La bandiera palestinese a Ramallah, Mahmoud Darwish Memorial. Fonte:  thausj  Licenza:  CC 2.0

La bandiera palestinese a Ramallah, Mahmoud Darwish Memorial. Fonte: thausj  Licenza: CC 2.0

Le difficoltà della Palestina a fronte del nuovo asse Trump-Netanyahu si incontra con la crisi politica interna dei suoi due maggiori rappresentati: al-Fath e Hamas. Sullo sfondo, dimenticati, i tanti problemi della popolazione civile e quella chimera del riconoscimento internazionale che, nel 2016, sembrava più vicina.

Dopo il disastroso conflitto tra al-Fath ed Hamas nel 2006, quello è rimasto dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) – ovvero il governo della Cisgiordania nota anche come West Bank – ha cercato il riconoscimento internazionale in maniera autonoma cercando di evitare le trattative bilaterali con Israele. Tale obiettivo aveva lo scopo di rafforzare la posizione negoziale dell’ANP cercando alleanze diplomatiche atte a riequilibrare i rapporti negoziali con il governo del Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu. Questo sforzo diplomatico ha portato  all’ottenimento dello status di Stato Osservatore all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, oltre che la sottoscrizione, da parte dell’ANP. dello statuto della Corte Penale Internazionale.

Sfortunatamente questo non ha garantito i risultati sperati dall’ANP nei confronti di tutto il territorio palestinese: la durissima offensiva a Gaza contro il governo di Hamas effettuata nel 2014 da Israele lo ha dimostrato. Allo stesso tempo, nella Cisgiordania il cui controllo è nelle mani al-Fath, si è vista la continua prolificazione degli insediamenti coloniali, la cui popolazione ammonta ormai a 600.000 individui, fra Gerusalemme Est e West Bank.

 Piazza Al-Manara, il centro di Ramallah, capitale dell'ANP. Fonte:  Montecruz Foto  Licenza:  CC 2.0

Piazza Al-Manara, il centro di Ramallah, capitale dell’ANP. Fonte: Montecruz Foto Licenza: CC 2.0

L’ONU e L’UNESCO. Un inaspettato e repentino cambiamento si è verificato nell’ottobre 2016, quando una controversa risoluzione UNESCO ha denunciato lo stato di Israele quale “potere occupante” dei luoghi sacri del complesso di Haram al-Sharif/Temple mount, ovvero l’area che comprende il Muro del Pianto e la Cupola della Roccia sul monte del tempio a Gerusalemme. In seguito, nel delicato periodo di passaggio dall’amministrazione Obama a quella di Trump, gli Stati Uniti hanno permesso, astenendosi dal voto, l’approvazione della Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite secondo la quale gli insediamenti ebraici presenti in Cisgiordania sarebbero considerati illegali secondo il diritto internazionale.

Hamas verso al-Fath? Il nuovo corso politico a cui le risoluzioni UNESCO e ONU hanno dato il via, ha spinto i due partiti principali palestinesi, al-Fath ed Hamas, ad incontrarsi a Mosca nel gennaio 2017 allo scopo di porre fine al proprio conflitto, il quale mina la legittimità ed il potere negoziale della rappresentanza palestine, e creare un governo di unità nazionale. Perseguendo questo scopo, la dirigenza di Hamas ha redatto all’inizio di marzo un documento in attesa di approvazione atto ad emendarne lo statuto per renderlo più affine a quello di al-Fath. Tale documento sancirebbe, fra le altre cose, l’uscita di Hamas dai Fratelli Musulmani (una mossa fortemente voluta sia dall’Egitto, la cui posizione è ancora centrale nei colloqui di pace) e il riconoscimento da parte dell’organizzazione dei confini dello stato palestinese sanciti dagli accordi del 1967 (un prodromo al riconoscimento di Israele anche se questo rimane per ora fuori dagli accordi).

La crisi interna palestinese. Il rafforzamento ed il riacquisto di legittimità della leadership palestinese costituisce il punto di partenza per poter intavolare qualsiasi discussione sul piano internazionale. D’altra parte, i due partiti che monopolizzano lo scenario politico palestinese si trovano ad affrontare una serie di crisi interne. Al-Fath, che governa Ramallah e la Cisgiordania, è scossa dalla lotta interna per nominare il successore dell’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, oltre che dagli spettri della corruzione. La crisi tocca anche Hamas, che aveva raggiunto il successo nella sua roccaforte di Gaza sfruttando proprio la delusione per le promesse disattese di al-Fath, si trova oggi di fronte ad affrontare la crescente disillusione della popolazione di Gaza per il peggioramento costante delle proprie condizioni di vita e la concorrenza dei nuovi movimenti salafiti della regione, che privano Hamas del suo naturale bacino di supporto economico,

 Donald Trump. Fonte:  Gage Skidmore  Licenza:  CC 2.0

Donald Trump. Fonte: Gage Skidmore  Licenza: CC 2.0

 Benjamin Netanyahu. Fonte:  Asian Media  Licenza:  CC 2.0

Benjamin Netanyahu. Fonte: Asian Media Licenza: CC 2.0

Il “nuovo” asse USA-Israele. Oltre alla crisi interna, questo processo di “normalizzazione” del conflitto da parte delle organizzazioni palestinesi rischia di arenarsi contro il cambio di strategia sulla questione “israelo-palestinese” voluto da Donald Trump ed il nuovo asse politico creatosi fra il presidente statunitense e lo stesso Netanyahu. Pochi giorni dopo l’inaugurazione della nuova amministrazione, i due si sono incontrati a Washington e nel corso del summit, Trump si è dichiarato pronto ad appoggiare qualsiasi proposta di pace che fosse ritenuta accettabile per israeliani e palestinese, anche qualora questa escluda la creazione di due stati indipendenti, uno ebraico e l’altro arabo, nella regione: soluzione tradizionalmente supportata dalla Casa Bianca. Il nuovo accordo bilaterale fra Washington e Tel Aviv ha di fatto rotto l’isolamento i cui il governo Netanyahu si era trovato durante la presidenza Obama – critico della reale convinzione del Primo Ministro israeliano di continuare il processo di pace – e allontanato gli Stati Uniti dal proprio tradizionale ruolo di mediatori.

[…] la pace inizia con il riconoscimento dei torti commessi.

— Susan Abulhawa, Mornings in Jenin

Israele e Palestina. La nuova postura diplomatica statunitense lascia, quindi, la questione in mano ai due contendenti locali – Israele e Palestina – in una situazione in cui, però, il primo mantiene una superiore capacità militare e politica a scapito delle istanze politiche dei palestinesi. Questo sarebbe confermato dalla pubblicazione di un rapporto dell’United Nations Economic and Social Council for Western Asia (ESCWA) – agenzia dell’ONU che promuove e monitora lo sviluppo sociale dell’Asia occidentale – sulle pratiche messe in atto dal governo e dalle forze d’ordine israeliane nei confronti della popolazione palestinese. Secondo tale dossier, Israele avrebbe “imposto un regime di Apartheid nei confronti dei palestinesi” il cui scopo sarebbe quello di creare nella regione di un unico stato etnico anche tramite pratiche di “ingegneria demografica”. Il risultato, continua il rapporto, sarebbe la creazione di “un doppio standard di cittadinanza in cui una parte è piena titolare di diritti sociali e politici, mentre all’altra gli stessi vengono riconosciuti solo nominalmente e violati nella pratica”. Il rapporto è stato rigettato da Israele, ma la questione del disequilibrio dei rapporti, assieme al sempre attuale problema degli insediamenti, rimane l’ostacolo principale – da parte palestinese – a qualsiasi riapertura dei colloqui.

Mentre la creazione di uno stato riconosciuto ed autonomo torna ad essere una chimera, il popolo palestinese si trova quindi stretto fra i problemi pratici dell’occupazione e quelli derivanti da una classe politica interna – Hamas e al-Fath – distante, spesso corrotta ed inefficiente.

In memoria di Antonio Buono (02-04-1953 14-04-2016)Per non aver mai smesso di camminare al mio fianco.

Tratto da un articolo dello stesso autore su: Tomorrow


Per approfondimenti: 

– Le opzioni sul campo per l’ANP: al-Jazeera

– L’ipotesi di uno “Stato di Gaza”: al-Monitor

– Sulla crisi di Hamas: the Atlantic

– Reportage sulla questione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania: BBC News

– Trump sulla questione israelo-palestine: The Guardian