Italexit a piccoli passi o strategia della tensione? Questo è il problema

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Un fantasma si aggira per il paese, si chiama sovranismo, è una forma di nazionalismo e punta ad una cosa: l’Italexit.

Il 24 giugno, mentre era già in corso l’odissea di Sea Watch, la Banca Centrale Europea ha pubblicato, richiesta a quanto è dato intendere, dalla Presidenza della Camera, il proprio parere su due proposte di legge del Parlamento italiano riguardanti, nello specifico a) la struttura proprietaria di Banca d’Italia e b) la proprietà delle sue riserve auree.

La prima Proposta di Legge a firma di Giorgia Meloni riguardava le “Norme per l’attribuzione a soggetti pubblici della proprietà della Banca d’Italia”. La seconda, a firma del leghista Claudio Borghi, reca il titolo di “Interpretazione autentica dell’articolo 4 del testo unico delle norme di legge in materia valutaria”.

Entrambe le proposte rientrano in quel quadro di dettami sovranisti – ma possiamo oramai chiamarli nazionalisti o nazional-socialisti – che predicano il ritorno alla totale sovranità monetaria del paese  (Italexit) allo scopo di far ripartire occupazione e crescita mediante la cosidetta monetizzazione del deficit e del debito. Come negli anni 70-80 per capirsi. Sull’assurdità economica a breve, medio e lungo termine  di tale correlazione abbiamo già scritto– leggi qui e qui – e ci torneremo grazie al materiale di Liberi Oltre, ma la questione è anche giuridica in quanto interessa la nostra partecipazione all’area euro e, essendo nel nostro caso una condicio-sine-qua-non, all’Unione Europea.

Per questo motivo pubblichiamo qui il parere di Paolo Cecchi, avvocato genovese specialista di diritto societario, bancario e finanziario.



Premessa

Il legislatore nazionale pare negli ultimi mesi particolarmente interessato ad intervenire su vari aspetti attinenti al funzionamento e all’organizzazione di Banca d’Italia.

Da un lato proponendosi di intervenire sulla governance della banca centrale sottraendo alla stessa il potere di modificare il suo statuto ed attribuendo la nomina dei componenti del Direttorio a Governo e Parlamento (ddl Senato avente ad oggetto “Modifiche dello statuto e degli organi della Banca d’Italia” ), dall’altro interferendo sulla competenza in tema di politica monetaria riservata all’Unione e alla BCE dal Trattato di Funzionamento dell’Unione  (la vicenda dei minibot).

Due ulteriori tasselli sono rappresentati dall’intervento sugli assetti proprietari di BdI (proposta Meloni, va precisato al momento non sostenuta dalla maggioranza), e sull’interpretazione delle norme relative alla proprietà delle riserve auree (e valutarie) della Banca Centrale.

Tutti interventi che, quanto meno nella rappresentazione fornita direttamente ed in più occasioni da Borghi, costituiscono passaggi di un iter che possa mettere in condizione il Paese di affrontare uno scenario di Italexit.


La Proposta Meloni

La proposta di legge Meloni lamenta che trai partecipanti al capitale della Banca d’Italia vi siano soggetti privati (qui l’ultima rilevazione ) per lo più banche e assicurazioni private la cui “nazionalità non è più difendibile a priori, con la conseguenza che la Banca d’Italia potrebbe in futuro diventare a maggioranza di azionisti esteri, quindi non solo privata ma anche a proprietà straniera”.

L’articolato della proposta di legge prevede quindi che “le quote di proprietà della Banca d’Italia detenute da soggetti privati sono acquisite dal Ministero dell’economia e delle finanze al loro valore nominale”.

A questo, la proposta, con enfasi patriottica, aggiunge che “tutta la ricchezza accumulata dalla Banca d’Italia è degli italiani e qualunque sia il suo valore effettivo, essa deve ritornare in possesso pubblico”.

La bocciatura è senza appello. Quanto alla titolarità delle partecipazioni in Banca d’Italia, BCE fornisce una risposta diretta affermando che la ‘ownership’ delle singole Banche Centrali Nazionali (BCN) afferenti al Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC) è determinata autonomamente dai singoli paesi membri. Come tale, essa non è soggetta alle norme del  Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, fintanto che tale struttura proprietaria “rispetti interamente, e non metta in discussione, il principio di indipendenza della Banca Centrale stabilito dall’articolo 130″ del suddetto Trattato e le singole norme degli altri che regolano le attività di SEBC.

Uno degli aspetti più divertenti della Proposta Meloni consiste nel fatto che “[…] le quote di proprietà della Banca d’Italia detenute da soggetti privati sono acquisite dal Ministero dell’Economia e delle Finanze al loro valore nominale, stabilito dall’articolo 20 del regio decreto-legge 12 marzo 1936 […]” quindi non al loro valore nominale attuale di 25.000 euro per quota di partecipazione, ma a quello del 1936: mille lire equivalenti a 51,64 centesimi di euro.


Le conseguenze

Tale rideterminazione del valore nominale delle partecipazioni, sottolinea la BCE, oltre a confliggere con i principi della nostra Costituzione, quali ad esempio il diritto di proprietà, risolvendosi in una sostanziale espropriazione, “potrebbe avere effetti negativi sulla capitalizzazione dell’intero settore bancario italiano” andando, ovviamente, a impattare le banche più esposte, nello specifico, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Caribo, Generali (4,61%) e, caso non trascurabile, la stessa Carige, oggetto nei mesi scorsi di un discusso intervento di salvataggio statale.

Senza contare, e qui si giunge al paradosso, che a partire dal 2015, in ottemperanza alla previsione per cui i soggetti privati avrebbero dovuto ridurre la loro partecipazione in Banca d’Italia al di sotto della soglia del 3%, le più importanti casse previdenziali – enti senza scopo di lucro con personalità giuridica di diritto privato – hanno acquistato da banche ed assicurazioni quote rilevanti del capitale di Banca d’Italia.

Ad esempio ENPAM, l’ente previdenziale dei medici, nel 2015 (si veda qui nota integrativa al bilancio 2015) ha acquistato 9.000 quote di partecipazione di Banca d’Italia per il corrispettivo complessivo di 225.000.000 (da Intesa San Paolo n° 5.388 quote al prezzo complessivo di € 134.700.000; da Unicredit SpA n. 2.808 quote al prezzo complessivo di € 70.200.000; da Assicurazioni Generali SpA n. 804 quote al prezzo complessivo di € 20.100.000). Le conseguenze dell’approvazione della proposta di legge sono immaginabili.

Per tutti questi motivi è da ritenere che la proposta di legge difficilmente avrà un seguito in sede parlamentare.



La Proposta Borghi

Se per la proposta Meloni la bocciatura è secca, ben più interessante ed articolato, invece, è il giudizio sul Progetto di Legge Borghi. Ad avviso dei proponenti la normativa vigente, italiana e europea non appaia “sufficientemente esplicita nel sottolineare la permanenza della proprietà delle riserve auree” in capo allo Stato.

La proposta di legge prevede che la norma debba interpretarsi “nel senso che la Banca d’Italia gestisce e detiene, ad esclusivo titolo di deposito, le riserve auree, rimanendo impregiudicato il diritto di proprietà dello Stato italiano su dette riserve, comprese quelle detenute all’estero”. Definire la titolarità della proprietà delle riserve auree in capo allo Stato, è, però, sostanzialmente inutile.

La BCE premette che “ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, lettera c), del Trattato, l’Unione ha competenza esclusiva nel settore della politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro. L’articolo 127, paragrafo 2, terzo trattino, del Trattato dispone, in particolare, stabilisce che uno dei compiti fondamentali da assolvere tramite il SEBC è di detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri. L’articolo 130 del Trattato garantisce l’indipendenza delle BCN, compresa la Banca d’Italia, e della BCE nell’assolvimento dei loro compiti inerenti al SEBC”.

L’aspetto, fra gli altri, che assume più rilievo è l’assoluta indipendenza di BCE e delle Banche Centrali nazionali, Banca d’Italia inclusa, nell’assolvimento dei compiti di detenzione e gestione delle riserve, i quali devono essere sottratti a qualsiasi interferenza dei governi dei singoli stati membri. In questo quadro, il fatto che Banca d’Italia detenga, come indica la proposta di legge, “ad esclusivo titolo di deposito” le riserve sembra limitare (se non addirittura escludere) il potere della stessa di adottare decisioni indipendenti relativamente alla detenzione e gestione delle stesse, necessarie per l’assolvimento dei propri compiti ai sensi dei Trattati. La BCE suggerisce, non a caso di eliminare tale passaggio e di inserire un espresso riferimento alle disposizioni degli articoli 127, paragrafo 2, e 130 del Trattato nonché, inoltre, all’articolo 31 dello Statuto del SEBC.


Italexit?

A ben vedere il parere BCE mira a riaffermare la totale e piena autonomia e indipendenza di Banca di Italia nel gestire e disporre delle riserve, nell’esclusiva osservanza delle disposizioni del Trattato e degli obblighi derivanti dalla partecipazione al SEBC. Richiamati tali paletti della normativa sovranazionale e i vincoli di destinazione delle riserve, BCE resti del tutto indifferente alla volontà del Parlamento di precisare che la proprietà delle riserve è dello Stato, posto che tale diritto risulterebbe del tutto svuotato delle sue prerogative tipiche.

A differenza di quanto sostenuto in alcuni primi commenti (si veda ad esempio Reuters ripreso da New York Times ) e nell’entusiastica quanto affrettata accoglienza del parere da parte di Claudio Borghi, la BCE, lungi dal dare luce verde alla proposta di legge, riafferma la prevalenza dei trattati e l’incompatibilità rispetto agli stessi di qualsiasi deviazione diretta a sottrarre le riserve alla loro destinazione nonché di qualsiasi operazione funzionale a sottrare alla Banca d’Italia totale autonomia e indipendenza anche nella gestione delle riserve.

Quanto alle reali ragioni che hanno spinto l’attuale maggioranza a depositare la proposta di legge, alcuni osservatori, in particolare il Prof. Riccardo Puglisi, sottolineano come questa sia funzionale, non tanto ad una gestione di breve termine del disavanzo pubblico (utilizzare l’oro per ridurre il debito), quando piuttosto ad una possibile uscita dall’Euro: il tema sarebbe quello del saldo dei debiti del nostro paese nel sistema Target 2 in caso di Eurexit. Del resto lo stesso Claudio Borghi in un tweet del 4 febbraio 2014, con il tono pacato che lo contraddistingue, scriveva “MA SVEGLIA!! Bankitalia ha debiti vs. BCE tramite TARGET2, se oro diventa SUO la BCE se lo può prendere!! Se è in gestione NO!”.



Questo quanto sostiene l’avvocato Cecchi e, con lui, altri commentari. Si tratta, peraltro, di norme risapute il che ci porta direttamente ad una domanda: perché Borghi e gran parte del gruppo leghista si sono prodigati nel produrre tale Proposta di Legge?

La risposta è, come sempre, una: Italexit, ovvero l’uscita dell’Italia dall’euro. Seguendo quanto predicato da anni da Alberto Bagnai e Claudio Borghi o a quanto enucleato dal sempiterno “Piano B” di Scenari Economici presentato da Paolo Savona, la proprietà delle riserve auree non è che uno dei piccoli passi necessari per arrivare all’uscita dall’euro e il suo scopo non è che l’asservimento totale di Banca d’Italia ai voleri del Governo permettendo alla stessa di a) stampare ad libitum e b) monetizzare il debito.

Questo ci riporta al quesito originario, ovvero se l’Italia uscirà o meno dall’euro. Personalmente ritengo che chiunque sia dotato di un minimo di acume economico (e su Borghi ho dei serissimi dubbi) sia conscio degli immensi rischi che il ritorno alla lira comporterebbe. Per questo ritengo che qualora un piano Italexit esista, esso abbia motivazioni prevalentemente politiche ed ideologiche piuttosto che economiche, ovvero la creazione di un regime nazionalista nel paese simile a quanto decantato recentemente da Putin sul Financial Times – e prima di lui da Orban – come “democrazia illiberale”. Certamente rimane in piedi anche l’ipotesi che si tratti di una strategia della tensione attuata dal Governo italiano contro l’Unione europea per ottenere più flessibilità sulle regole del Fiscal Compac, ma questo lo possono sapere solo i diretti interessati, ovvero Borghi, Bagnai e Salvini.

Noi ci limitiamo a sottolineare come, per l’ennesima volta, il Governo italiano faccia un altro passettino verso quell’Italexit che è diventata uno dei due leitmotiv della propaganda di governo accanto ai migranti.

 

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