Islam moderato, robot e green economy: l’Arabia Saudita 2.0 di Mohammed bin Salman – il Caffè del 28-10-2017

 Mohammed bin Salman, principe ereditario saudita ed uomo più potente del paese. Per lui l'Arabia Saudita deve cambiare: economicamente, politicamente e socialmente. Foto:  Jim Mattis  Licenza:  CC 2.0

Mohammed bin Salman, principe ereditario saudita ed uomo più potente del paese. Per lui l’Arabia Saudita deve cambiare: economicamente, politicamente e socialmente. Foto:  Jim Mattis  Licenza: CC 2.0

Più diritti alle donne, fine della dipendenza dal petrolio e una nuova filosofia moderata che sorpassi l’Islam fondamentalista: questa sarebbe l’Arabia Saudita 2.0, secondo il suo principe ereditario Mohammed bin Salman.

L’Arabia Saudita “ritornerà” ad un “Islam moderato”, a quello che “il paese era in passato, uno stato aperto a tutte le religioni del mondo”.

Parole rivoluzionarie, che potrebbero sembrare quelle proferite da un dissidente, un attivista per i diritti umani, e che invece arrivano direttamente dalla voce di Mohammed bin Salman, il giovane (32 anni) principe ereditario dell’Arabia Saudita.


 

Sommario:

  • le riforme ed i diritti delle donne
  • NEOM la città robotizzata da 500 miliardi sul Mar Rosso
  • i motivi economici dietro la nuova strategia fra Russia, Iran e Stati Uniti
  • la nuova strategia saudita per il Medio-Oriente

 


Una nuova Arabia Saudita. Nel corso del summit del fondo Iniziativa per gli Investimenti Futuri (FII) tenutosi martedì 24 ottobre nella capitale saudita Riyadh, il futuro erede al trono ha confermato come il futuro dell’Arabia Saudita non sia il petrolio, ma i propri giovani e le tecnologie.

Il 70% dei Sauditi ha meno di 30 anni, onestamente non vogliamo passare i prossimi 30 a combattere il pensiero estremista, lo vogliamo distruggere ora

— Mohammed bin Salman

Per bin Salman, infatti, il paese deve innovarsi, andando oltre il rigido fondamentalismo sociale del Wahhabismo, incrementando i diritti delle donne (“crediamo che le donne nell’Islam abbiano diritti che devono ancora ottenere”) ed una serie di riforme economiche ed investimenti atti a “reimpostare” l’economia saudita.


Prima di tutto i soldi. Tutto passerebbe dalla privatizzazione del 5% del colosso petrolifero nazionale, Aramco, da molti considerata la compagnia di più alto valore a livello mondiale, e la creazione di un fondo sovrano di 2.000 miliardi di dollari. Ciò dovrebbe fornire il volano per il principale progetto del principe: NEOM, una nuova città dal costo di 500 miliardi di dollari da costruire sulle rive del Mar Rosso, un nuovo “polo industriale” dell’innovazione, tecnologicamente avanzato, completamente robotizzato e condiviso fra Egitto, Giordania e Arabia Saudita.

La vetrina di NEOM, una “disneyland robotica”, come dicono i critici, destinata ad attrarre “i sognatori del mondo”, nasconde però altre riforme, meno appariscenti, ma più rilevanti, raccolte nel dossier Vision 2030, preparato dallo stesso bin Salman.

Revisione della spesa a favore di investimenti concreti, apertura del mercato azionario locale alle imprese straniere, ma, soprattutto, la conversione dell’Arabia Saudita, paese simbolo del petrolio, all’energia solare. Un progetto, nato nel 2012, che prevede la costruzione di un impianto da 300 megawatt nel centro del paese “atto a produrre l’energia solare meno cara del pianeta”.

L’obiettivo? Cancellare la dipendenza del paese dal petrolio.


Ma perché questo, anche brusco, cambiamento di strategia?

Tre le ragioni: cambiamento anagrafico (la popolazione saudita diventa rapidamente più giovane), ragioni economiche e la necessità di una nuova dottrina geopolitica adeguata ai cambiamenti regionali e mondiali.

Economia. Al centro della nuova “visione saudita” ci sarebbe la necessità, per la nuova giovane leadership, di riconfigurare l’economia saudita. Questa, similmente a quelle degli altri paesi del Golfo, rimane ancorata alla produzione e commercio degli idrocarburi.

Due sono i principali aspetti negativi di tale mono-economia: la totale dipendenza dalle fluttuazioni del prezzo del petrolio, un rischio condiviso dagli altri paesi produttori, e, nel caso specifico saudita, la dipendenza dell’economia dagli equilibri geopolitici con l’Iran.

Ma facciamo un passo alla volta.

La realtà è che sono gli Stati Uniti […] il paese produttore capace di far fluttuare i prezzi del greggio

— Micheal Hintze, fondatore dell’hedge fund CQS

Addio OPEC. Per anni, il pilastro del potere saudita è stato l’OPEC, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, un potente cartello in grado di manipolare in maniera autonoma i prezzi del greggio. Dopo più di sessant’anni di dominio quasi incontrastato, nel 2017 questo non è più il caso. I nuovi padroni sarebbero, infatti, la Russia e gli Stati Uniti.

Mosca è attualmente il principale produttore di petrolio (non gas) del mondo, in parte grazie alle proprie riserve ed in parte grazie ad una politica di acquisizioni molto aggressiva da parte di Rosneft. La compagnia di stato russa del petrolio, infatti, è stata capace, approfittando della debolezza degli Stati Uniti, di siglare accordi di “sfruttamento” diretto delle riserve qatarine, curde, iraniane, venezuelane e libiche, ovvero tutti le aree di “conflitto” tralasciate per scelta o impotenza, dalla nuova amministrazione statunitense.

Dall’altro lato, secondo un piano ormai trentennale, gli Stati Uniti sono riusciti a depotenziare la propria dipendenza dal petrolio OPEC, mediante la produzione dello “shale oil”. Proprio l’olio di scisto che gli ha permesso di pompare, sul mercato mondiale, barili su barili di petrolio, a basso costo e a danno dell’Arabia Saudita.

Lo stretto “economico” di Hormuz. I principali effetti della perdita del controllo del prezzo del petrolio si sono visti nel 2014, con la crisi dei prezzi del petrolio, dovuta in parte al deflagrare del conflitto siro-iracheno e in parte proprio allo shale oil statunitense. Tale crisi ha messo in luce la debolezza dell’Arabia Saudita, che ha visto il proprio rapport deficit-pil passare dal 12% del 2011 al -17.2% del 2016.

A questo si uniscono le nuove tensioni con l’Iran. Teheran, guardacaso con i “nuovi nemici” del Qatar e l’Oman, altro paese riluttante ad accettare la supremazia regionale di Riyadh, controlla il traffico mercantile dello stretto di Hormuz dove passano 18.5 milioni di barili di petrolio saudita al giorno: più del triplo di quanto ne passino dal canale di Suez (5.5 milioni). A fronte dell’espansionismo iraniano in Siria, Iraq e Yemen, i Sauditi si sono così trovati sempre più isolati in Medio-Oriente e, soprattutto, sempre più a rischio di un “controllo” di Teheran sul proprio export.

Il video, diventato virale, che promuove i diritti delle donne in Arabia Saudita

Una nuova Dubai. Differenziare la propria economia è diventata così una necessità più che una possibilità per i Sauditi soprattutto dopo aver assistito al “trionfo” in materia di immagine degli Emirati Arabi (su tutti Dubai) e del Qatar, entrambi poli attrattivi per i grandi poli finanziari oltre a “esempi”, nonostante le tante zone d’ombra dei rispettivi sistemi, di uno sviluppo economico complementare al petrolio.

Come a Dubai, infatti, la nuova “rotta” economica saudita dovrà passare, come ha descritto bin Salman, anche dall’emancipazione femminile. Le donne, pur fra le mille limitazioni imposte dalla Sharia, rappresentano il maggior numero di laureati in Arabia Saudita. Sarebbero loro la chiave per potenziare il mercato interno necessario per sostenere un’economia non più limitata al commercio petrolifero.


Arabia Saudita 2.0. In questo “makeover” estetico ed economico del Regno saudita, rientra anche la ricollocazione di Riyadh nel nuovo scenario geopolitico mondiale, ovvero dare una nuova immagine al paese troppo legato ai “gruppi salafiti” o al far affidamento sugli Stati Uniti.

Questo non vuol dire, però, abbandonare la tradizionale alleanza con Washington. I Sauditi hanno ampiamente compreso come, nel loro “giardino esterno”, ovvero il Medio-Oriente, il peso e la capacità d’intervento degli USA di Donald Trump sia profondamente diminuito. Un indebolimento che riguarda, anche, la stessa Arabia Saudita.

Uno dei mantra sauditi è sempre stato, infatti, evitare l’intervento diretto nei conflitti, preferendo il supporto logistico, come durante la prima e la seconda Guerra del Golfo, o, in alternativa, finanziando i gruppi mujaheddin salafiti, come durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan e, più recentemente, in Siria.

 Mohammed bin Salman in visita negli Stati Uniti. La vecchia e storica alleanza non basta all'Arabia Saudita per mantenere il proprio ruolo in Medio-Oriente. Foto:  Jim Mattis  Licenza:  CC 2.0

Mohammed bin Salman in visita negli Stati Uniti. La vecchia e storica alleanza non basta all’Arabia Saudita per mantenere il proprio ruolo in Medio-Oriente. Foto:  Jim Mattis  Licenza: CC 2.0

Il fallimento del modello salafita. Una “dottrina da Guerra Fredda” che ha mostrato tutta la sua “arretratezza” in Siria. L’intervento diretto nel paese della Turchia, principale competitor dei Sauditi nel ruolo di “paese guida dei Sunniti”, ha portato gran parte delle milizie ribelli, anche quelle più “fondamentaliste” originariamente controllate da Riyadh, sotto l’ombrello di Ankara. Come tale, il paese è stato escluso dai colloqui di Astana, la conferenza che ha consolidato il triangolo di relazioni fra Russia, Iran e, appunto, Turchia, ovvero tutti i rivali geopolitici del paese.

In Siria, l’Arabia Saudita si è scoperta debole ed esposta ai nuovi equilibri internazionali. La risposta è stato l’intervento diretto nel conflitto civile yemenita contro le milizie sciite finanziate dall’Iran, il primo intervento militare Saudita voluto, non a caso, proprio da Mohammed bin Salma.

Riformare per rafforzare l’economia e rilanciare il ruolo dell’Arabia nella regione, questo sembra il fine del giovane principe ereditario saudita responsabile, inoltre, dell’embargo al Qatar, il principale esempio di un piccolo paese che ha osato “sfidare” la supremazia di Riyadh nella regione.

Il principale ostacolo di Bin Salman arriva, però, dall’interno del paese, ovvero dal tradizionalismo popolare legato al Wahhabismo, ancora forte in molti strati della popolazione. Solo se il futuro sovrano riuscirà ad arginare queste tendenze ed evitare che si trasformino in una nuova ondata terrorista, l’Arabia Saudita potrà cambiare.

Per ora rimangono le critiche ad un regime autoritario, scarsamente democratico. Il rischio è che le “riforme” rimangano una facciata, un supporto “mediatico” ad una politica estera più aggressiva, oltre che un modo per salvare il trono saudita.


Per approfondimenti:

– l’intervista a Mohammed bin Salman: al-Arabiya

– le riforme di bin Salman ed il futuro dell’Arabia Saudita: Oil Price

– un’opinione sul rapporto fra Arabia Saudita ed energia solare: Greentech Media

– bin Salman e i suoi obiettivi: Financial Times

– una nuova visione sul medio-oriente: Business Insider

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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