Laura Castelli, mutui, 2,4% e il sovranismo della propaganda

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“Essere Laura Castelli” ovvero come buttarla in caciara fra decimali, muti ed altre balle a favore di camera.

In un ipotetico dizionario della neolingua italiana, “essere Laura Castelli” potrebbe essere tradotto come diffondere informazioni parziali, screditare i pareri contrari, fomentare gli animi dei follow…ehm, elettori e distrarre l’attenzione.

Una versione 2.0 del “buttarla in caciara”.

Se accettiamo questa forbita definizione, abbiamo la possibilità di ribattezzare l’intera Manovra del Popolo “Laura Castelli”, una forma di enorme tributo – ovviamente sarcastico – alla sottosegretaria del MEF.


Bombe mediatiche

Non siamo tanto lontani dalla realtà perché, fra il tam tam degli annunci e la voluta vaghezza di certi provvedimenti bandiera, la “Manovra Laura Castelli” si è dimostra essere solo un’enorme bolla comunicativa, esplosa – nell’ottica del Governo – fin troppo presto.

Quella Manovra, se mai è stata reale, non esiste più. O almeno così pare se si ascoltano i diarchi Di Maio-Salvini pronti a fare retromarcia su quasi tutto per evitare le sanzioni ed il popolo italiano, almeno quello che capisce qualcosa di economia, ringrazia.

Il problema sono le troppe informazioni errate che girano sulla questione, riproposte ad arte dalle, troppe, “Laura Castelli” famose o no che popolano questo paese. Ecco perché ci siamo presi la briga di chiarire un po’ le idee sulle troppe scemate che circonda(va)no la Manovra.


2,4% e decimali

Riprendendo Matteo Salvini, “nessuno si attacchi ai decimali”, il Fatto Quotidiano ci propone oggi, 27 novembre, una nuova “lettura” dello scontro UE-Italia. Una rubrica chiamata, appunto, “decimali”. Al centro, l’iniziativa di Luigi Di Maio di salire al colle per “negoziare con Mattarella” un ribasso del famoso 2,4% di rapporto deficit-PIL presente in Manovra.

Al di là del fatto che non si capisce perché parlarne con il Presidente della Repubblica o perché sia lui IL canale “diretto” con la UE, tutta questa manfrina sul 2,4% è solo un’altra bolla comunicativa che poco c’entra con le sanzioni.

Leggendo la lettera della Commissione, infatti, e i relativi trattati del Fiscal Compact, si legge chiaramente che il problema sia il “deficit strutturale”, ovvero quella spesa che, al netto della congiuntura economica, diventa debito.

Tradotto: la spesa che non produce ritorni in termini di PIL e quindi gettito fiscale.


Spazi di Manovra


Deficit strutturale questo sconosciuto

Per la Nota di Aggiornamento del DEF, da cui tutto è partito, il “deficit strutturale” italiano per i prossimi tre anni sarebbe del +1,7% annuo. Stando alle raccomandazioni della Commissione Europea (che non arrivano dal nulla, ma sono legate al Fiscal Compact che noi abbiamo sottoscritto), l’Italia dovrebbe ridurre il suo indebitamento dello 0,6% per il 2019. Da questa cifra, su richiesta di Tria, la commissione ci ha concesso uno sconto, accordandosi con il Governo Conte per un più modesto -0,1%.

Da questo simbolica cifra, è nato il tentativo del MEF di scrivere una manovra con deficit-PIL inferiore al 2% atta a evitare l’aumento dell’IVA (posticipato al 2020), pagare le spese inderogabili e ridurre, solo un pochino, l’indebitamento. I diarchi Di Maio e Salvini, invece, puntavano a ben altro e dal -0.1% siamo arrivati al +1,7%. Il resto è storia, ma questa parte deve essere compresa per capire perché la UE ci stia contestando la manovra.


l’Unione fiscale

Numerini? No, fanno parte di un trattato, complesso, che fissa obiettivi di rientro del debito per i paesi membri (tutti, non solo noi) atto a stabilizzare l’Eurozona e propedeutico all’unione fiscale, quella ipotizzata ai tempi di Tremonti e mai avanzata anche per l’inadepienza dell’Italia alla riduzione del suo debito (poi per la crisi e le paure dei nordici di dover pagare il debito italiano e greco).

Quindi, al netto degli annunci, lo stesso governo, e non la Commissione, ammette che le sue “iniziative pro-crescita” – tipo RdC o Quota 100 – non sarebbero tali, ma porterebbero alla crescita dell’indebitamento del paese.

Una presa di coscienza che continua ad essere ignorata da molti media, ma che è il principale “debunking” di tutte le “Laura Castelli” sparse per i talk televisivi e i social media.

Quel “numerino” (cit. Salvini) così ignorato dai media è, quindi, il vero responsabile della procedura di infrazione.


Due grafici per capire la bocciatura

In alto: rapporto crescita del PIL nei paesi euro pei i prossimi 3 anni. L’Italia cresce fino al 1,3% del 2020 ovvero un dato positivo in controtendenza con gli altri stati europei che vedono, invece, diminuire la crescita, ma…

In basso: contrazione del rapporto Deficit-PIL negli stessi paesi; si nota come alla crescita del PIL non corrisponda, come sarebbe logico, una contrazione del rapporto, ergo, stiamo facendo nuovo debito. Domanda: e che succede se la crescita NON fosse quella sperata? (dati elaborati da Costantino De Blasi)


Le cause dell’infrazione

Che si faccia il 2,4% o il 2,8% (come la Francia) poco importa, quello che conta è come lo spendi quel disavanzo. Sia Parigi che Madrid che Lisbona, per esempio, sono state redarguite da Moscovici senza che, però, si parlasse di infrazioni. Perché?

“Ce l’hanno con noi” urlearanno i venditori di fumo mediatico, ma la realtà è un’altra ed è – alla faccia dell’Europa neoliberista – keynesiana: il loro “deficit” si traduce in investimenti reali, in riforme e infrastrutture atte al potenziamento della crescita del sistema paese. Il Fiscal Compact – da cui nasce la procedura di infrazione – dice che un paese che è al di sopra del 60% del rapporto deficit-PIL, deve tagliare il proprio indebitamento, Francia e Spagna lo fanno, noi, come si vede dai grafici sopra, no.

Investimenti, produttività, ritorni, Keynes: nonostante quanto professioni i nostri governanti, nulla di tutto questo ha a che fare con Quota 100 e Reddito di Cittadinanza.


Le misure “ombra”

Andiamo in Europa a spiegare la manovra” è stato il mantra del Governo nella prima fase della crisi. Un ottimo intento solo che a) sono andati una decina di volte in Europa a spiegarla e i partner l’hanno respinta lo stesso e b) magari dovrebbero spiegarcela anche a noi.

Chi ha letto infatti la famigerata manovra avrà notato che, stando ai fatti, Quota 100 e Reddito di Cittadinanza sono, nei fatti, assenti dalla stessa.

Al loro (leggi il testo) posto esistono due fondi, uno da 10 miliardi per il RdC e uno da 7 per la riforma della Fornero. Nel testo non si parla di come questi soldi verranno spesi, ma si rimanda ad una data futura – prima metà del 2019 – per la presentazione delle misure. A margine di entrambi i fondi c’è una postilla: che questi possano essere usati per altri scopi qualora fosse necessario.

Tradotto: se mai le faremo, ne parliamo attorno alle Europee per cercare il boost elettorale, ma prima che gli italiani capiscano realmente la fregatura.


Il tema pensioni

Fra i due provvedimenti “bandiera”, Quota 100 è emblematica perché non solo è anti-economica, ma proprio irrealistica quando non dannosa. Secondo l’OCSE, infatti, l’Italia avrebbe la seconda spesa pensionistica d’Europa, un dato contestato da CGIL, CISL e UIL (la tassazione sulle pensioni alleggerirebbe la spesa di 90 miliardi), ma confermato dal CPI di Carlo Cottarelli.

Stando ai numeri, al netto delle tasse, l’Italia avrebbe una spesa netta che ammonta al 13% del PIL e lorda di circa il 16%, seconda solo alla Grecia (altro paese che aveva scelto la strada dei baby pensionamenti decenni addietro). A Fornero invariata, tale spesa arriverebbe nel 2040 al 18,4% del PIL.

Tanto per dirla tutta il Giappone è al 10% e la Spagna all’11%. Entrambi sono paesi usati come “benchmark” per capire l’entità della spesa italiana.



“Laura Castelli” e Quota 100

In tale regime, abbassare l’età pensionabile significa una sola cosa: incrementare la spesa strutturale perché a) la popolazione invecchia, quindi avremo sempre più pensionati, e b) si vive più a lungo.

Nel 2019, stando ai numeri dell’INPS, quota 100 interesserebbe nel 2019 circa 450.000 italiani sui circa 750.000 “sessantaduenni” presenti nel paese.

Tale numero andrebbe progressivamente ad aumentare nei successivi 8 anni fino a raggiungere l’apice – oltre un milione di pensionabili – della coorte 1964-1965, quella dei babyboomer.

In quel momento, data la contrazione delle nascite dal 1970 in poi, assisteremo al ribaltamento del rapporto lavoratori-pensionati. Ad oggi quest’ultimo sono il 37% della popolazione, con i babyboomer si raggiungerebbe il 65%.

Qualora la riforma vede la luce, questo evento, preventivato nel 2040, verrebbe anticipato di almeno un lustro e a poco servono gli inviti a “procreare” o i disincentivi del Governo: l’invecchiamento della popolazione e la riduzione delle nascite è un fenomeno presente in tutti i paesi civilizzati.

Nota a margine: no, i contributi versati non vanno in un conto blindato che viene sbloccato al momento della pensione. Questo succede forse nel paese dei baloccchi, ma in tutto il mondo, i versamenti odierni servono a pagare le pensioni odierne. Sentivo il bisogno di precisarlo, onde evitare fenomeni alla “essere Laura Castelli”.


Il silenzio del Governo

Abbiamo parlato di studi dell’INPS perché al momento l’effettiva conformazione di Quota 100 è nota – forse – solo ai membri del Governo. A noi cittadini rimangono i “rumors”: si parte ad Aprile, a Marzo, 2 finestre, 4 finestre, una tantum, etc. Tutto è annuncio, esattamente come succede a riguardo del Reddito di Cittadinanza dove il Ministro del Lavoro Di Maio, maestro “dell’essere Laura Castelli”, annuncia di aver mandato in stampa oltre 6 milioni di tessere per il RdC.

Senza che esista uno straccio di riforma e quindi a) i beneficiari, b) i benefici e c) le clausole.

Da questo possiamo dedurre due cose. Che il governo abbia le riforme già scritte e le tenga nascoste per evitare, appunto, che le aspettative gli scoppino in faccia o, caso “Laura Castelli”, si cerchi solo il titolo ad effetto per tenere “caldi” i propri follow… ehm, elettori.

Ai posteri l’ardua sentenza.


L’Opinione


Essere Laura Castelli e la propaganda

Aspettando di chiarire qeusto dubbio, a noi rimangono le e i “Laura Castelli” del Governo, assieme alle loro bufale. Come la lettura, erronea, di un grafico del Sole 24 Ore, il quale slegava il rialzo dei tassi di interesse sui BTP (alias: spread) e il tasso europeo Euribor, diventato la prova della “falsa correlazione” fra spread e mutui.

Care “Laura Castelli” del mondo, il tasso di interesse di un mutuo è calcolato su una base fissa (Euribor) più i costi d’operazione della banca più la capacità patrimoniale delle stessa. Quest’ultima è legata alla capitalizzazione della banca – ovvero la disponibilità economica stessa della banca – che, nel sistema italiano, si basa in gran parte sui BTP e sul loro valore commerciale soggetto, quindi, allo spread.

Una spiegazione più complessa del grafico mostrato dalla Castelli a Porta a Porta semplicemente perché la politica e l’economia sono zeppe di concetti complessi. Per capirli bisogna informarsi, il che sembra, ahinoi, antitetico ad “essere Laura Castelli”.


Nota finale

Non è intenzione di questo articolo trasformare Laura Castelli in una “martire comunicativa”, né attivare shitstorm su di lei. La Sottosegretaria al MEF ha il problema di ricoprire arrogantemente un ruolo che non le compete, ma il suo caso non è diverso da quello di Taverna, Bonafede, Toninelli, Di Maio e, per par condicio, anche di Borghi, Siri e compagnia (personalmente metterei anche Salvini e Bagnai, ma nel loro caso non per incompetenza, ndr).

Costoro non sono altro che la punta dell’iceberg di una “arrogante non competenza” che dall’economia arriva alla politica internazionale, dalla medicina spazia nella fisica e nella storia e che tutta insieme compone quel caotico Titanic che è l’opinione pubblica italiana.

Perché c’è una Laura Castelli in tutti noi, anche in chi è preparato: è quella vocina arrogante pronta a dire tutto pur di far prevalere le proprie convinzioni sugli altri.

Compresa la realtà stessa dei fatti.


Galassia sovranista

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In arrivo:

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Il Caffè e l’Opinione

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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