Lo stop agli arrivi dalla Libia, come e perché – Afghanistan e Pakistan nell’ultimo discorso di Trump – il Ristretto del 23-8-2017

 La costa di Sabratha, uno dei principali punti di partenza dei migranti dal Nord-Africa all'Italia. Foto:  Das_A  Licenza:  CC 2.0

La costa di Sabratha, uno dei principali punti di partenza dei migranti dal Nord-Africa all’Italia. Foto:  Das_A  Licenza: CC 2.0

La Brigata 48 e la corsa ai finanziamenti italiani per la lotta al traffico dei migranti dalla Libia, l’analisi dello scoop della Reuters – La nuova strategia di Donald Trump per l’Afghanistan, più soldati, meno ricostruzione, e la reazione, indignata, del Pakistan.

Libia, fra milizie e migranti, le ragioni dietro il calo degli arrivi

Ci sarebbe, forse, lo zampino di una milizia autoctona e non solo il cambio di strategia dell’Italia, e dell’Europa, sulla forte riduzione del numero degli arrivi dalla Libia sulle coste italiane del luglio del 2017.

Questo emerge in un reportage esclusivo condotto dalla Reuters, pubblicato il 21 agosto. Secondo i reporter dell’agenzia di stampa, il calo improvviso (57% rispetto a Giugno), confermato anche sui dati del Luglio 2015 e 2016, sarebbe dovuto anche all’azione di una gruppo di miliziani attivi nell’area di Sabratha, un tratto di costa ad ovest della capitale libica centrale, negli ultimi due anni, per la tratta dei migranti.

Secondo le fonti contattate dalla Reuters, il gruppo sarebbe composto da “diverse centinaia di civili, poliziotti ed ex-militari” che agirebbero “a terra, per prevenire la partenza dei migranti verso l’Italia”. Il gruppo, chiamato da alcune fonti “Brigata 48” (denominazione non confermata, ma adottata dai media internazionali), sarebbe comandato da un “ex-boss mafioso” locale, probabilmente attivo precedentemente proprio nella tratta di immigrati, oltre che nel contrabbando.

 Migranti salvati dalla Croce Rossa Internazionale in Italia. Foto:  International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies  Licenza CC 2.0

Migranti salvati dalla Croce Rossa Internazionale in Italia. Foto:  International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies  Licenza CC 2.0

Nonostante la notizia stia rimbalzando su ogni giornale italiano, un portavoce dell’Organizzazione Internazionale per i Migranti (IOM), sostiene che la sedicente “Brigata” avrebbe però poco a che fare con il recente rallentamento negli arrivi. Secondo gli immigrati intervistati dallo IOM, i recenti scontri nell’area di Sabratha, contesa fra i governi di Tobruk e Tripoli, sarebbero la vera causa del fenomeno.

Quale sarebbe, allora, il senso delle azioni di questa milizia? Le fonti della Reuters sottolineano come il gruppo starebbe cercando di accreditarsi presso il governo di Tripoli anche se tale fonte non è stata confermata dal governo. L’obiettivo della sedicente “Brigata 48”, si legge fra le linee del reportage, potrebbe essere quello di ottenere una parte di quei finanziamenti che l’Italia, secondo il piano varato dal Ministro degli Interni Marco Minniti, avrebbe destinato al paese nord-africano.


“Siamo in Afghanistan per ammazzare terroristi”

Con una giravolta di 360 gradi rispetto al suo iniziale scetticismo sull’impegno militare statunitense in Afghanistan, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha presentato agli americani la sua nuova strategia per la risoluzione di un conflitto che ormai continua da 16 anni.

Il piano prevede il mantenimento di un forte contingente militare a stelle e strisce nel paese senza l’indicazione né di una strategia né di un limite temporale per il ritiro, in diretto contrasto con i piani dell’amministrazione Obama, più propensa alla progressiva uscita dalla guerra. Il piano prevede una maggior pressione politica e militare sul vicino Pakistan, accusato dal Presidente di “dare rifugio a quegli stessi terroristi” che gli Stati Uniti fronteggiano in Afghanistan.

Il riferimento sarebbe all’ambigua strategia applicata da Islamabad nei confronti del Waziristan, l’area tribale a confine con l’Afghanistan che funge da rifugio per i Talebani, ed in generale rispetto al terrorismo islamico. In particolare gli Stati Uniti sottolineano come in Pakistan e non in Afghanistan avesse trovato rifugio lo stesso Osama bin-Laden.

“Io risolvo i problemi […] ed alla fine vinceremo [in Afghanistan”

— Donald Trump

Allo scopo di mettere ulteriori pressioni al Pakistan, Trump ha paventato anche il coinvolgimento nel conflitto, o meglio, nella ricostruzione, dell’India, storica “nemesi” del Pakistan.

Oltre agli interventi militari, Trump ha annunciato la sospensione di qualsiasi intervento di “nation building” esterni all’addestramento e armamento delle forze di sicurezza afghane. Per il Presidente, infatti, gli Stati Uniti sarebbero in Afghanistan non per “ricostruire il paese”, ma per “uccidere terroristi”.

Intanto, a Washington ci si chiede quali siano le vere ragioni di quello che lo stesso Presidente ha definito “un cambio di idee” sull’Afghanistan, un conflitto che, nel corso della campagna presidenziale, Trump aveva bollato come “uno spreco di denaro americano” rompendo, fra l’altro, con l’establishment repubblicano.

Per molti, la nuova strategia è stata fatta per placare le polemiche seguite alla mancata condanna delle manifestazioni neo-naziste in Virginia, per cui Trump ha ricevuto forti critiche anche dall’interno del proprio partito. Non a caso, dopo la presentazione, la nuova strategia interventista ha raccolto il plauso di molti repubblicani, fra cui uno dei principali critici del Presidente, il Senatore della Florida ed ex-candidato alla Casa Bianca, Marc Rubio.

Dura la reazione dei democratici e dei media per cui, come esprime POLITICO, gli Stati Uniti avrebbero esaurito le possibili soluzioni per il conflitto.


 Il risultato di un attacco talebano ad una scuola pubblica a Peshawar, in Pakistan. Foto:  Jordi Bernabeu Farrús  Licenza:  CC 2.0

Il risultato di un attacco talebano ad una scuola pubblica a Peshawar, in Pakistan. Foto:  Jordi Bernabeu Farrús  Licenza: CC 2.0

Trump, Afghanistan e la risposta del Pakistan

Si infiamma la polemica fra Washington ed Islamabad riguardo alle accuse del Presidente Trump sul mancato impegno del Pakistan in Afghanistan.

Il Pakistan, sostiene il Ministro degli esteri Khawaja Asif, “non deve diventare il capro espiatorio” per i “fallimenti” degli Stati Uniti a Kabul. I numeri, continua il Ministro, sarebbero lì a dimostrarlo. Dall’inizio del conflitto, il conflitto in Afghanistan sarebbe costato la vita ad oltre 17.000 pakistani, fra sconti al confine e svariati attacchi terroristici condotti dai Talebani nel paese.

Secondo il potente Capo di Stato Maggiore, infatti, il Generale Qamar Javed Bajwa, il governo e le forze armate pakistane avrebbero già “fatto molto” nella lotta al terrorismo e “sono intenzionati a continuare il proprio impegno” non per compiacere il governo USA, ma per il “rispetto degli interessi nazionali” del paese.

Oltre alle proteste ufficiali, il discorso di Trump ha risuonato nell’opinione pubblica pakistana, provocando la reazione delle frange più radicali della galassia islamica presente nel paese. Fra questi l’Imam Sami-ul Haq, direttore di un seminario vicino al movimento dei Talebani , per cui “il governo dovrebbe abbandonare l’alleanza” con gli Stati Uniti, “i veri nemici dell’Islam”.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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