Il petrolio libico -Preparativi di guerra nel Baltico? – Il nuovo decreto Trump sull’immigrazione – il Ristretto del 8-3-2017

 Impianto di raffinazione della Repsol in Libia. Foto:  Repsol , licenza  CC 2.0

Impianto di raffinazione della Repsol in Libia. Foto: Repsol , licenza CC 2.0

In Libia si riapre la battaglia per il controllo dei pozzi petroliferi fra il governo di Tobruk – e il suo “uomo forte” Khalifa Haftar – e i ribelli islamisti. Intanto nel Baltico si accrescono le tensioni e anche la neutrale Svezia intensifica le proprie attività militari a fianco della NATO, seguita dai paesi baltici, dalla Norvegia e dalla Polonia. Intanto Trump approva un nuovo decreto anti-immigrazione escludendo l’Iraq.

La battaglia per il greggio in Libia. Le Brigate di Difesa di Bengasi (BDB) – sigla che unisce combattenti di movimenti fondamentalisti islamici, fra cui Ansar al Sharia e il Consiglio della Shura, ed altri anti-Gheddafi – hanno guadagnato venerdì il controllo di cinque città, due terminal di greggio e un aeroporto nella strategica area della Mezzaluna petrolifera, lungo le coste del Golfo della Sirte. Si tratta di aree controllate da settembre dal governo di Tobruk e dal suo braccio armato, l’Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato dal generale Khalifa Haftar. Per il portavoce della LNA, il colonnello Ahmed al-Mismari, l’attacco sarebbe stato portato avanti con “armamenti moderni e carri-armati” e avrebbe provocato la fuga dei soldati di Haftar. Nelle mani dei ribelli sono caduti i porti di Ras Lanuf – dove ha sede la principale raffineria del paese, nonché uno dei maggiori aeroporti – e di al-Sidra.

 Mappa delle divisioni politiche in Libia, fonte BBC, ripubblicazione approvata dal Network.

Mappa delle divisioni politiche in Libia, fonte BBC, ripubblicazione approvata dal Network.

Si tratta della prima sconfitta militare per Khalifa Haftar, l’ex-generale dell’esercito di Gheddafi, eroe di guerra poi allontanato dal Colonello e tornato in patria dopo la caduta di quest’ultimo. Durante la guerra civile che ha sconvolto il paese, Haftar è stato capace di accrescere il proprio potere all’interno del governo della Libia orientale di Tobruk – che si oppone a quello di Tripoli riconosciuto dall’ONU – in seguito alle vittorie militari del LNA sui vari gruppi fondamentalisti presenti nelle zone petrolifere del paese. La conquista dei campi di petrolio di Sirte e la loro riapertura ha permesso al generale di guadagnare l’appoggio diretto dapprima dal governo francese, il quale sta cercando di raggiungere accordi con il National Oil Commitee (NOC) di Tobruk, poi da quello russo, con cui lo stesso NOC ha recentemente raggiunto un accordo di collaborazione, e – più recentemente – dall’Italia che sta cercando di solidificare le operazioni di ENI nella Libia orientale. Quanto la recente sconfitta possa influire sul futuro politico del generale e sul suo supporto internazionale, lo si vedrà nei prossimi mesi.


 Saab Gripen dell'aviazione reale svedese, il fulcro della difesa aerea del paese scandinavo. Foto:  J.Com    licenza : CC 2.0

Saab Gripen dell’aviazione reale svedese, il fulcro della difesa aerea del paese scandinavo. Foto:  J.Com   licenza : CC 2.0

Escalation militare nel Baltico. La Svezia ha deciso di reintrodurre la leva militare nel paese dal 2018, otto anni dopo che questa era stata abolita. La decisione – confermata dal portavoce del Ministero della Difesa svedese Marinette Radebo alla BBC – interessa oltre 13000 uomini e donne nati nel 1999 fra cui verranno selezionati i 4000 coscritti. La Svezia – come la vicina Finlandia – è un paese neutrale, ma durante la Guerra Fredda ha sempre giocato un ruolo strategico – tramite la cooperazione con la NATO – nei rapporti di forza con l’Unione Sovietica. La decisione di reintrodurre la leva obbligatoria – seppur limitata – segue le preoccupazione del governo di Stoccolma sulle attività militari russe attorno ai paesi baltici. “Quello che vediamo” dice il Ministro della Difesa Peter Hultqvist – sottolineando le ragione delle preoccupazioni svedese – “sono un aumento dell’attività militare [russa] nel Baltico”. Nessuno nel paese – sottolinea la BBC – crede che la Russia possa realisticamente attaccare un paese esterno ai vecchi confini dell’Unione, ma l’attuale tensione esistente fra Mosca ed Estonia, Lettonia e Lituania, riguardante lo status dei cittadini russi presenti all’interno delle ex-repubbliche sovietiche ora membri dell’UE e della NATO, ha alzato lo stato di allerta nel paese, soprattutto dopo quanto successo in Crimea e Ucraina Orientale. 

Già a settembre il governo svedese aveva riportato un distaccamento militare di 300 soldati sull’isola di Gotland, collocata fra la Svezia, i paesi baltici e l’exclave russa di Kaliningrad, le cui installazioni militari – che accoglievano 20.000 soldati – erano state dismesse oltre 20 anni fa. La Svezia non è il solo paese nell’area preoccupato per l’imprevedibilità russa. Sia Estonia, che Lettonia e Lituania, hanno cominciato un programma di ammodernamento e rafforzamento delle proprie forze armate supportate dai partner della NATO. Oltre 1000 soldati tedeschi sono stati stanziati a Rukla in Lituania, mentre contingenti internazionali sono stati dislocati in Estonia sotto guida britannica, in Polonia sotto il comando statunitense e in Lettonia sotto quello canadese. Ai margini di una recente visita al contingente tedesco, il Ministro dell’Economa e vice-cancelliere Sigmar Gabriel si è dichiarato sconcertato da come “il potenziale bellico ammassato dalla Russia ai confini con i paesi baltici sia illogico e slegato alla minaccia che questi paesi pongono verso Mosca”.

Intanto continua l’escalation e mentre la Polonia – secondo quanto dichiarato dal Ministro della Difesa Antoni Macierewicz – intende costituire una forza paramilitare di oltre 35.000 effettivi, la Norvegia approva per la prima volta nella sua storia lo stanziamento di soldati statunitensi all’interno dei proprio confini.


I protagonisti politici delle notizie di questo Ristretto

 Il generale Khalifa Haftar. Foto:  Magharebia  licenza  CC 2.0

Il generale Khalifa Haftar. Foto: Magharebia  licenza CC 2.0

 Stefan Löfven, primo ministro della Svezia. Foto:  Socialdemokraterna  licenza  CC 2.0

Stefan Löfven, primo ministro della Svezia. Foto: Socialdemokraterna  licenza CC 2.0

 Donald Trump. Foto:  Gage Skidmore  licenza  CC 2.0

Donald Trump. Foto: Gage Skidmore licenza CC 2.0


Di nuovo Trump contro i migranti. Dopo le manifestazioni di protesta e il blocco operato dai giudici federali, Donald Trump ha firmato lunedì una versione riveduta e corretta del suo decreto anti-immigrazione. Il nuovo ordine esecutivo – noto anche come “Islam Ban” e fortemente criticato per i suoi contenuti potenzialmente discriminatori – vieta l’ingresso nel paese ai cittadini provenienti dall’Iran, dello Yemen, del Sudan, dalla Libia e dalla Somalia. Escono dalla lista gli Iracheni, dopo le forti proteste del governo di Baghdad e di quello della regione autonoma del Kurdistan Iracheno, entrambi alleati degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS nel nord del paese. Oltre a riconfermare l’importanza strategica dell’Iraq nello scacchiere geopolitico statunitense, nel nuovo decreto viene consentito l’ingresso negli Stati Uniti a tutti coloro in possesso di green card – il permesso di soggiorno a tempo indeterminato – o, in generale, di regolare visto indipendentemente dal paese di origine.

Certamente è bello che chi ha ricevuto un visto posso mantenerlo, […] ma il vizio di incostituzionalità [del decreto] rimane. Se si guarda al principio della discriminazione religiosa, poco, infatti, è cambiato.

— Becca Heller, International Refugee Assistance Project

Soddisfatto il procuratore generale dello stato di Washington Bob Ferguson – responsabile della revoca del decreto originario – che non esclude, però, ulteriori accertamenti giudiziari sul nuovo decreto. “L’amministrazione ha ritirato molti dei punti che avevamo contestato in aula” dichiara il procuratore, ma rimangono “alcuni dubbi sul nuovo ordine”.


Irlanda del Nord. Si aggrava la crisi politica in Irlanda del Nord dopo la Brexit. Alle recenti elezioni politiche per il governo della regione – seguite alla caduta del governo unionista di Arlene Foster – esce sconfitto il partito democratico unionista (DUP), il quale mantiene la maggioranza nel parlamento di Belfast per un solo seggio. Cresce, invece, il partito repubblicano irlandese Sinn Féin, il cui progetto politico consiste nella secessione della regione dal Regno Unito e la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. Qualora le due parti non riuscissero a trovare un accordo di governo, la regione rischia di passare – di nuovo – sotto il governo diretto (direct rule) di Londra, opzione osteggiata dalla maggioranza dei cittadini. L’Irlanda del Nord aveva votato in massa (63%) contro la Brexit. 

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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