Istanbul, l’ultima battaglia di Erdogan contro la democrazia

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Istanbul è il vero centro della rete politica di Erdogan, fra appalti, clientele e favoritismi, per questo il Sultano ha paura del suo popolo.

Il popolo ha sempre ragione, è un dato di fatto, soprattutto per i populisti. Ce l’ha quando rimane abbagliato dalla sicurezza ispirata del Capo – e dalla sua propaganda – conferendogli poteri superiori a quelli democratici. Ce l’ha quando lo acclama in piazza mentre rastrella e incarcera gli oppositori, i diversi, i non allineati. Poi, nel bel mezzo di una crisi economica generata dal Capo stesso, il popolo si ribella e democraticamente gli vota contro. Allora il popolo che aveva sempre ragione, sbaglia e va fatto rivotare.

Subito.


Elezioni ripetute

Questo è quanto succede in questi giorni a Istanbul dove, nelle elezioni del 31 marzo 2019, l’AKP di Erdogan ha perso per 14.000 voti il municipio di Istanbul a favore del candidato kemalista del CHP Ekrem İmamoğlu (48,77% contro il 48,61%  dell’ex-Primo Ministro Binali Yıldırım). Dopo settimane di constestazioni e scontri in tribunale, la YSK, la suprema corte elettorale turca, ha accettato il ricorso del Governo turco e farà ripetere le elezioni locali della megalopoli del Bosforo il 23 giugno. Una decisione presa in serenità… con l’esercito che blindava il palazzo.

Nelle stesse elezioni, l’AKP non ha perso solo Istanbul, ma anche molte delle altre principali città del paese, prima su tutte la capitale Ankara seguite da Antalya ed Adana. 9 in totale a fronte delle 7 conquistate dal CHP – il partito repubblicano kemalista – e le 8 dei curdi (non nazionalisti) dell’HDP, i cui vertici sono attualmente detenuti in carcere con l’accusa di “favoreggiamento al terrorismo”. Nonostante questo, solo ad Istanbul l’AKP ha chiesto di ripetere il voto con la motivazione ufficiale di “irregolarità che non possono essere ignorate”.

Perché?

La risposta arriva dallo stesso Erdogan: “se perdiamo Istanbul, perdiamo la Turchia”, con buona pace della democrazia. In fondo, appena diventato Primo Ministro, Erdogan – in puro Putin e Orban style – dichiarò “La democrazia, per noi, non è uno obiettivo, ma un mzzo; staremo sul treno della democrazia più a lungo che potremo e quando sarà arrivato il momento, scenderemo”. Così fu quando fece ripetere le elezioni politiche nel 2015 o quando riuscì a far approvare una riforma costituzionale che trasformava la Repubblica turca nello Stato autoritario che è adesso. Ora come allora, la posta in gioco era troppo altra: la mistica dell’eterno vincitore e il mantenimento del proprio sistema di potere.



Istanbul, il ventre molle

Istanbul, non è solo la città più famosa del paese e luogo di nascita di Erdogan, il posto dove il Presidente è stato sindaco e dove ha conentrato, dal 2002, i propri megaprogetti infrastrutturali. Istanbul è la prima città turca per PIL (31,2% del totale del paese, ca. 563 mln di dollari equivalenti al PIL dell’intera Algeria) e per abitanti, 15 mln su un totale di 82 mln. Un vero e proprio Stato nello Stato con un bilancio interno di oltre 7.5 mld di dollari.

Per questo motivo, sostiene Bariş Yarkadaş, ex-parlamentare del CHP, “perdere Istanbul è [per Erdogan] il primo passo per perdere la Presidenza”. “Per 25 anni” continua il politico kemalista “Istanbul è stata la principale fonte di entrate e finanziamento dell’AKP […] e il partito la governa non per mettersi al servizio dei cittadini, ma per coltivarne la dimensione politica, sociale ed economica”.

“Istanbul è il ventre molle dell’AKP” ribadisce l’opinionista di Gazete Duva, Bahadir Ozgur, “parliamo di decine di migliaia di appalti, centinaia di miliardi di lire turche di soldi pubblici e del potere di decidere come spenderli” rincara Cigdem Toker, reporter del quotidiano Sozcu. Entrambe alludono alla vasta rete di appalti gestito dal “sistema AKP” nella megalopoli, un sistema opaco composto da clientele imprenditoriali, agevolazioni, scambi di favore, spintarelle e ritorni in donazioni/appoggio per il partito del presidente o la sua famiglia.

Stando al reportage pubblicato proprio da Toker a gennaio del 2019, solo nel 2018 la municipalità di Istanbul – città con 3 miliardi di dollari di debiti [ma i turchi non potevano “fregarsene” perché stampano moneta? N(sarcastica)dR] – ha ‘donato’ 31 milioni di dollari a fondazioni benefiche legate direttamente alla famiglia Erdogan. Tutto annotato nei bilanci pubblici che l’AKP tiene segreti e che İmamoğlu ha promesso più volte  di rendere pubblici.


L’ultima battaglia?

Un perimetro politico espanso che genera un sistema produttivo/economico fortemente dirigista con forte peso del pubblico nella produzione della ricchezza genera esattamente questo. Soprattutto quando al potere c’è un partito autoritario che manipola l’informazione pubblica. Sì perché se da una parte esistono quotidiani come Sozcu e Gazete Duva e giornalisti come Ozgur e Toker, dall’altra un sistema ufficiale di media che letteralmente ignora le marce di protesta dei cittadini di Istanbul, che non cita i candidati delle opposizioni e che parla della crisi economica turca (-2.5% di PIL previsto nel 2019 e un buco nelle casse statali pari a 2,4 mld di dollari per il solo mese di aprile) come se fosse tutta una bufala.

A Istanbul, intanto, l’opposizione si prepara per quello che sperano possa diventare un vero colpo mortale per l’autocrazia di Erdogan. Al momento İmamoğlu, un candidato conservatore per gli standard del CHP, può contare sul supporto di tutti i partiti delle opposizioni, compresi quelli che si erano presentati alle elezioni di marzo, e di un fermento civico che ha portato in molti – fonte Associated Press – a rinunciare alle vacanze pur di supportare il candidato dell’opposizione.

In attesa del 23 giugno, giorno delle nuove elezioni, cittadini, politici e analisti aspettan la prossima mossa del Sultano. Erdogan ha dimostrato, negli ultimi anni, di essere sempre più propenso a farsi trasportare dalla propria hybris più che dal calcolo politico, ma rimane un politico spietato, pericoloso, capace di usare ogni risorsa a sua disposizione pur di mantenere il potere.

Come il negare la sconfitta, mandando un semplice messaggio agli istanbuioti: non sarà facile liberarsi di me.

Mentre la città si sta riempiendo di manifesti dell’AKP – il quale sta anche affrontando le proprie spaccature interne dovute, per paradosso, proprio alla decisione di ripetere le elezioni – che ringraziano il popolo di Istanbul per la vittoria futura, le opposizioni temono, infatti, che Ankara sia pronta a tagliare il budget della città qualora il popolo, ancora, sbagli a votare.

Perché per i capi, il popolo ha sempre ragione solo a dargli ragione.


il Caffè e l’Opinione

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