini europei’ ed in questo modo cercare il coinvolgimento del resto d’Europa. Il secondo, più pratico, richiede l’istituzione di centri di ‘controllo’ direttamente in Nord-Africa, ovvero il contrario della bozza franco-spagnola che vorrebbe tali ‘hotspot’ sul territorio europeo.

Proprio da Parigi e Madrid sono arrivate le prime critiche, soprattutto dalla Francia, con Macron che ha sottolineato il ‘NO’ francese a centri di riconoscimento/identificazione esterni ai confini europei. Il problema, ha chiosato, sarebbe il rispetto dei diritti umani dei richiedenti asilo, cosa che sarebbe possibile garantire in Europa, ma molto meno in Africa.

Ma cosa dice nello specifico la proposta italiana?


I 10 punti, riassunti

Al centro del piano italiano, come aveva già annunciato il Presidente Conte a Macron durante il recente bilaterale, ci sarebbero gli hotspots, “centri di protezione internazionale” da istituire Paesi di transito, ovvero Libia e Niger. Sparito ogni riferimento ai ‘Paesi d’origine’. Tali centri, continua la proposta, sarebbero gestiti dalla UE (mediante il rifinanziamento del fondo UE-Africa) in cooperazione con l’alto commissariato ONU per i rifugiati (UNCHR) e l’Organizzazione Mondiali per le Migrazioni (OIM).

Il loro scopo sarebbe quello di fornire assistenza giuridica ai migranti, valutarne le richieste d’asilo e favorirne i rimpatri volontari (tema caro ai tedeschi, che sul rimpatrio volontario hanno fondato la propria politica). Allo scopo di smaltire efficacemente le richieste d’asilo, l’Italia (ri)propone il sistema delle quote stavolta legato ad “adeguate contromisure finanziare rispetto agli Stati che non si offrono di accogliere rifugiati”. L’idea, già presente nella riforma dl trattato di Dublino e negli accordi provvisori del 2015, sarebbe quella di costringere i Visegrad 4, i paesi che hanno fatto saltare il meccanismo in precedenza, ad accettare i migranti, pena la perdita dei fondi europei.

Sempre nella proposta italiana, il superamento del concetto di ‘paese di primo arrivo’, quello che, secondo Dublino, dovrebbe farsi carico dei richiedenti asilo fino alla conclusione delle procedure di identificazione. Per Roma, bisognerebbe aprire centri di identificazione in ogni paese europeo, in modo da ‘evitare che i migranti si scelgano il paese d’arrivo’ e ridurre i ‘movimenti secondari’ (e venire incontro ai problemi interni di Angela Merkel).

Presente anche il tema degli sbarchi, da contrastare rafforzando, da una pare, le missioni UE (EUNAVFOR MED Sophia e Joint Operation Themis) e supportando, dall’altra, la Guardia Costiera Libica.


Il ‘nuovo’ paradigma

Nei fatti, come ha sottolineato immediatamente Macron ripreso dal radicale David Carretta, il sistema della quote e della cooperazione con il Nord-Africa erano già parte della riforma dei trattati di Dublino in discussione dal 2015. A grandi linee, infatti, il piano italiano riprende gran parte della riforma del Trattato di Dublino bocciata dallo stesso governo ad inizio giugno, sostituendo il concetto di hotspots interni all’Unione con quelli esterni alla stessa. Una proposta che piace ad Orban ed era già presente nelle proposte italiane redatte dai governi di centrosinistra e già, in parte, messa in atto nel cosiddetto ‘Piano Minniti’.

Il cambio vero cambio di paradigma non sarebbe negli hotspots, ma nella definizione di ‘aventi diritto’ all’asilo, su cui si gioca la questione che pare stare a cuore ad ogni governo europeo: i numeri. Nel punto 4, il piano italiano sostiene come solo il 7% dei migranti verso l’Europa sarebbero ‘veri rifugiati’. Gli altri, rientrerebbero nella definizione di ‘migranti economici’ e come tale, se clandestini, da rimpatriare.

Il dato, però, contrasta con quelli ufficiali dell’UNCHR che mostrano come, nel 2018, ben il 22% degli arrivi sarebbe dalla Siria (paese in guerra), seguito da Iraq (paese ancora in crisi umanitaria) ed altri paesi, fra cui Afghanistan e Mali, entrambi ancora in stato di conflitto. Non solo, secondo i dati del Viminale l’Italia avrebbe concesso nel 2017, lo status di rifugiato all’8% dei migranti arrivati, la protezione sussidiaria (elevato rischio personale al rientro in patria) ad un altro 8% e il permesso umanitario al 25% degli arrivi. In totale, il 41% dei migranti arrivati nel 2017 avrebbe il diritto a rimanere in Italia, non il 7.

Sempre i dati del Ministero dell’Interno confermano la medesima situazione nel primo semestre del 2018.

Il governo italiano non ha fatto nessuna dichiarazione esplicativa a proposito. Rimane quindi in sospeso se quel 7% sia stato inserito per motivi propagandistici interni o con l’intenzioni di limitare lo status di rifugiati ad un ristretto numero di situazioni specifiche.


Il problema hotspots

Al di là delle dichiarazioni (la bozza contiene, inoltre, riferimenti ai trafficanti e a “coloro che alimentano false speranze nei migranti”), il fulcro della proposta italiana sono gli ‘hotspots’. Il concetto è quello di creare dei centri che alleggeriscano la pressione sulle aree costiere del sud-Italia: una versione in grande, e a co-gestione europea di quanto proposto dall’ex-Ministro dell’Interno Marco Minniti.

Sulla carta un concetto vincente, ma che ha suscitato l’opposizione di Emmanuel Macron e Pedro Sanchez. Costruire centri in Africa non solo è difficile (se non impossibile creazione in quanto stati sovrani), ma lo stesso controllo dei diritti umani sarebbe difficile. In paesi dove la Stampa ha ancora un ruolo, e l’elettorato di riferimento è quello di centro/centro-sinistra/sinistra, né il Governo francese che quello spagnolo possono permettersi di rischiare sul tema dei diritti.

I riferimenti alle condizioni in cui i migranti vengono trattati nei centri libici sono infatti molti. Oltre ai filmati della CNN, ci sono le denunce diAmnesty International:

“Queste persone sono state trattenute in drammatiche condizioni di sovraffollamento, senza accesso a cure mediche e a un’adeguata alimentazione ed erano sistematicamente sottoposte a tortura e ad altri maltrattamenti, compresa la violenza sessuale, duri pestaggi ed estorsioni”

Stesso tenore i report che arrivano, ancora, dall’UNCHR e che riportano che oltre 52.000 richiedenti asilo (non libici) registrati nei campi, ci sarebbero nel paese oltre 600.000 persone che necessitano aiuto come conseguenze della Guerra civile libica.


“Missione Libia”

Diverso sembra essere la posizione italiana con il Governo che spinge per spostare il problema il più lontano possibile dalle coste siciliane. Incontrandosi con il vice-Primo Ministro libico (Governo di Tripoli) Ahmed Maiteeq, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha proposto l’idea di creare tali centri in Libia. Incassato il secco ‘no’ del paese nordafricano (tali centri sarebbero vietati dalla costituzione libica, Salvini è ripiegato su ‘centri nel sud del paese’, ovvero in Niger, dove l’Italia è già presente militarmente nell’ambito dell’operazione EUCAP Sahel Niger.

Al di là del ‘no’ di Tripoli, i problemi sono altri. La “Missione Libia”, come l’ha bollata il Ministro sui social media, si scontra con la realtà di un paese che non è, ancora, uno Stato. Il governo di Tripoli, quello riconosciuto ufficialmente dall’Italia, controlla solo la parte occidentale della Libia. La maggior parte è controllata dal governo di Tobruk mentre il Sud, quello da cui transitano i migranti provenienti dall’Africa occidentale è sotto il controllo delle milizie Tuareg.

Anche la ‘Guardia Costiera Libica‘ addestrata dal Governo italiano (un concetto ribadito con orgoglio dal Premier Conte) è più un nome che una vera forza militare. Su di lei, nonostante le dichiarazioni di supporto del Governo italiano, ci sono le ombre della corruzione fino all’accusa di essere, di fatto, ‘scafisti’ pagati per non portare migranti in Europa. Come ha riportato il Guardian ad inizio giugno, infatt:

“L’ONU ha imposto sanzioni per il traffico di esseri umani contro personaggi libici strettamente associati  alla guardia costiera finanziata dell’UE o all’accordo siglato col precedente governo italiano per rallentare le migrazioni”

Se i fatti venissero confermati si tratterebbe di un doppio ricatto. Gli scafisti organizzerebbero il traffico in combutta con la Guardia Costiere Libica che poi interverrebbe per  ‘arginare’ gli arrivi o coordinare i salvataggi ed intascareo i finanziamenti italiani. La Guardia Costiera Libica (se venisse confermato), non le ONG.


Niger, Mali e Sahel

Incassato il ‘no’ della Libia, il Fatto Quotidiano riporta che l’attenzione dell’Italia si sarebbe spostata verso il Niger, mentre lo stesso Ministro Salvini parla del Mali e gli altri paesi del Sahel (Chad e Sudan).

Al di là del fatto che buona parte di questi centri rischierebbe di trovarsi, come peraltro è il ‘sud della Libia’, in mezzo al deserto del Sahara, quindi in terreni pochi ‘ospitali’, i problemi sono soprattutto politici. Come trovare, infatti, un partner politico in una regione in cui sono ancora forti gli scontri con le mille milizie islamiste legate all’ISIS?

Fra i paesi citati, il più papabile rimane il Niger, il quale ha un incredibile bisogno di aiuti internazionali (e vedrebbe di buon occhi i fondi provenienti dai paesi europei) e dove è attualmente presente sia la già citata forza militare europea che una statunitense. Il Mali, invece, risulta ancora diviso in due tronconi con il Nord del paese (dove passano gran parte dei migranti) in mano alla guerriglia Tuareg legata al fondamentalismo islamico.

Situazione molto simile in Chad, dove le milizie pro-ISIS di Boko Haram sono presenti attorno al Lago Chad, al confine con il Niger e la Nigeria.

Trovare un partner per gli hotspots sembra difficile. Trovarlo senza ritrovarsi invischiati nelle mille guerre del continente africano, ancor di più. Soprattutto considerando che le proposte italiane sugli hotspots prevedono meccanismi di sorveglianza gestiti dall’Europa.

Si scrive ‘sicurezza’, si legge missioni militari in Africa. Questo al netto della corruzione (vedi Libia) e dei ricatti (‘soldi o apriamo le porte’ come tuonava Erdogan mesi fa).


Si conclude qui la seconda parte del nostro viaggio attraverso le notizie alterate che aleggiano sulla questione Migranti.

“Migranti” continua nella terza parte in via di preparazione e che si occuperà dell’altro caposaldo populista: l’invasione.

La prima parte: le Fake-News sulle ONG

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

Commenta!

avatar
  Subscribe  
Notificami