Istanbul sconfigge il populismo: İmamoğlu sindaco, Erdoğan sconfitto.

Istanbul, imamoglu, erdogan, turchia, populismo, economia, clientelismo, politica, dispostismo

İmamoğlu sindaco, Erdoğan sconfitto: la battaglia contro il populismo nazionalista e dispostico inizia da Istanbul

Ekrem İmamoğlu (CHP, il partito repubblicano turco) è di nuovo sindaco di Istanbul. Lo era già stato brevemente – 29 giorni – in seguito alla vittoria alle amministrative del 31 marzo battendo il candidato del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP, appoggiato anche dai nazionalisti di MHP) ed ex-Primo Ministro, Binali Yıldırım.

13.000 voti, il distacco fra i due candidati a marzo. Troppo pochi per Erdoğan per perdere il controllo della prima città della Turchia, dei suoi 10 milioni di elettori (un quinto del totale del paese) e di un terzo del PIL nazionale. Troppo pochi soprattutto dopo aver perso anche la capitale Ankara, tutte le principali località costiere mediterranee – le più ricche del paese – e aver visto aumentare i consensi in Turchia orientale del partito HDP, considerato dal presidente come “vicino ai terroristi del PKK”.


İmamoğlu sindaco, Erdoğan sconfitto

Come nel 2015, quando le elezioni politiche vennero ripetute perché l’AKP non aveva raggiunto la maggioranza necessaria per governare, Erdoğan ha scelto così di far ripetere le amministrative di Istanbul con la scusa di presunte irregolarità da parte dei rappresentanti del CHP. Una sorta di avvertimento ai suoi concittadini – il Presidente è nato nella città sul Bosforo – che un’alternativa al suo potere non possa esistere.

Il risultato è stato eclatante, quasi rivoluzionario. Yıldırım di nuovo sconfitto, ma stavolta di ca. 800.000 voti per uno schiacciante 45% contro il 54.21% di İmamoğlu e per la prima volta da un quarto di secolo, quando proprio Erdoğan sconfisse l’ultimo sindaco kemalista nel 1994, Istanbul avrà un sindaco non conservatore. Per l’AKP è la debacle: governava initerrontamente da 17 anni.

A nulla sono servite le (neanche troppo) velate minacce provenienti dalla propaganda governativa che nel corso dei mesi ha dipinto sistematicamente İmamoğlu come un “Greco” – termine dispregiativo per la pare più nazionalista della Turchia – in combutta con i terroristi del PKK e i golpisti di FETO, la stessa accusa con cui Selahattin Demirtas, leader del democratico HDP, e gran parte della dirigenza filo-curda si trova in carcere da due anni. Inefficace pure l’aver urlato al pericolo laicista, paragonando il neo-sindaco al presidente egiziano al-Sisi (la Turchia era fra i supporter del defunto presidente Morsi – eletto coi voti dei Fratelli Musulmani, legati a loro volta a Qatar e Turchia – e considera al-Sisi un “laico, autoritario, al soldo dei Sauditi).



Una strategia anti-populista

Una campagna elettorale impstata sulla conflittualità, ma che, a noi che guardiamo da fuori, insegna qualcosa: il populismo si può vincere, rompendo il circolo vizioso della criminalizzazione reciproca. Alle infamanti accuse volte dal Governo, İmamoğlu e il CHP hanno risposto con un messaggio inverso, quasi innovativo per i toni sempre bellicosi della retorica pubblica turca: “loro vogliono il conflitto, ma noi, il popolo che non vuole che questa nazione si spezzi, insistiamo perché ci abbracciamo gli uni con gli altri”. “Amore radicale” era, infatti, il tema della campagna del nuovo sindaco raccoltoin un pamphlet di 50 pagine che si può riassumere in una frase che potrebbe essere usata come monito anche in Italia: “non possiamo cambiare Erdoğan, ma possiamo lottare per cambiare noi stessi”.

Nell’attuare tale strategia, İmamoğlu ha sistematicamente evitato il confronto verbale con Yıldırım e Erdoğan sostenedo che la “polarizzazione della politica è un problema universale” usato dal “populismo per divederci, ma si tratta di un trend che può essere invertito”.

Un messaggio di conciliazione nazionale che affronta il “populismo negativo e polarizzante” della propaganda AKP e finisce per riscopre il “populismo positivo” che rimane uno dei pilastri delle idee di Ataturk e del kemalismo storico. Una vittoria che è sia politica che culturale ed è strettamente connessa alla Marcia per la Giustizia di 450 km compiuta nel 2017 dal leader del CHP Kılıçdaroğlu e conclusasi fra centinaia di migliaia di manifestanti nel quartiere di Maltepe, proprio a Istanbul.


La Turchia alla Svolta?

Il risultato è chiaro: İmamoğlu è sindaco, una vittoria che potrebbe – il condizionale è d’obbligo – aprire una nuova pagina della politica turca. Il CHP ha vinto la battaglia, ma Erdoğan rimane in una straordinaria posizione di vantaggio per vincere la guerra, ovvero mantenere il controllo del paese. Come Presidente plenipotenziario, egli può sostituire ogni sindaco della Turchia per decreto senza particolari motivazioni concrete. Sempre grazie al suo ruolo, ha potere insindacabile sui trasferimenti centrali alla municipalità, sul fondo di sviluppo di edilizia pubblica e controllare il debito delle singole città, posseduto in gran parte dalle banche statali.

In pratica, se volesse, il Presidente potrebbe “strangolare” Istanbul, i suoi abitanti e la sua economia nel tentativo di distruggere politicamente İmamoğlu, da molti considerato suo futuro avversario alle prossime presidenziali.

Inoltre, nonostante la vittoria schiacciante dei Repubblicani – che hanno raccolto anche i voti dei curdi nonostante l’appello di Ocalan, ancora in carcere, al non-voto – l’AKP controlla ancora la maggioranza dei distretti cittadini, garantendosi la possibilità di bloccare qualsiasi iniziativa del Sindaco.

[Nota a latere: se volete un esempio del perché ogni populista vuole accentrare il controllo delle banche su di sé, la Turchia fa al caso vostro, NdR].


Il giro d’affari di Istanbul

Ma non c’è solo quello: come ammesso dallo stesso Erdoğan: “se perdiamo Istanbul, perdiamo la Turchia”. La città è la vera culla più vera del potere Erdoganiano, quella dove il Presidente è diventato una stella della politica nazionale costruendo una tela di relazioni che coinvolge tutto l’apparato economico della città e, con essa, il paese. In modo simile all’Italia, infatti, le imprese municipalizzate e quelle statali, assieme alle relative committenze private, giocano un ruolo centrale nella creazione di pacchetti di voti e, con esso, nel decretare o meno la vittoria di un partito su un altro.

Stando al libro “Politics of Favoritism in Public Procurement in Turkey”, il giro d’affari stimato dei soi contratti pubblico-privato è di circa 30 mld di euro, di cui il 70% passa per Istanbul e le altre città “conquistate” dal CHP: oltre il 3% del PIL turco, una cifra che ad Ankara non sembrano voler ignorare.

Fin dagli albori della sua (seconda) carriera politica, Erdoğan ha saputo sfruttare questo evoluto clientelismo a suo favore potenziandolo una volta arrivato ad Ankara e promuovendo le enormi opere infrastrutturali che hanno cambiato il volto di Istanbul. Soldi pubblici usati per creare un “cerchio magico” di “oligarchi” legati al potere centrale. Sono questi oligarchi coloro che hanno “usufruito” dello sviluppo di Istanbul e che sono i principali interlocutori del “Sultano”.


Tutto questo porta dei rischi: cedere il controllo di Istanbul significa rischiare di perdere gran parte dell’oligarchia che attualmente supporta il presidente, ma intervenire significa mettere ulteriormente a rischio la già fragile economia del paese.

Su questo equilibro e il comportamento mercuriale del Presidente, si gioca il futuro di Istanbul e dell’intera Turchia.


il caffé e l’Opinione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *