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IVA forever: l’eredità negativa infinita del Governo Conte (e Di Maio)

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Tutti vorrebbero evitarne l’aumento a gennaio, ma nessuno vuol dire come: si parla di IVA, l’eredità negativa del Governo Conte.

Dimenticate i 5 (3) punti del PD, i 10 punti del M5S e la manovra “già scritta” da 50 mld della Lega. Dimenticate i peana di Di Battista e le convulsioni sul destino di Fico o Renzi. Qualunque governo vada al potere, sia esse 5 Stelle-PD, 5 Stelle-Lega, Centrodestra o PD-Lega [perché no? tanto vale tutto, NdR] e con qualsiasi voglia programma – realistico o meno – nulla potrà esser fatto nel paese senza aver risolto prima il nodo della Manovra 2020: l’IVA.

Magari evitando di scivolare nella propaganda.

Scusate, quindi, se interrompo l’interessante carosello del totogoverno e la reiterata santificazione non petita di Giuseppe Conte, ma il tema necessita un approfondimento e nel proporlo, occorre partire dai 10 punti presentati da Luigi Di Maio alla stampa dopo l’incontro al Quirinale con Mattarella. Un elenco di “desiderata bipartisan” atta ad ammansire i tifosi sul Blog delle Stelle, reiterare l’offensiva “alla Ka$tah” e garantire sopravvivenza elettorale al Movimento.

Ma prima i numeri dell’eredità sconsiderata lasciata dal Governo Conte.



IVA e miliardi mancanti

L’articolo 2 della Manovra 2019 istituisce un meccanismo automatico di aumento dell’IVA a partire da Gennaio 2020 progressivo per – almeno – il biennio 20/21. Non venisse abrogato quell’articolo, dal primo gennaio l’IVA ridotta aumenterebbe dal 10% al 13% e quella standard dal 22% a 25%. L’extragettito previsto dallo Stato sarebbe equivalente a circa 22/23 mld di euro, rispettivamente 8 per l’aliquota ridotta e 14 per quella standard.

Ulteriori 28 mld servirebbero poi, a fine 2020 per evitare l’aumento ulteriore dell’IVA – stavolta solo standard – del 2021.

Ai 23 mld dell’anno prossimo vanno aggiunti i 18 mld di mancate privatizzazioni del patrimonio pubblico iscritte a bilancio per il 2019 e che, finora, hanno fruttato un totale di euro zero: le aste non sono, infatti, mai state fatte.

41 mld di euro al netto delle spese di rifinanziamento del Reddito di Cittadinanza e di Quota 100 (fra i 12 e 15 mld, secondo le stime più ottimiste), più tutte le spese inderogabili e i vari adeguamenti al bilancio dovuti ad un “anno bellissimo” vissuto con interessi sui titoli ampiamenti sfavorevoli al paese.

Questi i dati, passiamo ai sogni irrealizzabili.


Il taglio

Punto 1: taglio del numero dei parlamentari (deve essere un obiettivo di questa legislatura e una priorità del calendario in Aula).

Stando alla legge in Parlamento, a Palazzo Madama si passerebbe da 315 a 200 seggi, alla Camera si passerà dagli attuali 630 a 400 deputati per un totale di 345 “poltrone” in meno ed un risparmio per l’erario di 50 mln l’anno.  Viste le cifre citate sopra, il nulla. Per il vicepremier, però, il taglio non sarebbe “solo una questione di soldi”, ma di semplificazione: abbiamo il numero più alto di parlamentari d’Europa e ne consegue un numero spropositato di leggi, spesso inutili”.

Stando ai confronti, come numero di parlamentari totali siamo al secondo posto in Europa dopo il Regno Unito, ma, nella rappresentatività dei parlamentari per abitanti, sottolinea Alessandro Parodi su Open, siamo in 24esima posizione per le camere basse con un deputato ogni 100mila abitanti e noni per le camere alta. Con la riforma passeremmo, rispettivamente, all’ultimo e penultimo posto: avremo il parlamento meno rappresentativo della UE.

Infine, non c’è nessuna attinenza fra lo spropositato numero di leggi italiane (300mila) e il numero di Parlamentari in quanto questo è correlato, al massimo, al mal costume italiano di legiferare tanto e male su tutto. Al netto, va detto, degli interessi dei singoli potentati di voto locale che, con la riforma, verrebbero semplicemente accorpati a livello macro locale.

La riforma, quindi, non sarebbe altro che uno slogan elettorale del tipo “lotta alla Ka$tah” tipica del populismo del 5 Stelle con ricadute zero sull’efficienza dello Stato. Lo ammette, a sua insaputa, lo stesso Di Maio “manderemo a lavorare gente che sta lì da vent’anni e finalmente potremmo avere un Parlamento più semplice”.

Un piccolo suggerimento: invece dei parlamentari, si potrebbe tagliare il numero di dirigenti apicali della PA, veri potentati di potere inefficiente che, quello si, rende lo Stato esageratamente complesso e basato sulle clientele.


Economia questa sconosciuta

Punto 2: una manovra equa che preveda stop all’aumento dell’Iva, il salario minimo orario, il taglio del cuneo fiscale, la sburocratizzazione, il sostegno alle famiglie, alle nascite, alla disabilità e all’emergenza abitativa.

La cornucopia del populismo concepita per fare l’occhiolino a “sinistra” con il salario minimo, ai “liberali” con il taglio del cuneo fiscale e a destra con il sostegno alle nascite. Uno zibaldone che comprende alcuni evergreen come l’emergenza abitativa e la sburocratizzazione (che non si vuole fare perché la PA equivale a elettorato e potere).

Primo appunto: il Salario Minimo concepito da M5S (e PD) attorno al 9/9.5 euro mensili è irrealistico secondo ogni ABC dell’economia che diventa sostenibile se compreso fra il 50 e il 70 percento dalla mediana del reddito pro-capite (11,32 euro l’ora). Per fare un confronto, la Francia garantisce un reddito minimo di 10,03 euro l’ora (il 74% del reddito mediano) e la Germania 9,19, il 54% della mediana. Noi non abbiamo la solidità economica della Germania e della Francia e per questo la cifra giusta sarebbe fra i 7 e gli 8 euro al mese, più alto che la Spagna (6,09 euro l’ora), ma idealmente sostenibile dal sistema paese (anche se il rischio nero non cambierebbe).



IVA forever

Sempre relativo al punto due: fare tutto quanto immaginato da Di Maio e NON aumentare l’IVA è impossibile, non solo per i parametri europei, ma per l’effetto boomerang che avrebbe sui nostri conti.

Non si può creare il Bengodi dello stato sociale senza avere un sistema economico, statale e produttivo efficiente e non si rende efficiente un paese se non si aggredisce la crescita asfittica del PIL. L’aumento dell’IVA, stante l’attuale sistema fiscale attuale basato sulla tassazione – alta – delle persone fisiche, si tradurrebbe in:

  • indebolimento potere d’acquisto dei salari;
  • contrazione domanda interna e crollo consumi;
  • recessione.

Evitare l’aumento significa reperire i fondi necessari, ma evitare che il problema continui a ripresentarsi è necessario ridurre il rapporto debito/Pil. La misura, infatti a questo serve: a mettere apposto i conti con l’extragettito.

Scartando ogni ipotesi di posticipare l’aumento al 2021 o frazionarlo, evitarlo senza tagliare ulteriormente sanità e scuola, significa reperire i fondi necessari da Quota 100 (leggasi: abolirla) e rimodulare il Reddito di Cittadinanza togliendo la “lotta alla disoccupazione” (peraltro lungi dal partire) integrandolo al REI. Questo al netto di una spending review che il Governo Conte ha annunciato, ma mai avviato.

Da segnalare come né Lega né PD abbiamo presentato modelli concreti per evitare l’aumento, ma ulteriori slogan.


Gli annunci

Punto 3: cambio di paradigma sull’ambiente, un’Italia al 100% rinnovabile.

Parole in libertà, belle, ma che richiedono fondi (e torniamo al punto di partenza) e soluzioni reali per riconvertire intere filiere produttive e migliaia di lavoratori specializzati, oltre a risolvere problemi come il sostentamento energetico e il trasporto su gomma. Ridurre il “Green New Deal” a uno slogan di due righe è forse la parte del discorso di Di Maio più assurda e l’ennesimo esempio dell’ambientalismo d’accatto del 5 Stelle.

Punto 4: legge sul conflitto di interessi e una riforma della Rai ispirata al modello BBC.

Vecchio cavallo di battaglia che si sente da decenni. Praticamente ogni partito sulla faccia della terra l’ha sostenuto fino alla salita a Palazzo Chigi: a chi sta al Governo, una RAI libera, evidentemente, non fa comodo.

Punto 5: dimezzare i tempi della giustizia e riforma del metodo di elezione del CSM.

Altra riforma sentita e risentita da anni e che era nel “Contratto di Governo”, ma non è stata neanche intavolata, nonostante fosse uno dei punti più condivisi con la Lega.

Punto 6: autonomia differenziata e riforma degli enti locali.

Altro slogan che piace alla Lega e agli elettori del Nord, la domanda che sorge spontanea è: ma nelle motivazioni della sfiducia mai votata a Conte, non c’erano proprio la resistenza del 5 Stelle a far passare la legge?



Altri annunci vuoti

Punto 7: legalità, carcere ai grandi evasori, lotta a evasione e traffici illeciti.

Un altro slogan che prende tutti: la legalità tanto cara all’elettorato grillino e – in altro modo – alla Lega, il carcere ai grandi evasori e la lotta all’evasione e ai traffici illeciti. Ovviamente senza uno straccio di idee visto che il Governo Conte, di lotta all’evasione, ne ha fatto ben poco (condonini) e che la lotta alla mafia sia sempre lasciata ai magistrati.

Punto 8: un piano straordinario di investimenti per il Sud.

Il ritorno della cassa del mezzogiorno, sempre e solo come slogan elettorale. Una proposta che viene da un partito che ha governato 14 mesi e approvato una manovra con totale 0 euro di stanziamenti reali al sud o politiche attive di uso efficiente dei fondi europei. Un punto su cui Di Maio si trova, però, d’accordo con Zingaretti che, venendogli incontro conia un nuovo termine: “l’investimento redistributivo” che tanto somiglia alla definizione originale – e insensata – del Reddito di Cittadinanza.

Punto 9: una riforma del sistema bancario che separi le banche di investimenti dalle banche commerciali.

Punto concepito come mero slogan politico e che è aria fritta. In Italia le banche d’investimento e quelle commerciali non sono unite e non usano i medesimi depositi. Una pura e semplice balla che, però, attira molto il voto del populismo massimalista di sinistra.

Punto 10: tutela dei beni comuni, scuola, acqua pubblica, sanità, revisione concessioni autostradali.

Mancavano gli slogan classici del MoVimento, a parte che:

  • dalla Manovra 2019 scritta anche dal 5 Stelle mancavano sanita e scuola;
  • non è che i due ministeri si siano distinti per l’attività in questi 14 mesi;
  • l’acqua, in Italia, è pubblica.

Riassumendo dieci punti dieci di puro populismo il cui scopo palese non è quello di mettere le basi per un programma realistico, ma di illudere e ammansire il proprio elettorato, tenendolo all’oscuro dei problemi: ovvero che nulla può essere fatto senza risolvere prima il problema dell’auemnto dell’IVA da 51 miliardi in due anni previsto nella “Manovra del Popolo”. Questo, non se sarà Conte o Di Maio il premier dovrebbe essere il punto su cui si presenta un’offerta di governo al paese.

Che il MoVimento rimanga, nel suo essere, un partito al 100% populista e pressapochista, ok. Il problema è di chi fa a gara per andargli dietro.

E ora, possiamo tornare tutti al totogoverno e a chiederci se Conte sì o Conte no.

 

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Il caffè e l’opinione

Comments 1

  1. Affascinante. Quid agendum? La crisi arriva e sarà durissima. In un contesto internazionale pessimo. Mi sembra che manchi una visione complessiva e articolata. Se in Europa se ne rielabora una dovremmo cercare di giocare la partita.

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