Per te Kobe Bryant, grazie di tutto quello che mi hai dato

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Il 26 gennaio in un tragico incidente, ha perso la vita Kobe Bryant, ecco perché, al di là del basket, lo ricorderò per sempre.

Quando ho deciso di dedicarmi a This.is.Retro e cercavo un modi di integrare questo nuovo blog nel Caffè e l’Opinione non pensavo di cominciare così.

Soprattutto, non avrei mai voluto che il primo post fosse scritto per commemorare Kobe Bryant perché nella mia bacatissima testa This.is.Retro era nato attorno ad un sogno: avere, prima o poi, la possibilità di intervistare o, quanto meno, conoscere Kobe Bryant.

E invece no perché 26 gennaio Kobe Bryant è morto in un incidente in elicottero in California assieme alla figlia tredicenne Gianna Maria e altre sette persone. Non potrò mai dirgli di persona quanto la sua carriera avesse significato per me oltre lo sport e il basket. 

O come, paradosso dei paradossi, se sono qui ora a scrivere questo blog invece di continuare a inseguire la chimera accademica è anche per quello che ho imparato da lui nel corso degli ultimi 24 anni.

Lo so che tutto questo sembrerà a voi lettori un’assurdità, ma è la nuda e cruda verità e se avrete la pazienza di leggermi capirete (forse) il perché.



C’era una volta il basket

Nella vita di tutti noi, succedono cose che trascendono la razionalità, cose che, semplicemente, accadono e che se tentiamo di spiegare possono suonare eccentriche, assurde o farci dubitare della nostra stessa salute mentale.

Spiegarti, Kobe, cosa tu significassi per me è una di queste cose, ma ci voglio provare anche per non smettere di credere che tutto questo sia solo un lungo incubo.

Fin da quando, tredicenne, correvo ogni giorno da una parte all’altra di un campo ricavato ne parcheggio di una chiesa, una rete di ferro da una parte e un muro di mattoni rossi dall’altra, il basket è stata la mia vita.

Giocare a basket era il mio modo per sentirmi normale in un mondo alieno, un linguaggio semplice fatto di regole definite, prendi la palla, palleggia, passa, tira, ricomincia.

A scuola stavo spesso in un angolo rannicchiato sui libri che nascondevano disegni o le mie fantasie di come i Lakers sarebbe potuti tornare a vincere, nell’intervallo o vagavo per l’atrio inseguendo i miei compagni o mi appoggiavo al muro in cerca di protezione e aspettando la campanella, il pranzo e la possibilità di fuggire in quel campetto verde con le strisce gialle ritagliato nel centro storico di Moncalieri.

Quello era il mio spazio protetto, dove per un paio d’ore, le mie difficoltà a relazionarmi con i vari Riccardo, Luca, Enrico, Antonio, Enzo etc. si affievolivano. Rincorrendo quella palla e immaginando di essere Hakeem, Shwan, Micheal e Dan (Majerle), i costrutti sociali che definivano la società erano sospesi e tutti eravamo costretti a parlare un’altra lingua, quella ritualizzata, limpida e precisa di questo magnifico sport.

Forse per questo il basket è diventato da quel momento la mia più grande passione e il perché ogni giorno, mentre gli altri cominciavano a uscire con Giulia, Silvia, Patriza, Elisa etc. io attraversavo la strada per andare a spaccarmi le ginocchia su quell’asfalto verde, arrabbiandomi quando non si riusciva a giocare per “mancanza del numero legale”.

Erano gli anni 90, YouTube non esisteva e per saziare la mia fame di basket correvo ogni martedì armato di tremilacinquecento lire nell’edicola in piazza per compare Superbasket che normalmente finiva prima che potessi tornare a casa. Per strada, a capo chino, ricostruivo le azioni e i movimenti che leggevo sul giornale, cose che provavo a ripetere – con poco successo – sul campetto e che diventavano “reali” quando, a letto, mi raccontavo la storia di Simone, giovane giocatore che entrava nella NBA a 16 anni per vincere tutto.

Dove? Ovviamente nei Los Angeles Lakers a fianco a Nick Van Exel e Eddie Jones, per riportare la squadra ai fasti di Magic e Kareem.

In quel mio piccolo mondo sei arrivato tu.


Kobe per me

Nel 1996 avevo 16 anni e mentre sognavo di vedere il mio 17 appeso al Forum, tu, a 17 anni, venivi scelto dagli Charlotte Hornets e subito scambiato fra tutte le squadre proprio a Los Angeles, proprio ai Lakers. Era quello che volevi perché come me avevi maturato l’amore per il basket negli anni 80, quando abitavi in Italia e oltre alle partite di tuo padre a Rieti, Pistoia, Reggio Emilia, divoravi le videocassette dei Lakers si Magic.

Stavi vivendo il mio sogno e non era solo quello, perché da lontano si vedeva che eri diverso dagli altri giocatori. Non eri il più forte fisicamente, non eri il più veloce, né quello che saltava di più. Probabilmente non eri neanche quello con più talento puro, ma eri quello più determinato a vincere.

Ad ogni passo, movimento e azione, si vedeva la tua preparazione sul gioco e la tua determinazione. Non eri perfetto, ma nonostante tutti i tuoi errori hai vinto tantissimo e dimostrato al mondo, perché sei un icona globale, che il segreto è uno solo: andare la fuori e dare tutto, qualunque cosa si intenda fare.

Essere più preparato degli altri e più determinato per battere chiunque, anche chi è più “bravo” di te, come McGrady, Iverson, Jordan, James.

Per 20 anni ti ho visto correre con quella casacca gialloviola addosso e ti ho visto crescere parallelamente a me. Io abbandonavo l’Italia alla ricerca del mio sogno mentre tu ti mettevi di nuovo in gioco per dimostrarci che eri il migliore. Hai vinto 5 titoli, 1 MVP, 2 MVP delle finali, hai segnato 81 punti, 60 il giorno del tuo ritiro a 37 anni, decine di altri premi e due medaglie d’oro alle olimpiadi.


Mamba mentality

Non eri amato come giocatore perché considerato troppo aggressivo, ma a te non importava, scendevi in campo per vincere, non per farti amici. Lo specchio di quella “mentalità del Mamba” che cercavi di spiegare ai ragazzini nella Mamba Academy, fra cui a tua figlia Gianna Maria, anche lei morta in quel dannato incidente in elicottero.

In questo eri così diverso dagli altri giocatori perché non volevi essere accettato, volevi essere te stesso ed essere accettato così come un ragazzo che aveva inseguito, raggiunto e concretizzato un sogno con tenacia e perseveranza. Perché l’importante, per te, era l’obiettivo, non la compiacenza e l’ammirazione degli altri, tant’è che non avevi un entourage e non avevi “preparato” mentre giocavi il tuo futuro, sapendo che lo avresti dominato appena appese le scarpe al chiodo.

Un futuro interrotto da un banco di nebbia.

Nei miei occhi ci sono migliaia di tue azioni e vittorie, ma il mio ricordo più caro è il tuo infortunio. Quel giorno che, con un tendine di Achille fratturato e la faccia tesa dal dolore, ti sei rialzato e sei andato zoppicando in lunetta, hai preso la palla e su una gamba sola hai segnato i due tiri liberi per poi andare negli spogliatoi. Non bisogna mai arrendersi, dicevi, “la vita è troppo breve per farsi buttare giù, l’unica cosa e sempre rialzarsi mettere un piede davanti all’altro e “enjoy life”.

Non ti facevi dettare i tempi dalla vita, dovevi essere tu a farlo. Per questo, nonostante l’età, sei tornato dall’infortunio e hai continuato a giocare nonostante i critici sottolineassero che, oramai, eri un peso per i Lakers, costavi troppo dicevano. Ma tu volevi uscire di scena alla tua maniera, a testa alta e non zoppicando fuori dal campo per un infortunio.

E lo hai fatto, chiudendo la tua carriera in piedi, in centro allo Staples Center e salutando tutti con un “Mamba Out”.


Il ricordo delle NBA

Quell’anno, il 2016, hai chiuso la tua carriera venendo applaudito in ogni arena e passando ore a firmare memorabilia e magliette ai tuoi colleghi, ai fans e a chiunque te lo chiedesse, perché sotto quella scorza di giocatore competitivo, celebrale e distante da tutti, c’era un ragazzo che amava il suo lavoro ed era grato per questo a tutti coloro, fan compresi, che lo avevano accompagnato nella sua avventura.

Curiosamente, mentre tu salutavi il mondo del basket, io salutavo quello accademico, chiudendo anche io un capitolo della mia vita. Come te ero pronto a passare oltre, a fare qualcosa di nuovo. L’archeologia mi aveva dato tanto ed è stato un grande amore, ma la mia testa non sopportava più quel mondo e volevo andare via, tentare strade nuove consapevole di aver almeno tentato di dare il mio meglio.

Qualcuno, ancora l’altro ieri, pensava di sminuirti chiamandoti “la seconda miglior guardia della storia del gioco dopo Micheal Jordan” insinuando che la tua grandezza derivava dal fatto che volessi imitare Jordan, senza riuscirci. Non capiscono che il fatto solo che si possa immaginare tale confronto era per te un immenso complimento: eri riuscito nel miracolo, ovvero avvicinare il più grande giocatore di basket di tutti i tempi.

E lo sei stato, almeno per me.

Mi mancherai Kobe e grazie di tutto quello che mi hai dato in questi ventiquattro anni.

Spero prima o poi ti ritrovarti su un campo lassù e osservarti mentre insegni a tua figlia Gianna un fade away o un eurostep.

Quel giorno troverò un posticino sugli spalti e mi accontenterò di continuare a guardarti e sognare con te.



Dear Basketball

Se siete giunti a leggere fino a qua, vi ringrazio dal profondo del mio cuore. Kobe Bryant era, per me, più di uno sportivo, ma una vera icona, un uomo capace di sfidare i suoi limiti senza aver paura di sbagliare e senza mai dubitare di potercela fare.

Ache se ci piace nasconderlo, come esseri umani viviamo di simboli e Kobe era il mio. Per questo mi è così difficile accettare che sia morto o riuscire a spiegare perché fosse tanto speciale.

Credo che l’unico che possa farlo sia lui stesso tramite il suo lascito ai posteri: “Dear Basketball” la sua lettera aperta al mondo da cui è nato il cortometraggio con cui, nel 2018, ha vinto l’Oscar. Perché Kobe era così.

Dear Basketball è la storia di un amore viscerale, profondo, un romanzo di formazione racchiuso in quattro minuti dove sentimenti, sogni e speranze diventano un tutt’uno. Una storia che parla di invecchiare, di cambiare e di reinventarsi.

Il link lo trovate qui.

“Mamba Out”.


Il Caffè e l’Opinione

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