L’ultima sconfitta politica di Boris Johnson: Lost in Brexit

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Ancora una volta, il premier britannico Boris Johnson è stato sconfitto ai Comuni: la sua Brexit non avverrà il 31 ottobre.

Esiste qualcosa di più complicato della Brexit nella politica europea?

Citare la questione catalana sarebbe un’ottima risposta, come anche il logoramento della democrazia ungherese o l’attuale degrado dei campi migranti sulle isole greche. Anche la questione etica del rinnovo degli accordi con la Libia da parte dell’Italia sarebbe una risposta soddisfacente, ma niente riesce ad essere più contraddittorio e borderline illogico della Brexit stessa.

In esso c’è tutto il dramma che vivono le liberaldemocrazie europee, ovvero quello di non aver difese contro chi manipola il sistema per i suoi interessi.



Lost in Brexit

Ad osservarla bene, e al di là delle analisi accademiche e degli studi sociali, la Brexit non è che il risultato di una narrazione abbastanza semplice che possiamo riassumere così:

“Ehi tu, cittadino che abiti centri ex-industriali o rurali, hai un problema?Vedi il tuo tenore di vita diminuire rispetto a X anni fa? Non capisci perché accanto a te vivano persone che (OMG!) non sono nati nel tuo stesso paese?”

“Sì? Bene, allora sappi che il problema è la UE, le regole europee, gli eurocrati, gli stranieri ed il fatto che il Parlamento, espressione della tua sovranità, non conta più nulla (a parte, fare il bilancio, decidere la tassazione, indicare dove e come investire, organizzare la sanità, l’istruzione, comandare la politica estera, etc. etc.)”.

Quando queste parole si uniscono ad un sistema referendario senza maggioranze qualificate (come in altri paesi) e dei capitani di ventura pronti a cavalcare il consenso senza se e senza perché “alla fine, in politica, tutto s’aggiusta”, il risultato è la Brexit, il perfetto political-thriller in salsa britannica.

Quello che va avanti da 171 settimane e che doveva finire 7 mesi fa.


Nelle puntate precedenti

A metà ottobre, un po’ a sorpresa e non dopo ulteriori concessioni, il Regno Unito raggiunge un nuovo accordo di uscita (Withdrawal Agreement Bill o WAB) con l’Unione Europea. Al centro, la sostituzione del controverso backstop per l’Irlanda del Nord con lo spostamento del confine UE/UK nel Canale d’Irlanda.

Sabato 19 ottobre, l’accordo viene presentato ai Comuni per l’approvazione. L’obiettivo di Boris Johnson è quello della deadline del 31 ottobre e per raggiungerla decide di a) non rendere pubblico il documento – accadrà solo lunedì sera – e b) di procedere al voto prima della presentazione e discussione delle 68 leggi applicative necessarie a rendere il WAB operativo. 

Alcuni ex-parlamentari conservatori – i ribelli precedentemente espulsi a settembre dallo stesso Johnson – non si fidano di votare un accordo senza conoscerne i dettagli [loro, quelli gialloverdi lo fecero a dicembre dell’anno scorso, NdR]. Soprattutto, pensano che Johnson voglia causare il NoDeal qualora il governo non riuscisse a far passare tutta la legislazione necessaria per la sua attuazione entro il 31 ottobre.

Uno dei ribelli, Sir Oliver Letwin, presenta così un emendamento che obbliga il governo ad ottenere un’estensione dell’art. 50 dalla UE prima di votare il WAB. L’emendamento, grazie al voto dell’opposizione, dei ribelli e del DUP, passa: Johnson è sconfitto, ancora. 

La sera stessa, entro le 23 diceva l’emendamento, il Premier manda alla UE due lettere. Nella prima, formale, chiede l’estensione dell’articolo 50. Nella seconda, si scusa per l’ennesimo ritardo sottolineando come un’ennesima proroga sia controproducente. Ribadisce, infine, di esser certo di ottenere approvazione del WAB e relativa legislazione entro la deadline.

Simbolicamente, firma solo la seconda lettera.


E ora?

La UE comunica che l’estensione è possibile, quasi scontata, ma che dipenderà dai passi successivi del parlamento britannico. Forte della sponda con la UE, Johnson prova a inserire il voto sul WAB all’ordine del giorno, ma lo speaker John Bercow boccia la proposta. 

Il Governo protesta e intanto prepara la sua nuova mossa.

Si arriva, così, ad oggi, ovvero martedì 22 ottobre. Johnson entra ai comuni propone due votazioni. La prima sulla seconda lettura del WAB seguita da quella sulla timetable per far approvare tutta la legislazione attuativa… in tre giorni.

Qui inizia la battaglia parlamentare, forse quella finale, almeno per Boris Johnson. 

Partiti regionali (SNP e PC), i Verdi, l’Indipendent Group e i LibDems si dichiarano immediatamente contrari. Il DUP anche: per gli unionisti nordirlandesi, l’idea di un possibile confine interno al Regno Unito nel Canale d’Irlanda sarebbe inaccettabile. Per vincere Johnson ha bisogno non solo dei sui ribelli, ma anche di quelli laburisti.


Laburisti all’attacco

Il leader laburista Jeremy Corbyn boccia l’accordo come “peggiore di quello di Theresa May” e bolla il testo come “portatore di ulteriori deregolamentazioni ai danni dei lavoratori britannici”.

I laburisti voteranno No, ma non tutti sono d’accordo con il leader: un gruppo di ribelli è pronto a votare. Alcuni sono stati eletti in seggi pro-Brexit, altri sono favorevoli perché la seconda lettura porterebbe il WAB alle commissioni parlamentari, dove potrebbe essere emendato, anche a danno dei progetti del Governo. 

I deputati laburisti Phil Wilson e Peter Kyle vanno oltre presentando un emendamento per garantire ai cittadini britannici la possibilità di votare l’accordo o meno via Final Say, il secondo referendum.

Un gruppo trasversale di parlamentari, invece, presenta un emendamento atto ad obbligare il governo a perseguire, post-Brexit, un’unione doganale permanente con l’Unione Europea, proposta che potrebbe far deragliare l’intero processo di ratifica: mai ultras leavers come i segretari Gove e Rees-Mogg accetterebbero una clausola del genere.


La battaglia parlamentare

In aula infuria il confronto, non solo sul contenuto dell’accordo, ma, in gran parte, sulla timetable del governo. “Il governo” accusa dai banchi dell’opposizione Corbyn “intende forzare l’approvazione dell’accordo senza dare al Parlamento la possibilità di valutarlo in maniera esaustiva […] in 24/48 ore”. Questo, chiosa Corbyn, sarebbe solo uno “sgraziato tentativo di evitare ogni dibattito e scrutinio pubblico”.

Anche alcuni ribelli conservatori vedono nella timetable un’offesa alle istituzioni: l’agenda – sottolineano gli analisti britannici – rischia la bocciatura. Johnson ne è consapevole e contrattacca: qualora questo succedesse, il governo ritirerebbe il WAB proponendo nuove elezioni. L’obiettivo è uno: usare la paura per mettere pressione sui parlamentari ribelli di entrambi gli schieramenti.

Gli risponde il Cancelliere ombra laburista John McDonnell: “il premier minaccia nuove elezioni se il Parlamento chiedesse qualche giorno in più per esaminare il WAB, cosa deve nascondere”?

Già cosa?


Il WAB

Una domanda sensata perché in tutto questa partita a scacchi, in pochi, anche a Westminster (come hanno ammesso alcuni parlamentari Tories), hanno letto il WAB.

Il documento (qui il link) è lungo 115 pagine a cui se ne aggiungono 126 di note esplicative. Non è un accordo commerciale o chissà che altro: esso ha lo scopo di sancire status legale di tutte le altre leggi necessarie per l’attuazione della Brexit stessa.

Come quello di Theresa May, il WAB di Johnson stabilisce un periodo di transazione fra l’attuazione dell’art.50 la Brexit vera e propria. Durante questo periodo, formalmente, il Regno Unito rimarrebbe sotto le leggi europee. Nella migliore delle ipotesi, la transizione finirebbe a dicembre 2020, deadline per l’approvazione dell’accordo commerciale, ma può essere prorogato fino alla fine del 2022 su richiesta del parlamento con un voto da tenersi entro e non oltre la fine di giugno 2020. Da sottolineare che per il capo-negoziatore europeo Michel Barnier, raggiungere un accordo commerciale in meno di tre anni sarebbe “utopico”.

Il documento sottolinea, inoltre, che il Regno Unito si impegna a ottemperare al famoso “exit settlement”, ovvero a saldare la propria quota di budget europeo fino all’uscita vera e propria (ca. 39 mld di sterline), con grande scorno dei super-leavers alla Nigel Farage.

Infine, nelle 115 pagine è presentato il nuovo “backstop”, ovvero il sistema che, in mancanza di accordo commerciale, eviterebbe la creazione di un confine fisico fra UK e Irlanda, cosa che contravverrebbe agli accordi di pace del Venerdì Santo.

Il risultato? Come sottolineano i deputati del DUP, la regione aderirebbe alle leggi e regolamentazioni britanniche, ma, in pratica, si troverebbe in una de-facto unione doganale con la UE.



il voto

Alle 7 di sera, le 20 in Italia, i comuni vanno al voto. Il governo fa l’ultimo appello: “l’ora della vecchia politica è finita è il momento di chiudere la questione” dice il Segretario alla Giustizia.

Il primo voto, sul WAB, il governo vince: 329 a 299, 19 laburisti votano a favore del governo. Venti minuti più tardi arriva la doccia fredda, sulla timetable, Johnson è sconfitto: 322 a 308.

Mentre Corbyn propone al governo una timetable alternativa, il leader dello Scottish National Party Blackford invita al primo ministro “ad andare a Bruxelles e fare ciò che il Parlamento gli ha detto di fare: ottenere un’estensione dell’art. 50”.

Johnson è ferito e nel suo discorso finale esprime tutto il suo disappunto per il risultato della seconda votazione. Non parla di elezioni, rinnova il suo obiettivo di uscire entro il 31 ottobre, ma ritira il WAB: “il governo non può fare altro che prendere l’unica decisione responsabile e continuare i propri preparativi per il NoDeal: ora è compito dell’Europa decidere il da farsi”.


Un altra giornata di non-Brexit si conclude. Nonostante la piccata ripicca, anche stavolta la Brexit non accadrà e la UE garantirà la proroga almeno fino al 31 gennaio 2020. L’infinito thriller politico britannico, quello “spreco di tempo ed energie” come l’ha definito il Presidente della Commissione europea Juncker, potrà continuare.

To be continued…


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