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In Italia lo slowdown diventa recessione perché abbiamo paura di cambiare

L’Italia decresce, i problemi sono gli stessi da 30 anni e le soluzione pure, solo che facciamo spalluce e andiamo al macero.

“Il popolo italiano è stato paziente e disciplinato […]. Per anni gli italiani hanno fatto propri i principi economici fondamentali predicati dal cosiddetto ordine liberal-democratico”. Parole e testi del Premier Conte, pronunciate a Davos il 23 gennaio 2019.

Il succo, detto così o detta alla Salvini/Bagnai, è sempre lo stesso: l’Italia vuole scendere, tornare indietro, verso i favolosi anni della crescita supportata dalla politica a botte di deficit. Perché quando non hai idee per il futuro il passato è sempre rassicurante. Questa l’Italia che vuole la maggioranza di Governo, ma voi che Italia volete?


Mito contro realtà

Lo chiedo perché quello che, negli altri paesi, è una critica protezionistica, spesso nazionalista, a tratti idiotica della globalizzazione, in Italia sembra essere diventato – se Conte avesse ragione – un rifiuto generalizzato della contemporaneità. Un atteggiamento trasversale a governo e opposizione come si evince da alcune esternazioni di Calenda [ma non era uno degli alfieri del neoliberismo? NdR] o nel programma elettorale di Nicola Zingaretti.

Diverse nuance per dire, in concreto, la stessa cosa: se l’Italia va male è colpa/responsabilità della globalizzazione, a cui potete poi aggiungere aggettivi in libertà quali “neoliberista”, “liberista”, “turbocapitalista”, “ordoliberale”, etc.

Questa la radice comune e, allo stesso tempo, la balla su cui si basa una retorica ben nota al paese atta a eludere la verità. Se l’Italia è in questa situazione di crisi costante e permanente la colpa non è dei poteri forti internazionali, degli speculatori finanziari o qualche forma di “spectre” globale, ma degli italiani stessi, di chi li ha governati e di chi ne ha diretto le imprese principali.


La recessione

Partiamo dalle notizie recenti. Secondo l’OECD, noto anche come OCSE, agenzia che monitora i 30 paesi più ricchi al mondo, il 2019 vedrà l’Italia (de)crescere dello -0.2%, quindi ben al di sotto dell’1% stimato dal Governo a dicembre, dello 0.6% di Bankitalia di gennaio e al più recente 0.2% stimato della Commissione Europea. Peggio di noi, fra i paesi monitorati, fanno solo l’Argentina – la quale però migliora dal -2.5% arrivando a -1.5%) e la Turchia, che affonda a -1.8%, a causa, anche, delle politiche monetarie pseudo-sovraniste di Erdogan. Nell’Eurozona, la Germania passa dall’1.3% allo 0.7% di crescita, mentre rimane stabile la Francia che dall’1.6% passa allì’1.3%.

Questo vuol dire per arrivare all’1% dovremmo inanellare tre trimestri di crescita allo 0.8%, 0.3% per arrivare, invece, allo 0%. “Colpa del rallentamento mondiale” obietteranno alcuni, magari dando la colpa alle “politiche neoliberiste del governi precedenti che ci hanno portato alla crisi”, ma non è proprio così.

Sicuramente lo slowdown della crescita mondiale è dovuto alla contrazione del commercio globale, il quale, dopo i picchi del 2017, si è totalmente arenato, ma il fatto che questo diventi per noi la causa di una recessione dipende dalla debolezza strutturale.



Il problema italiano, in breve

Perché l’Italia decresce mentre gli altri rallentano? La risposta è molto complessa, ma si può semplificare nel fatto che il nostro sistema socio-economico e produttivo è, nella sua parte principale, ancora quello degli anni 70/80 e non dissimile da quello che è stato, finora, quello cinese.

Pechino, avvisano economisti come Michele Boldrin – studioso della crescita – e  Lorenzo Bini Smaghi, sta riformando, pesantemente, il proprio modello produttivo. Nei fatti, la Cina di oggi è, su scala molto più grande, quello che era l’Italia di allora, un paese di recente industrializzazione che rincorreva il suo posto fra le potenze economiche del pianeta mediante investimenti infrastrutturali e l’inurbamento di grandi coorti demografiche di origine agricola. Conclusasi questa rincorsa, la Cina, come il Giappone negli anni 80 (e in piccolo l’Italia), sta tentando di aumentare la produttività, aumentare il potere di acquisto dei salari e struttuare la domanda interna.

Esattamente quello che la Commissione Europea ci chiede di fare da, almeno, gli anni 90: riformare strutturalmente il paese per tornare a crescere aumentado, appunto, la produttività. E noi sono 30 anni che non lo facciamo ed è per questo che il combinato disposto della crisi del settore automobilistico tedesco – da cui dipende gran parte del nostro di export – e lo slowdown cinese è la crisi dell’Italia.


Il peso della produttività

Sovranisti a parte, per il quale la causa sarà in qualche modo sempre esogena (il cambio fisso, l’Euro stesso, le regole europee), le mancante riforme sono, nei fatti, un problema tutto italiano ed il loro peso è direttamente quantificabile. Non solo, si può esattamente capire quando tutto ha cominciato a declinare.

Negli anni 80, dopo decenni di crescita, la nostra Total Factor Productivity (TFP), la misura della crescita del prodotto interno lordo dovuta al progresso tecnico e alle riforme strutturali dell’economia, relazionata al potere di acquisto dei salari, si è prima fermata e poi, dal 2000 in poi ha cominciato a declinare. Il confronto con la Germania nel grafico qui sotto lascia poco spazio alle interpretazioni. Il risultato è stato l’asfittica crescita del paese, l’aumento del debito, la contrazione salariale e l’impoverimento della classe media.

La causa principale di questo fallimento è da ricercarsi in quello che è uno dei grandi mali del paese: la partitocrazia.


Total Factor Productivity per potere di acquisto (1 = USA) di Italia (linea rossa) e Germania (linea blu) a confronto, notare la crescita progressiva italiana fino al 1975-1980, la stagnazione e, infine, il declino. Fonte FRED/Università di Groningen.


Errori passati e presenti

Almeno dagli anni 60 in poi, come argomenta l’economista Aldo Rustichini, agli anni 80,  la crescita economica italiana è stato il risultato di un’economia fortemente dirigista dominata più dagli interessi dei singoli partiti piuttosto che da vere motivazioni economiche. Questo non vuol dire che non ci fossero impreditori, ma che l’establishment democristiano, nello strenuo tentativo di mantenere la pace sociale a fronte di una crescita anche irruenta, abbia fatto un uso discrezionale della politica economica individuando in certi imprenditori e settori produttivi – conseguentemente supportati – i propri “grandi elettori”.

In pratica, la negazione di qualsiasi principio liberale e concorrenziale.

Quando la nostra rincorsa ci porta al traguardo, il Governo PSI-DC invece di puntare, come provano a fare i cinesi, sulla produttività, cerca di perpetrare il sistema anche perché impegnato in una lotta tutta politica fra il nuovo che avanzava – Craxi – e il vecchio che non voleva cedere – la DC. Il risultato di questa lotta fatta a botte di denaro pubblico è stato l’aumento coordinato sia della spesa che del debito arrivando a cristallizzare, come un’eterno incompiuto, il capitalismo italiano.


I problemi, oggi

Negli anni 90 e poi nel 2000, a causa a) del malgoverno del Centrodestra e b) dell’incapacità del centrosinistra di offrire un’alternativa perché bisognava arginare il nemico, la situazione si è incancrenita, gli interessi sul debito sono sempre aumentati e la crisi del debito del 2008-2011 non ha fatto altro che affondarci. I Governi hanno fatto poco o nulla per liberaralizzare alcuni settori per incentivare la concorrenza, il complicato impianto della burocrazia italica rimane ancora in piedi e i soldi pubblici, si tratti di Alitalia, delle Banche o di qualsiasi azienda privata, sono sempre la soluzione.

Però si urla contro il “liberismo” e i principi “liberal-democratici”, nonostante una spesa pubblica al 49%, un debito enorme e il costante intervento dello Stato in ogni aspetto della vita economica del paese, oltre ad una tassazione vicino al 50%, siano l’antitesi stessa del libersimo, neo, paleo o ordo che sia.

Fermatevi un attimo e chiedetevi: ha senso imputare le colpe di un sistema ancora fortemente corporativo, statalista e dirigista al liberismo? E andare a dirlo a Davos?

Il problema della non crescita del paese rimane relegato a piccoli circoli intellettuali e i partiti, siano essi Lega, FI, PD, M5S o FdI, si limitano a recitare più o meno la stessa formuletta magica: per crescere ci vuole più intervento statale. Del taglio del cuneo fiscale, di cui si parla dal 1994, non si hanno notizie.



Come ne usciamo?

La cosa più assurda è che, soprattutto per chi è stato tanto all’estero come il vostro scriba, tutto questo pare andar bene alla maggioranza degli italiani. Viene così logico cominciare a dubitare che buona parte del paese sia realmente convinta che i problemi siano solo esogeni, che noi si sia vittime inconsapevoli di un complotto [giudo-plutaico-massonico? NdR] che vuole fermare l’avanzata della “corazzata Italia” e che invece che di sana concorrenza avremo bisogno di autarchia commerciale, sovranità monetaria, discrezionalità rispetto alle regole europee, nazionalizzazioni, decrescita felice etc.

Ovvero, di quelo che facevamo negli anni 80, quando la disoccupazione è cresciuta fino al 14% e il deficit rimane stabilmente sopra il 10%.

Invece, a fronte della contrazione internazionale, continua il già citato rapporto OCSE, la soluzione, per i paesi dell’Eurozona e l’Italia prima fra tutti, sarebbe quello di riformare il proprio sistema produttivo. Lo potranno fare con semplicità i paesi a basso debito pubblico (l’Olanda), i paesi che lo hanno contratto negli ultimi anni (la Germania) e, magari in maniera più lenta, coloro il cui debito viene considerato stabile e contenibile (tipo la Spagna).

Caratteristiche queste che mancano, per le ragioni citate sopra, al nostro paese. Inutile dire come né il Reddito di Cittadinanza né Quota 100, le “riforme” che dovrebbero far ripartire il paese secondo la formuletta ‘+deficit =  + crescita’, vengano prese in considerazione dall’OCSE come fattori positivi, ma oramai pare dello stesso avviso il premier Conte. Rispondendo ai cronisti in merito al rapporto, infatti, non cita i famigerati moltiplicatori delle due misure chiave del governo, ma, piuttosto, annuncia, quantomai vaghe, “riforme sociali, economiche e giuridiche” che sarebbero in cantiere.


Il debito che ci pesa addosso

Ricapitolando, il commercio globale, su cui si basa quel poco di crescita che l’Italia ha avuto negli ultimi anni (vedi il 2017), è in crisi, per uscirne bisognerebbe fare riforme, ma il nostro debito elevato, la sua sostenibiltià e il nostro propendere per spendere ancora di più, non ci permette di avere lo spazio di manovra per farlo. A questo aggiungiamoci pure che il Governo non sembra sapere cosa si intenda per “riforme strutturali” e siamo davanti ad un immenso problema.

Che fare allora?

Riprendere a crescere, dicono in coro Carlo Cottarelli, Michele Boldrin e lo stesso Bini Smaghi. Solo che, come ammonisce Francesco Cancellato su Linkiesta, per farlo dobbiamo non essere più l’Italia e smettere di pensare che esista una formuletta magica che ci porti fuori dal pantano in cui siamo senza rinunciare a qualcosa. Abbiamo bisogno di verità e di un bagno di realtà, solo così possiamo ripartire e puntare forte su innovazione e sviluppo.

Tutto passa dal ridurre lo spread che influenza negativamente il costo del nostro debito – limitando le possibilità di riforma della macchina statale – e l’accesso al credito da parte delle aziende limitando i nuovi investimenti. Mettere i conti in regola sarebbe la priorità perché di quei circa 250 punti, 100 sottolineano gli analisti, sarebbero dovuti all’incertezza dei mercati sulla reale intenzione del Governo di tagliarlo il debito (confermata dalle affermazioni di Salvini e Di Maio contro la manovra correttiva).

Poi bisognerebbe smettere di impelagarci in conflitti inutili con la UE: 50 punti, infatti, sarebbero da collegare alla polemica Euro Sì/No portata avanti, fra gli altri, dai consulenti economici di Matteo Salvini. A quel punto avremmo un po’ di spazio di azione per operare le fantomatiche riforme, sempre che le si voglia realmente farle.



la domanda

Torniamo così alla domanda iniziale: che Italia vogliamo veramente?

Attualmente siamo un paese che invecchia – male – e declina economicamente, in cui i giovani – laureati o no – emigrano come negli anni 5o: nel 2017 sono stati ben 285 mila. Dati che ci collocano all’ottavo posto al mondo per migranti, prima dell’Afghanistan – che rimane un paese in guerra civile – e subito dietro al Messico, il paese i cui migranti sono visti da Donald Trump come la fucina di ogni male.

Noi, quelli che abbiamo paura dei migranti, quelli che diciamo aiutiamoli a casa loro, siamo un paese, di nuovo, di migranti e questo perché aprire un’attività propria rimane una vera odissea, trovare un lavoro significa ‘avere agganci’ e la meritocrazia vale se sei legato al partito/politico/funzionario/faccendiere/imprenditore giusto. Per il resto arrangiati e meno male che c’è la famiglia che ti supporta.

Eppure continuiamo a negare questi problemi palesi, dicendo che non è colpa nostra, ma di qualcuno, di solito gli ultimi che hanno governato o gli eurocrati o Soros, senza mai neanche chiederci che diamine stiamo dicendo? Perché la colpa, cari connanzionali, è nostra: siamo noi che ci rifiutiamo stoicamente di accettare che non possiamo continuare così. Non possiamo risolvere tutto a botte di intervento statale o rifiutando la logica economica. Detto con un esempio: non possiamo salvare capra e cavoli, non possiamo tenere per anni lavoratori ingabbiati in cassintegrazione straordinaria nella speranza che l’azienda si riprenda.

Non possiamo fare così e illuderli con il Reddito di Cittadinanza. Non possiamo sperperare le risorse per mettere toppe qua e là quando è l’intero paese che traballa. Non possiamo andare avanti così.


Siamo un’Italia volutamente minuscola, quasi meschina, prima di tutto con se stessa. Un paese che, in Europa, urla al “ce l’hanno tutti contro di noi”, e poi i nostri Ministri non vanno alle riunioni europee. Ci lamentiamo dei trasferimenti alla UE e poi non siamo capaci di usare i fondi in maniera efficiente (e li restituiamo). Ci lamentiamo degli accordi fra Francia e Germania e poi quando essi ci propongono qualcosa, gli voltiamo le spalle rincorrendo chimere polacche, ungheresi o russe.

Avete presente il trattato di Aquisgrana fra Germania e Francia, quello che sancisce il grande “asse”? Macron ne stava siglando uno simile con l’Italia durante il Governo Gentiloni, ma il Governo Conte ha prima congelato le trattative e poi abbandonato il progetto, senza neanche un comunicato ufficiale.

Vogliamo reamente rimanere questo paese o, finalmente, vogliamo tornare a contare?

Se sì, allora ricordatevi che si parte da cambiare prima la nostra testa, poi possiamo anche riformare questo paese.


Nota: l’OCSE produce previsioni legate a) al quadro macroeconomico mondiale e b) alla legislazione in essere nei paesi analizzati. Nel caso specifico, l’OCSE analizza gli effetti del DEF italiano e gli altri provvedimenti del governo. Il risultato, come detto, è un -0.2% di (de)crescita ben poco felice.

Nota ulteriore: breve riposta a chi tirerà fuori il debito giapponese: il Giappone ha un debito più alto, però incardinato all’interno delle istituzioni nipponiche e con un livello di tassazione attorno al 20%, quindi gli basta alzare le tasse per diminuirlo. Noi abbiamo un debito in mano alle banche, quindi influisce sul risparmio privato e abbiamo una tassazione reale che è più del doppio di quella giapponese.


il caffè e l’Opinione

Comments 1

  1. Condivido totalmente !! Il problema essenziale è appunto: cambiare prima la testa; una fatica di Sisifo.

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