Pensioni: salvate la Legge Fornero per evitare il furto generazionale

pensioni, Legge Fornero, fornero, elsa fornero, landini, governo, riforma, riforma pensioni, spesa previdenziale, quota 100

Superare la Legge Fornero tagliando l’età pensionabile è iniquo e profondamente sbagliato, nonostante quello che dicono Landini e sindacati.

Come dimostra la Franica, riformare il sistema previdenziale è il Santo Graal della politica, l’immensa impresa su cui si impantanano governi e si chiudono carriere politiche.

Perché le pensioni sono una poderosa macchina acchiappa-consenso per i partiti – vedi Quota 100 – e, allo stesso tempo, l’Alamo di ogni sindacato da difendere sempre, costi quello che costi. 

Giusto in tempo per le regionali, il Governo scalda i motori in vista della fine di Quota 100 – la sperimentazione scadrà nel 2022 – per “superare la Legge Fornero”, considerata dal Segretario della CGIL Landini, “fonte di aumento delle diseguaglianze”.

Per il Presidente INPS Pasquale Tridico, la soluzione sarebbe la riduzione dell’assegno di prepensionamento mentre il Prof. Alberto Brambilla di “Itinerari Previdenziali” rilancia con “Quota 102”. Tutte bocciate dai sindacati che vorrebbero uscite flessibili a partire, di nuovo, dai 62 anni. Una Quota 100 allargata, insomma.

Parlare di “diseguaglianze”, nel 2020, fa tanto cool e fa tanto sinistra, ma nessuna di queste proposte aggredisce il vero problema: il prepensionamento è la vera iniquità contro chi, oggi, ha 20/30/40 anni.

Motivo per cui il Caffè di oggi è dedicato alle pensioni e alla Legge Fornero.



Piccola premessa

Piccola premessa necessaria: la pensione è un diritto fondamentale e chi scrive lo fa partendo da questo principio. Solo che è un diritto non del singolo individuo (“pago, quindi ci vado”), ma è condiviso fra tutte le componenti della società italiana. In questo articolo, quindi, non si intende criticare dei privilegi e inneggiare alla riduzione delle pensioni o chissà cosa, ma porre l’accento, da parte in causa (sono nato nel 1979), sulla profonda iniquità del sistema attuale e delle riforme attualmente al vaglio di governo e parti sociali.

Altra premessa, di tipo metodologico: per capire il problema è necessario essere consci che il sistema previdenziale non funzioni come una banca in cui ogni contributore ha il suo “conto individuale nominale”. Il sistema previdenziale si finanzia a ripartizione, ovvero le pensioni maturate ieri vengono pagate dai contribuenti di oggi e domani.

Detto questo, cominciamo.


Quanto pesano le pensioni

La spesa pensionistica italiana (dati 2019) è pari al 15% del PIL, inferiore solo a quella della Grecia (17%) e quasi doppia rispetto alla media OCSE (8%). Questo equivale al 32% dell’intera spesa pubblica, il valore più alto fra i paesi OCSE e doppio rispetto alla media (18%). Per fare un esempio la spesa previdenziale in Spagna, paese demograficamente molto simile al nostro, è al 25%. Soprattutto, per l’effetto combinato del declino economico italiano e della demografia (Figura I), tale cifra aumenterà appena cominceranno ad andare in pensione i nati fra il 1965 e il 1975.

Nella migliore delle ipotesi, quella della Ragioneria di Stato, il picco di spesa avverrà fra il 2040 e il 2045, sarà del 16% e potrebbe essere sostenibile, ma solo se si verificassero le seguenti condizioni:

  1. mantenimento della Legge Fornero e dell’adeguamento dell’età pensionabili all’aspettativa di vita;
  2. aumento del tasso di fecondità a 1,50 (il livello degli anni 80);
  3. la bilancia migratoria si attesti su un +165.000 nuovi arrivi netti;
  4. tasso di crescita annuo medio a +1,2%;
  5. aumento della produttività annuo al +1.5%;
  6. aumento tasso di occupazione netto di 10 punti;
  7. calo della disoccupazione del 5,5%.

Il quadro è chiaro: per far sì che la spesa previdenziale rimanga sostenibile, l’Italia deve cambiare totalmente, e farlo in fretta. Solo che tale urgenza, non pare percepita allo stesso modo dai partiti.


Figura I, piramide demografica italiana e classificazioni generazionale. SI noti il picco di natalità fra il 1960 e il 1975 e la successiva contrazione. Dati ISTAT.

Pensioni, cosa servirebbe

Negli ultimi 30 anni, la crescita media del PIL si è aggirata fra lo 0,2 e lo 0,3%, un punto percentuale in meno rispetto quanto dovremmo fare nei prossimi trenta secondo la Ragioneria. La produttività totale dei fattori è stagnante del 1975, mentre quella multifattoriale ha cominciato a stagnare negli anni 90. Inoltre, allo stato attuale delle cose, abbiamo i livelli di occupazione fra i più bassi d’europa, in particolare quella femminile, soprattutto al sud (Figura II).

Per ovviare a questa situazione, occorrono reali politiche di crescita del PIL. L’obiettivo deve essere il liberare risorse per investire in innovazione e ricerca, non solo come Stato nell’istruzione, ma attraverso una riforma fiscale che liberi risorse dalle aziende e interi ceti dalle trappole di povertà  (quelle di cui ho parlato qui).

La risposta non può essere (vedi Mazzucato, Fana, Barca e Felice) semplicemente “più Stato”, perché sono 40 anni che in Italia facciamo manovre in deficit per dare stimolo alla crescita, all’occupazione e ai consumi, e nonostante questo PIL e produttività sono stagnanti, redditi e ricchezza personale sono in calo.

Inoltre occorre andare oltre la Bossi-Fini togliendo il capestro del “visto di ingresso solo su chiamata del datore di lavoro”. Gli ultimi vent’anni dimostrano che tale legge produce irregolarità che vengono mano a mano smaltite dai decreti flussi, delle micro-sanatorie che invece di far arrivare nuove persone, legalizza chi è già in Italia.

Allo stesso tempo serve crea un sistema di integrazione coordinato a livello nazionale e non lasciato alla buona volontà di cooperative e organizzazioni religiose.


Figura II: Curve di occupazioni tendenziali e previste per ottenere la sostenibilità del sistema previdenziale, si noti come l’assunto sia di portare l’età pensionabile oltre i livelli attuali previsti dalla Legge Fornero. Dati Ragioneria dello Stato.

Sostenibilità reale e presunta

Tutto queste concorrerebbe a  rendere la spesa sostenibile, cambiare anche solo leggermente alcuni dei parametri sopraindicati, infatti, comporta un innalzamento rilevante dei livelli di spesa.

Secondo un altro studio, stavolta della Commissione Europea in collaborazione col governo italiano, basta che la crescita sia dello 0,9% annuo – meno 0,3 punti percentuali rispetto allo scenario della Ragioneria – e la spesa previdenziale schizzerebbe al 18,3% del PIL, il 40% del totale della spesa pubblica italiana.

La situazione peggiorerebbe se – come ha fatto il Fondo Monetario Internazionale – i parametri di “crescita” rimanessero in linea con quelli attuali. A quel punto nel 2040 la spesa pensionistica volerebbe al 20% del PIL e al 47% della spesa pubblica.

Ovvero fra i 40 e gli 80 mld di euro l’anno di maggior spesa.

A fronte di questo, stante la contrazione demografica e lasciando da parte l’ipotesi “miracolo italiano” immaginata dalla Ragioneria dello Stato, un qualsiasi aumento della spesa previdenziale non potrà essere efficacemente e realisticamente coperto dai contributi dei lavoratori. 

A quel punto si aprirebbero tre strade:

  1. emettere nuovo debito,
  2. aumentare le tasse,
  3. ridurre gli altri capitoli di spesa. 

Aumentare le tasse in un paese in cui la pressione fiscale è già a 48% del PIL e oltre il 50% di quello legale non è consigliabile. La stessa pressione fiscale rende un aumento del debito – ancora sopra il 130% del PIL – assolutamente da evitare. Rimarrebbe l’opzione “taglio degli altri capitoli di spesa”, ma farlo rischia di andare a danno degli altri servizi pubblici.

Di conseguenza, le opzioni sono estremamente limitate anche perché l’aumento della spesa si affianca al generale declino e impoverimento dell’economia del paese.


Figura III: Incremento nominale medio salari (+30%) e pensioni (+70%) nel periodo 2000-2018. Dati ISTAT.

Salari e pensioni

Il problema è magnificamente riassunto da Luciano Capone sul Foglio. Chi è andato in pensione dal 1990 ad oggi ha potuto godere mediamente, nel corso della sua vita lavorativa, di stipendi più alti di quelli di chi, nello stesso periodo, entrava nel mondo del lavoro.

Dal 1990 ad oggi (Figura III) l’importo medio di una pensione, è aumentato del 70%, mentre quello dei salari del 35%, il minimo necessario per tenersi sopra l’aumento cumulativo dell’inflazione nello stesso periodo.

Tradotto, negli ultimi 30 anni i nuovi pensionati sono mediamente più benestanti di chi lavorava e, con i suoi contributi, paga le pensioni.

Lo squilibrio del sistema, quindi, non è solo una prospettiva lontana, ma è già presente oggi, per gentile concessione di trent’anni di declino economico il cui effetto principale, l’impoverimento, grava in misura maggiore sulle spalle delle generazioni sotto i 40 anni.

Ribaltando il discorso iniziale di Landini, è vero che il sistema previdenziale “crea diseguaglianze”, ma lo fa non per colpa della Legge Fornero, ma perché il sistema stesso è fortemente squilibrato – per vizio di forma come per effetto del declino economico – a favore dei pensionati rispetto ai contribuenti.

Questo si intende quando si parla di “sistema non sostenibile”, non degli importi dei redditi da pensione.


Salviamo la Legge Fornero

Per quanto possa sembrare assurdo ai più, il punto sui ciascuno degli studi di sostenibilità del sistema previdenziale presentati, parte da un assunto: il mantenimento della Legge Fornero. O, se proprio si intende superarla, l’obiettivo non deve essere quello di far calare l’età pensionabile, come documenta (Figura II), la stessa Ragioneria dello Stato.

Con questo non si vuole dire che il dispositivo attualmente in piedi sia perfetto, ma solo che esso è, allo stato delle cose, socialmente più giusto rispetto a quello precedente alla riforma.

Come dichiarato dalla stessa Fornero a la Stampa:

“Non é sostenibile mandare in modo generalizzato in pensione le persone a 62 anni, costerebbe più di Quota 100, a meno che non si intenda applicare un ‘esercizio di irresponsabilità‘, decidendo di accelerare il declino del Paese […]. Qualcuno non ha chiaro che il debito rappresenta un problema. Queste persone pensano che questo si possa allargare senza allargare la base produttiva, ma sarebbe una scelta sciagurata”.

Per l’ex-Ministro, quindi “gli italiani dovrebbero ribellarsi a queste proposte per il bene dei loro figli”.

Un giudizio di parte?

No, perché lo scenario è il medesimo di quello evidenziato dalla Ragioneria dello Stato nel suo documento “Tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario” (Figura IV).

In essa si vede chiaramente come la spesa pensionistica aumenta al dal 2005 per raggiungere il picco fra il 2011 e il 2014. L’applicazione della Fornero e il relativo miglioramento della situazione economica hanno contribuito a invertire la curva e a stabilizzare almeno fino al 2035 (dati DEF 2018).

Condizionale d’obbligo, perché poi è arrivata Quota 100 e,come fanno notare dal Think Tank Liberi Oltre e conferma lo stesso DEF 2019 a firma Conte-Tria, quindi del governo che l’ha approvata, questa riforma è uno dei fattori che ha contribuito all’aumento della spesa pensionistica sul medio e lungo termine con tutte le conseguenze del caso.


Figura IV, dati ed elaborazione della Ragioneria dello Stato

La rottura del patto generazionale

L’obiezione comune all’impostazione fin qui presentata è la seguente: se abbassare l’età pensionabile è iniquo, perché i sindacati, ovvero i supremi difensori dell’equità, lottano per ottenerla?

Un po’ perché, è opinione comune che alzarla sia immorale contro i diritti dei lavoratori. Un po’ perché abbassarla è “giusto” per i loro iscritti che sono, in maggioranza, proprio quei baby boomer che dovrebbero andare in pensione nel 2040/2045, o lavoratori che hanno cominciato presto e sono perfettamente in regola con Quota 100.

Non sono i trenta/quarantenni esternalizzati con Partita IVA fasulla, coloro che hanno lavorato senza versare contributi fino ai 32/35 anni o i ventenni che ancora devo affacciarsi al mondo del lavoro all’interno di un declino sempre più evidente (la disoccupazione giovanile è al 28,7%).

Non sono, insomma, quelli che rischiano di vedersi tagliati in futuro ulteriormente i servizi per sostenere l’aumento della spesa previdenziale.

Che poi non sarebbe una novità: se escludiamo i primi sei mesi del Governo Monti, la spesa pubblica è in costante aumento da 40 anni, nonostante, nel frattempo, si siano tagliati fondi sia alla sanità che all’istruzione.



In prospettiva, il rischio è la completa deflagrazione del patto generazionale. Una rottura già iniziata e di cui è possibile osservare i primi effetti a livello sociale che si sommano a quelli economici segnalati sopra.

Il progressivo impoverimento e l’incertezza sul futuro – che è palese per chi oggi ha 40 anni o meno – ha un effetto diretto sui consumi. L’obiettivo generalizzato per i ceti medio-bassi è risparmiare per essere sempre pronti al peggio. Questo ha reso stagnanti i consumi e reso totalmente inefficaci le tante politiche fatte negli ultimi anni per “incentivarli”, tipo 80 euro, Reddito di Cittadinanza, detrazione per coniuge a carico, etc.

Visto che i consumi concorrono al calcolo del PIL, la diminuzione dei consumi comporta ulteriore declino andando a formare un vero e proprio circolo vizioso.

Il secondo effetto lo vediamo nell’aumento dell’emigrazione verso altri paesi che, non casualmente, colpisce anche qui i nati delle generazioni X, Millenials e, ora, anche Z. Si tratta di un fenomeno migratorio oramai orizzontale che, curiosamente, porta le persone in regimi previdenziali meno vantaggiosi del nostro (Germania o UK) in paesi dove, però, anche a fronte di un lavoro – inizialmente – umile, si può ricominciare a sperare nel futuro.

Curioso notare che quest’ultima sia la medesima motivazione che spinge le classi medie africane ad emigrare in Europa.

Curioso e molto triste.


Il caffè e l’Opinione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *