No, niente terza guerra mondiale in Iran, solo semplice comunicazione

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La guerra Iran-USA non è mai stata un tema, perché la realtà è che tutto gira attorno ad una cosa: la comunicazione di Trump.

Questa opinione parla di Iran, dei venti di guerra fra USA e Iran e, se vogliamo, anche Terza Guerra mondiale, solo che lo farà da un’ottica diversa… non parlandone.

Niente pornografia da armamenti quindi, né considerazioni sulle eventuali speculazioni sul prezzo del petrolio e/o dell’oro. Il vero punto di partenza è una notizia piccola, passata quasi inosservata in Italia e che potrebbe sembrare avulsa dal contesto, ma non lo è.

Il 7 gennaio, il New York Times pubblica una memo interna del 30 dicembre di Andrew Bosworth, capo della divisione realtà virtuale e aumentata di Facebook e molto vicino a Zuckerberg.  

Un post, poi pubblicato anche dall’autore in maniera integrale, intitolato “Pensieri per il 2020” il cui tema sono le responsabilità di Facebook nell’elezioni di Trump del 2016 e quelle possibili del 2020.



Russia e disinformazione

Per Bosworth, l’opinione pubblica e i media sopravvalutano il ruolo giocato dalla Russia, dalla disinformazione e da Cambridge nella vittoria di Trump del 2016.

“L’interferenza russa è esista, è innegabile, ma è opportuno far notare che i russi hanno sì investito 100.000 dollari in pubblicità su Facebook, cifra che non basta per comprarsi l’elettorato, soprattutto mentre i due candidati investivano milioni di dollari sulla stessa piattaforma”.

I russi, spiega, hanno lavorato con annunci ed eventi atti ad alimentare divisioni già esistenti nell’opinione pubblica statunitense. Il loro obiettivo è stato polarizzare ulteriormente una società già divisa. Sono stati responsabili, come milioni di utenti singoli, della disinformazione presente sul social, ma per quanto la penetrazione di queste notizia sia stata immensa, conclude, essa non è stata altro che una goccia nell’oceano dell’informazioni, reali, diffuse nello stesso periodo dal social.

Versione di parte? Forse, ma in entrambi i casi Bosworth ammette che Facebook si sia dimostrato permeabile per via delle policies commerciali troppo rilassate. Eppure non è stato questo a far vincere Trump, così come non è stata Cambridge Analytica.


Il caso CA

Sul caso Cambridge Analytica, Bosworth entra nello specifico anche perché, ai tempi, era a capo della sezione advertisment del social. Nel post racconta come il dataset di account e informazioni di CA non fosse altro che il sistema, noto, lanciato da FB in via sperimentale nel 2012 e sospeso perché economicamente non redditizio nel 2014.

CA, che si presentava come una compagnia pubblicitaria in conto terzi specializzata nel targeting psicografico, aveva quei dati in quanto partecipante al programma Facebook Marketing e, come tutte le altre aziende, avrebbe dovuto cancellare i dati dopo il 2014.

Non lo fecero e Bosworth ammette che FB non sapeva “che stessero vendendo il vecchio dataset del 2014 […] facendo elaborate promesse sul suo impatto pubblicitario”. Promesse “finte” visto che “le loro campagne perfomavano peggio di quelle delle altre compagnie”. Nella realtà CA era una compagnia di ventura che “aveva ben poco da perdere”.

Dopo la vittoria di Trump fu la stessa CA a intestarsi un ruolo decisivo tramite le proprie strategie di marketing, nozione dismessa sia dai legali di Trump, che da Facebook che dalle indagini. La ricostruzione, infatti, coincide con quella fatta da esperti indipendenti che hanno sottolineato come i dati in possesso a CA potessero essere considerati vecchi e, quindi, inutilizzabili già dopo 12-18 mesi.


La responsabilità di Facebook

Se non è stato l’operato dei russi o la disinformazione. Se non è stata Cambridge Analitica e i dati rubati, cos’è stato a far vincere Trump?

La risposta è semplice: “Facebook è stato responsabile per la vittoria di Trump”. Solo che lo è stato perché su di esso, Trump – e il suo staff – hanno “condotto la campagna digitale migliore mai realizzata da qualunque pubblicitario, punto”.

Tradotto: Trump ha vinto nel 2016 perché ha saputo usare gli strumenti digitali a sua disposizione – i social – non solo meglio della concorrenza (Hillary Clinton), ma meglio di tutti in assoluto.

Ovviamente non stiamo parlando di una verità assoluta e sì, Trump ha vinto anche per motivi culturali, per le divisioni della società americana etc., ma nel quadro specifico dei social, quanto sostenuto da Bosworth è assolutamente verosimile. Perché quando parliamo del Presidente degli Stati  Uniti, dobbiamo sempre partire dal punto che egli non sia un politico e neanche un vero businessman, ma uno scaltro venditore, un mercante cinico al punto di essere disposto a tutto pur di vendere il proprio prodotto, ovvero Trump stesso.


Trump è comunicazione

Chi ha mai provato a sponsorizzare un post su Facebook (ovvero fare pubblicità) sa che il parametro principe è il “pubblico”, selezione che usa gli strumenti di profilazione del social per far giungere l’annuncio a chi sarebbe più propenso o potenzialmente aperto a comprare il prodotto.

Nel nostro caso “Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti”. Cosa che Trump ha fatto alla perfezione usando anche la tecnica inversa, ovvero mirare ai suoi oppositori, in modo da creare flame (polemica) e aumentare la visibilità delle proprie affermazioni. I media hanno poi seguito perché se una cosa diventa virale su Facebook, poi arriva sugli altri media.

Un sistema spregiudicato su cui Trump ha fatto scuola, come dimostra, in Italia, la Bestia di Matteo Salvini.

La disinformazione ha seguito il medesimo principio, perché gli ha permesso di creare una narrazione finta, ma coerente al proprio messaggio pubblicitario: visto che il mondo è così e che i democratici sono cosà, io sono quello che serve.

Le basi su cui si poggiavano questi annunci erano false, ma la politica ha un vantaggio rispetto al commercio. Nel mondo delle merci, se qualcosa è scadente alla lunga perde acquirenti, in politica, invece, dove il fattuale è sostituito dalla credenza o dal fandom, no e, se si è particolarmente bravi e polarizzanti, basta continuare la narrazione ignorando i fatti.



Comunicazione e Iran

Cosa c’entra questo con l’Iran?

Tutto, perché la questione iraniana come ogni aspetto della politica estera del Presidente Trump è solo incidentalmente legato ai fatti. In Iran come fu/è per la Corea del Nord, l’obiettivo non è quello di ottenere risultati stabili o di avere una visione di lungo termine, bensì continuare a vendere il prodotto: un presidente vincente, sicuro di sé che ha fatto questo e anche quest’altro rimanendo l’unica scelta possibile per la Casa Bianca.

Inneggiare al Grande Satana Bianco è per Teheran un modo per ricompattare il fronte interno, la morte di Soleimani un martirio necessario per distogliere lo sguardo dalla propria crisi economica.

Parlare di terrorismo, di Iran omicida e fondamentalista è per la Casa Bianca un modo per cambiare, a spallate, la narrativa politica dove da mesi domina il tema dell’impeachment. Un processo che Trump può perdere solo se testimonianze e prove contro di lui risultino talmente eclatanti da portare un gruppo di senatori repubblicani – per scelta personale o via pressione popolare – a votare contro il proprio presidente. Cosa molto più difficile da fare se spirano “venti di guerra”.

Ben vengano quindi gli hashtag WWIII, Iran vs USA e guerra, ben vengano le accuse contro Trump e ben vengano le prese di posizioni di tutti i liberal statunitensi: tutto flame che alimenta la retorica trumpiana.


Non è guerra, è solo comunicazione e lo dimostra il fatto che su tutta la vicenda iraniana, come su quella nordcoreana, Trump abbia de-facto estromesso il Dipartimento di Stato e il Pentagono rendendo pubbliche le sue decisioni tramite i social.

Trump vuole vincere, il resto è totalmente accessorio, morti comprese. Ed è per questo lecito attendersi che “questione iraniana” – o simili – torni nei prossimi mesi a seconda dei sondaggi e dell’esito dei processi.

Perché la politica del 2020 è comunicazione, è “prendere i voti”, e Trump, meglio di chiunque altro, lo sa.


Appendice

Il memo di Bosworth si conclude con un dilemma morale. Stante il fatto che le policies di Facebook Ads non sono cambiate dal 2016, il social rischia, ancora, di fare da motore alla rielezione di Trump.

Di fronte a questo il manager, apertamente liberal, pro-edilizia e sanità pubblica, ammette di esser tentato di usare “ogni mezzo a sua disposizione” per cambiare l’esito elettorale. Usare, come lui stesso ammette, il potere di Facebook per una giusta causa, ma non servirebbe.

“Se non vogliamo politici che incitano all’odio, non dobbiamo eleggerli, se succedesse dobbiamo vincere i cuori e le mente dei loro elettori perché se cambiamo gli esiti elettorali senza vincere il supporto popolare, rischiamo di avere una democrazia tale solo nel nome”.

Detta in maniera ancora più semplice: “se arriviamo a limitare quello che le persone possono dire e le informazioni a cui hanno accesso, allora non abbiamo più alcuna democrazia”.

Capito, cari politici italiani? Scaricare suoi social tutta la colpa dell’incapacità di comunicare inventandosi registrazioni via carta d’identità o vari sistemi di censura non è democrazia.

Democrazia è vincere il dibattito culturale, solo che per quello non basta scrivere una legge.


il Caffè e l’Opinione

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