Italiani razzisti che amo – La lunga linea nera della xenofobia sovrana

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Quanto sono razzisti gli italiani? Lo sono sempre stati o siamo tutti diventati delle pecorelle del gregge del cattivismo?

Mentre sui mari iniziava l’ennesima scontro fra Matteo Salvini e Sea Watch (non fa più notizia, ma la nave ancora è in mezzo al mare, senza porto sicuro), Giorgia Meloni twittava:

“Dietro l’immigrazione incontrollata non c’è il tentativo episodico di persone che sperano di sbarcare in Europa. C’è un movimento organizzato che lavora per immettere nel mercato europeo migliaia di disperati come manodopera a basso costo. Non a caso Soros finanzia queste Ong”

Sostituzione etnica a scopo di ottenere manodopera a basso costo e Soros (banchiere del “Nuovo Ordine Mondiale” e ebreo), un post che riecheggia le invettive di Adolf Hitler sugli immigrati africani nella Renania. Nel frattempo, su Facebook, un utente mi postava in privato foto dei migranti, sottolineandone come “non sembrano per nulla denutriti” echeggiando il tenore dei post sotto il profilo di Sea Watch. A fronte di questo – e delle violenze al Cinema America o della Digos e la sua lotta agli striscioni – una domanda sorge spontanea: ma siamo sempre stati così o è tutta colpa di Salvini?

(Nota iniziale: l’argomento meriterebbe lo spazio di un libro o di una conferenza e non di essere limitato dal formato del blog; quanto segue, quindi, venga preso per quello che é, un “Opinione” che è lungi dall’essere saggio storico e documento scientifico, ma che ha il solo scopo di spingere a riflettere. Grazie.)


Del Razzismo diffuso

La risposta, soggettiva, del vostro scriba è semplice: sì, il razzismo e la violenza sono insite in parte della società italiana. Salvini non l’ha “create”, le ha solo “legalizzate” e rese, assieme agli alleati “di moda”. Non si tratta, infatti, solo di Lega e Fratelli d’Italia, il razzismo in Italia lo si trova anche nel M5S, olo che invece di essere esplicitamente etnico, diventa sociale.

Pensiamo al caso Radio Radicale, il cui salvataggio in extremis, è stato criticato da Luigi Di Maio come la Lega ed il PD che salvano “Radio Soros“, abbracciando le metodologie di propaganda “alla Orban”. O le ultime dichiarazioni di Alessandro Di Battista a Otto e Mezzo, che parlano del “diritto degli africani di non essere costretti ad andare via da casa loro”, frase che, nella migliore delle ipotesi, sottointende cause di sfruttamento, nella più “classica” il sempiterno Piano Kalergi declinato a sinistra, ovvero: la manodopera a basso costo.

Questo, ovviamente, senza citare il Senatore Lannutti e le sue tirate anti-Soros/Rotshild. Soros, il complotto della Finanza Globale di ispirazione massonica (e giudaica, ma quel termine non viene mai proferito) e l’uso dei migranti per motivi economici: stiamo parlando di un partito che alle ultime elezioni politiche ha preso i 33% dei consensi e di cui gran parte dell’elettorato, 3 milioni, alle europee ha votato la Lega.



La Lega storica

Affermazioni queste che in altri paesi basterebbero per far crollare partiti  costringendo chi le proferisce ad acrobazie dialettiche per salvaguardare faccia e voti. In Italia corrispondono, invece, al pensiero di buona parte dell’elettorato. E non da ora, da molti anni a questa parte. L’esempio principe è, appunto, la Lega, quella “Nord” del 1996-1999, la quale, dopo aver rotto con Berlusconi e magnificamente documentato dall’ottimo libro di Claudio Gatti I Demoni di Salvini (a presto una recensioni su This is Retro), stava muovendosi verso l’estrema destra dello spettro politico abbracciando l’anti-mondialismo ed i riferimenti al Grande Potere Economico mondiale come origine dell’immigrazione (Kalergi 2.0). In pratica, 20 anni fa, stava facendo quanto ha fatto il MoVimento 5 Stelle negli ultimi sei.

Quella Lega, pur depauperata di parte del suo elettorato semplicemente autonomista, ottiene, alle politiche del 1996, i 25,23% in Lombardia, il 18,22% in Piemonte, il 29,27 in Veneto e il 23,19% in Friuli Venezia Giulia. Alle europee del 1999, prende, rispettivamente, il 13,10%, il 7,8%, il 10,71 e il 10,13. Breve appunto, in quegli anni esisteva ancora Alleanza Nazionale capace di prendere 3 milioni di voti, soprattutto al sud. Scenderà ancora dopo aver riabbracciato Berlusconi e abbandonato, fino all’arrivo di Salvini, gran parte della propaganda di estrema destra. Il resto è storia recente e nazionale con la Lega “nazionale” che oscilla dal 19,21% della Campania  al 49,88% del Veneto.

Possibili che tutti questi elettori si siano scoperti razzisti dall’oggi al domani ispirati da Salvini? O siano così accecati dalla capacità affubulatoria del “Capitano” da far finta di non vedere?

Pragmaticamente, credo che la risposta giaccia nel mezzo. Per molti elettori il tema “razzismo” è, parafrasando, appunto, Salvini, “roba da libri di storia” esattamente come “comunisco e fascismo”. Che poi significa sdoganare la xenofobia facendolo uscire dall’orbita ideologica “classica” della destra per farlo entrare, citando sempre, Salvini, nel “buon senso” ammantandola di essere una risposta “comprensibile” ai “danni sociali del liberismo mondiale”.


Il salvinismo generazionale

Detto questo, si potrebbe desumere che sì, Salvini sia il responsabile della crescita del razzismo, dell’etnocentrismo, dell’identitarismo e di altre idee di estrema destra nel paese. Certamente lo è dal punto di vista della “legittimazione” dello stesso, ma, e ci vuole solo un po’ di memoria storica per capirlo, i temi e la retorica salviniana non sono “nuove”, dipendono da cose già sentite negli anni 90 o nei primi 2000, sia dalla politica che dalla gente comune ed è per questo che diventa di facile assimilazione: egli dice apertamente ciò che buona parte del suo elettorato già pensa.

Ancora una volta, i numeri ci vengono incontro. Secondo fasce di età, la Lega prende il 35% fra i nati fra 1946 e 1964 (Baby Boomers), il 37% fra i nati fra il 1965 e il 1979 (Generazione X), il 28% fra i nati fra il 1980 e il 1996 (Millenials) e il 38% fra i nati post 1997 (Generazione Z). Un consenso trasversale e che, Z a parte, ha anche delle forti componenti sociologiche: la Lega ha grande appeal sugli X [la mia generazione, NdA], ovvero quelli che più di tutti hanno sofferto il balzo avanti della globalizzazione e della tecnologia. Si tratta della generazione delle promesse non mantenute, spezzata in due fra  gli anywhere e i somewhere. Ovvero, fra chi – a volte battezzati Xillennials, altre volte Generazione Erasmus – ha vissuto positvamente l’apertura transnazionale della UE, le low-cost che hanno facilitato gli spostamenti e dei progetti di scambio studentesco e chi no.

Non a caso è la stessa generazione di Matteo Salvini e dela classe dirigente della Lega. Un dato che conferma quanto detto sopra: la Lega Salviniana non ha “inventato” né “incrementato” il razzismo, l’ha solo offerto come valvola di sfogo ad una platea sociale che percepisce la contemporaneità – fatta di contatti globali, iperconnettività, movimenti di persone, commistione culturale – come un’aggressione al proprio essere e prosperità.

In questo sì, il neorazzismo italiano di matrice salviniana si differenzia da quello precedente. Il primo, quello storico, era epidermico, popolare e, in molti casi, legata alla mai morta ideologia fascista/mussoliniana o direttamente (neofascisti/neonazisti) o indirittamente (l’africano come popolo diverso tipico della mentalità colonialista europea di gran parte del XIX e XX secolo). Il secondo incastona e giustifica il razzismo in un quadro ideologico più liquido dandogli come giustificazione morale non la pretesa dela superiorità razziale dell’italiano sull’altro (c’è, ma è più sopita), ma la difesa del sé, della cultura italiaca, da parte del mondialismo aggressore.



La questione albanese

Tutto questo, però, non potrebbe esistere se nella società italiana non ci fossero già le basi del razzismo stesso come ampiamente dimostra la storia recente del paese. Basta pensare al razzismo anti-meridionale che si sviluppò nelle grandi città del nord negli anni 50 e 60 (curiosità, la Stampa di Torino del 1961 parla di 800 mila meridionali arrivati nel Nord dal 55, esclusi i “non residenti e i clandestini”, ovvero i non iscritti alla liste anagrafiche, interessante). Le storie, anche orali, di cosa sia stato quel periodo sono ancora vive, ma senza andare troppo nel passato, l’esempio poù recente è più probante: la migrazione albanese.

Non si tratta di fenomeni di 60 anni fa, ma di 28, verificatesi durante l’adololescenza o pubertà di quella generazione che ora vota in massa Salvini.

“C’è il proposito [da parte dei sindaci delle località turistiche] di cheidere lo stato di calamità naturale: i danni provocati dagli albanesi – sostengono – vanno considerati come la siccità o la mucillagine”. Era il Corriere della Sera del 18 giugno 1991. “Diecimila profughi all’assalto – Navi dall’Albania sfondano il blocco, Brindisi invasa da una marea di disperati” diceva ancora il moderato corriere l’8 marzo.

Sempre in quei giorni, la Presidente della Camera Irene Pivetti dichiarava che gli albanesi “andrebbero ributtati in mare” e Bossi, nel 1997, associava i “sassi dal cavalcavia” con l’arrivo degli stranieri: “cose come queste accadano quando un popolo è colonizzato”. Forse il Senatur non lo sapeva, ma aveva appena inaugurato la pratica del nesso “il crimine è sempre colpa dell’immigrato, direttamente o indirettamente” che è alla base del neorazzismo che stiamo raccontando. L’Italia di allora era ancora un paese etnicamente omogeneo, realtivamente da poco diventato “ricco” e per quell’Italia – ancora lungi dall’abbracciare l’anti-islamismo – gli albanesi erano il diverso, quello che ti lavava i vetri o “bivaccava nelle stazioni e nei giardinetti”, citando una live di Salvini del 2016 dedicata ai migranti africani.

Erano il “male”, quelli che “ti rubavano in casa” e venivano trattati come tali: emarginati e socialemente ostracizzati. Nota bene, molti furono gli italiani che allora come oggi si opposero al “cattivismo” del governo, ma è solo parte della realtà. Il bicchiere mezzo pieno, o mezzo vuoto come lo si voglia vedere.

Frasi che quegli elettori della Generazione X sentivano in età formativa, magari poi ripetuti da genitori, amici, maestri e professori.



La bossi fini

Dalla migrazione degli albanesi – e dall’Africa del Nord – di quegli anni nacque la Turco-Napolitano, ma, soprattutto, si mettono le basi per il supporto popolare che ha portato alla Bossi-Fini.

La legge che, si può dire, è la responsabile di gran parte dell’odio anti-migranti in Italia. Nata per “restringere” l’accesso legale al paese codifcato dlala Turco-Napolitano, la Bossi-Fini è quello che é: una legge ideologica, atta a rafforzare l’immagine “etnica” dei due partiti coinvolti. Negli anni ha prodotto un solo risultato: trasformare in clandestino chiunque arrivi in Italia – sia via mare, che in aereo con solo visto turistico – se non in possesso di un lavoro. Più clandestini, più percezione di inisicurezza, maggior carburante per la propaganda anti-migranti dell’allora AN (ora FdI) e della Lega.

Una legge che è sopravvissuta al Berlusconi II, al Prodi II, a Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Il motivo? Il timore – confermato dai sondaggi – di perdere voti  in quello strano centro-moderato italiano che non riesce ad abbandonare le suggestioni di particolarismo etnocentrico che risalgono, ancora, ai primi decenni del XX secolo.


Storia a parte, del razzismo italiano è stato analizzato dal Pew Resarch. La ricerca dimostra come l’Italia, fra i quattro paesi più sviluppati d’Europa sia quello meno tollerante. il 55% degli italiani avrebbe un’opinione molto negativa dei rom (altro cavallo di battaglia dell’estrema destra e normale valvola di sfogo del razzismo) contro il 5% dei tedeschi, il 12% degli spagnoli e il 18% dei francesi.

Idem per i musulmani, dove l’opinione molto negativa è condivisa dal 31% degli italiani contro il 16% degli spagnoli, il 7% dei francesi e il 4% dei tedeschi. Un razzismo insito, quindi, nella cultura italiana. Che sia per ignoranza pura o per predisposizione culturale o un mix delle due poco importa, come diceva Umberto Eco “l’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili” ed il neorazzismo ne é una prova soprattutto perché riesce ad abbracciare sia il “fiero” militante di destra che il medio-borghese dalle idee economiche ” di sinistra”  fino ad arrivare, caso dei rossobrunati, agli pseudomaxisti alla Fusaro.

Come detto in precedenza, un fenomeno trasversale a cui ha certamente contribuito la propaganda dei social e la percezione degli effetti e delle cause della crisi del 2011-2013, ma che non sarebbe mai stata così diffusa senza le necessarie precondizioni storiche e sociali.

 

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