Essere liberali alle europee in Italia: storia di una crisi di nervi

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E’ proprio bello sentirsi liberali in Europa oggi, un po’ meno se ti capita di essere italiano: quindi cosa diamine voto?

Ci sono cose ben peggiori di essere liberali in questo periodo. Almeno a livello europeo. I partiti tradizionali, ovvero Popolari e Socialisti stanno attraversando una fase di travaglio post-ideologico ed in questo specifico constesto il liberalismo politico ed economico nelle sue varie forme, sembra esser passato da posizione “elitaria”, “radical chic” e “accademica, ad avere una sua attratività popolare, anche se spezzettata all’interno di quella che è l’eterogenea galassia del pensiero liberale.


Cercasi liberali disperatamente

Sì, è un bel momento per essere liberali in Europa, peccato che tutto questo non valga in Italia, dove è più un atto di fede che una scelta politica coerente. Essa conferisce l’indubbio onore di sentirsi nominato a sprosposito, indicato come “perfido libbberista”, “amico di Soros”, “vai in Amerika” etc, lasciandoti, allo stesso tempo, privo di una reale rappresentanza politica. Una qualsiasi rappresentanza politica. Il che andrebbe anche bene, perché è difficile che un liberale vero possa essre 100% organico ad un partito o in un singolo politico, essnedo tale filone di pensiero, per sua stessa definizione, anti-ideologico, solo che una cosa è valutare se votare tizio e caio in base a dichiarazioni, programmi e affidabilità, l’altra è non aver altra scelta di essere risucchiati dal “voto utile” o l’incubo del “meno peggio”.

La colpa è anche di chi, spacciandosi per liberale – come i vari Ernesto Galli della Loggia o Pierluigi Battista – si sono trovati a difendeere posizioni populiste – quando anche proto-fasciste – in nome della libertà di parola, abbracciando una versione farlocca di Voltaire – suggerisco di rivedere cosa diceva Pertini – e dimenticandosi di Popper. O di chi, abbindolato dalla “rivoluzione liberale”, si è fatto ingoiare dal peronismo in salsa italica di Silvio Berlusconi. Perché Forza Italia e Berlusconi non sono liberali, almeno che non pensiate – come fanno in molti – che un sincero liberale, fosse anche imprenditore, possa essere contro la libera concorrenza. Quello è solo un fancazzista.

La colpa è anche di una eredità tarda del pentapartitismo in cui, sparite guide come Luigi Einaudi, Ugo La Malfa, supposti liberali e supposti repubblicani si sono accasati all’interno dei diversi neopoulismi. Basti pensare che chi si definisce “erede” del disciolto PLI di Cavour ed Einaudi è in Parlamento (con 3 deputati) eletto nelle liste della Lega-Noi con Salvini: non certo la massima espressione del liberalesimo.

Di isole felice ce ne sono poche, qualche associazione radicale e gruppi extra-parlamentari che sembrano una riedizione centrista della sinistra extra-parlamentare degli anni 70. Solo che lì si inneggiava a Marx e Mao-Tse-Tung, qui si chiacchera di Friedman, Smith, Einaudi, Leoni.



Il mio voto in Italia

Il risultato è che votare liberale, sia esso liberalprogressista, libearliberista, liberal o socialliberale, ora, in Italia, è altamente difficile, anzi, è votare tout-court che è complicato. Ai limiti della crisi di nervi.

L’offerta politica scarseggia ondeggiando, in massima parte, fra populisti di destra e populisti di sinistra, con piccole sacche di resistenza democratiche la cui voce, però, viene sopita dal chiacchericcio assordante dei rispettivi capi popolo. Alcuni sono palesemente invotabili in quanto illiberali, per loro stessa ammissione e mi riferisco, ad il MoVimento 5 Stelle (che per me rimane un partito borderline totalitario), la Lega, Fratelli d’Italia, i vari CasaPound, Forza Nuova, i sovranisti “de sinistra” come quelli di Fassina o il Partito Comunista di Marco Rizzo.

Altri sono invotabili per pudicizia in quanto responsabili primari dello sdoganamento dell’estrema destra e della finanza allegra, come tutta la diaspora forzista. Alti, infine, indugiano nel contendere l’elettorato alle forze illieberali e si inventano programmi fotocopia (quello europeeo del PD rispetto a quello 5 Stelle) o si abbarbicano in posizione ideologiche difficilmente difendibili.

Non me ne vogliano i miei, tanti, amici personali: non posso votare la Sinistra e non solo perché non sono di “sinistrasinistra”, ma perché non posso votare un partito che si propone di trasformare la BCE in un “prestatore di ultima istanza” – ignorando che lo sarebbe già – per contrastare “ab origine il ricatto della speculazione e dello spread”, ergo monetizzare il debito a livello europeo, come se non bastasse il disastro esempio degli anni 70 italiani per capirne l’errore.

Non me ne altresì vogliano gli amici che militano o parteggiano per PD e Europa Verde, ma anche lì avrei molto da discutere su un’offerta politica che ruota di “salario minimo europeo” – anche se parametrato a livello nazionale – senza affrontare la questione fiscale europea: perché un salario non è solo un reddito, ma è anche il cuneo fiscale che ci pesa sopra. Si tratta di un problema reale che si risolve rispettando non a parole, ma rispettando gli impegni del Fiscal Compact e di Maastricht, non agitando la bandierina del “no all’austerity” che contrasta con il dato di fatto che in Italia, di Austerity, si sia visto ben poco.

Non me ne vogliano, infine, i militanti di +Europa, partito degno con dentro persone competenti, ma proprio non posso appoggiare la diarchia Della Vedova/Tabacci: per me sono fra i corresponsabili del torbido stato in cui si trova il liberalismo italiano.


Il mio voto in Europa

Se fosse possibile votare i partiti di altri paesi, saprei con certezza cosa votare, almeno in 10-15 paesi sui 28 dell’Unione Europea. Godendomi una passeggiata per Brick Lane potrei  votare i LibDem britannici, oppure attraversare la Manica e appoggiare i candidati di Mouvement radical, social et libéral all’interno delle liste di Reinassance, in Francia. A Berlino, la mia scelta ricadrebbe sulle posizioni liberal dei Die Gruenen, decisamente più invitanti di quelle “classiche” della FDP.

In Olanda avrei dato il mio voto alle liste dei D66, pur ritenendo il laburista Frans Timmermans uno dei migliori eurocommissari dell’ultima legislatura europea ed un degno Spitzenkandidat alla Presidenza della Commissione. In Danimarca il mio voto sarebbe caduto senza alcun dubbio su Radikale Venstre, mentre in Belgio, perso fra la pleteora di sigle regionali del paese, sarei andato verso i verdi di Ecolo. I popolari di Fine Gael sarebbero stata la mia scelta in Irlanda mentre in Spagna, probabilmente, mi sarei astenuto per via dei dubbi sulla gestione di Ciudadanos da parte di Rivera e in attesa il vero programma di governo del PSOE di Sanchez.

Dite che sono confuso? Pensate che in Portogallo avrei votato il Partido Socialista di Antonio Costa mentre in Austria sarei andato verso il forum liberale di NEOS: esser liberali è, per me, infatti, leggere i programmi, discernerli e contestualizzarli in maniera pragmatica nel contesto nazionale dei singoli paesi.

Questo è il vero fondamento della mia attività di blogger giornalistico come del mio pensiero politico per cui ritengo che un paese possa essere governato solo da politici pragmatici che non illudono l’elettorato con promesse roboanti, ma siano capaci di argomentare e provare le proprie idee. Siamo tutti capaci di urlare “più lavoro”, “meno tasse”, “più investimenti”, “più sicurezza sociale”, ma il mio voto non lo ottieni se riesci a spiegarmi realisticamente come raggiungere questi obiettivi.

Per questo, se avete letto la serie Game of Europe, avrete certamente percepito un certo apprezzamento per il pragmatismo di Marghrete Vestager.



Essendo un pragmatico – fatemene una colpa se volete – ritengo che un governo ideale non sia un monocolore illuminato di un “grande partito popolare” – fosse anche guidato da Adam Smith in persona – come professano da sempre i Popolari Europei, ma una coalizione concreta fra forze progressiste, fossero anche socialiste, e liberali in cui istante sociali e istanze liberali permettano soluzioni di compromesso i cui benefici tocchino la maggior parte dellla popolazione.

Quind che voto?

Di fronte ad un tale panorama italiano assolutamente povero e pur rifiutandomi (ho 39 anni, voto da 21 e ho sempre dovuto votare contro) il voto utile “strategico”, non mi rimarrebbe che votare tappandomi il naso e guardando solo all’ottica europea, confidando nella più che probabile alleanza progressista fra S&D e Reinassance. Oppure potrei ricordarmi che esistono modi di esprimere il proprio dissenso in maniera altrettanto democratica, attivamente o passivamente, forte che nessuno potrebbe mai imputarmi di “infischiarmene” della situazione politica di questo paese, visto come sfrutto il mio tempo libero qui sul Caffè e l’Opinione.

Quindi cosa farò senza farmi prendere da una crisi di nervi?

Ma sì, ho deciso, voto…

 

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