Che è successo in Iran? – il Caffè della Domenica del 7-01-2018

 L'iran delle mille fazioni fra proteste, reazioni e futuro. Mappa: il Caffè e l'Opinione Licenza: CC 2.0

L’iran delle mille fazioni fra proteste, reazioni e futuro. Mappa: il Caffè e l’Opinione Licenza: CC 2.0

Nonostante le ipotesi di complotto, le proteste iraniane nascono dentro la Repubblica Islamica, le sue difficoltà economiche e la crescita di una nuova fazione diversa da Riformisti e Conservatori.


Sommario:

  • Che succede in Iran?
  • L’Austria fra Visegrad ed Europa, la partita di Kurz
  • Germania: iniziano i giochi per il post-Merkel
  • Italia fra Gentiloni, Berlusconi e tanti timori
  • Notizie in Breve

 “State sicuri che i vostri compagni dell’esercito della Repubblica Islamica saranno sempre pronti a combattere i raggiri del Grande Satana [gli Stati Uniti]”. Così il generale iraniano Abdolrahim Mousavi ha commentato il 4 gennaio la “fine” delle proteste popolari in Iran cominciate il 28 dicembre.

Proteste che hanno causato 21 morti fra i manifestanti, due fra le forze di sicurezza ed oltre 1000 arresti e che, nonostante le affermazioni del Generale – e quelle di vari organi della Repubblica Islamica – non sono finite, ma continuano.

Sono proprio dichiarazioni come quelle del Generale, poi ribattute da varie agenzie di stampa internazionali, a contorcere la realtà delle cose, nascondere tutto sotto un manto di cospirazioni e complotti che hanno la strana tendenza a rimbalzare di agenzia in agenzia, di social in social, di blog in blog.

Al contrario delle teorie espresse dai Guardiani delle Rivoluzione che punteggiano il web, quello che è successo in Iran non è riconducibile ad ua “manovra della CIA”, né tantomeno del Mossad o dell’Arabia Saudita, ma si tratta di un fenomeno tutto interno che parte dalle reali condizioni economiche del paese.

La disfatta economica iraniana. L’Iran ha un problema: la sua economia cresce, ma la popolazione si sta impoverendo. La disoccupazione in Iran è attorno al 12%, crescono i prezzi dei generi alimentari ed in generale il costo della vita. Questo a fronte di un aumento costante delle esportazioni di greggio – atte a controbilanciare i prezzi sempre più bassi – che si affianca ad un’economia che non riesce a creare alternative agli idrocarburi limitando, quindi, la creazione di nuovi posti di lavoro.

In questo contesto si inserisce la Presidenza di Hassan Rouhani (esponente dei Riformisti iraniani) che è stata sì capace di tagliare l’inflazione del 70% da quando salito al potere, ma che si è visto costretto a fare tagli importanti sui servizi sociali, oltre ad aumentare le accise sulla benzina. Tutto questo mentre sussistono le sanzioni degli Stati Uniti, le quali limitano gli investimenti esteri.

Queste le basi economiche, il casus belli delle proteste, ma per capire cosa sia successo in Iran, occorre capire cosa sia l’Iran e, soprattutto, la Repubblica Islamica. Stiamo infatti parlando di uno stato sicuramente autoritario, ma non un regime, almeno non nell’accezione classica del termine usata, per fare un esempio, da Donald Trump nei suoi Tweet a favore delle proteste.

La dialettica rivoluzionaria permanente. L’Iran, difatti, è uno stato fluido in cui convivono due rivoluzioni “permanenti”: quella conservatrice e quella moderata rappresentate, rispettivamente, dai due grandi “campi” politici esistenti, i Principalisti ed i Riformisti.

Tutta la vita politica del paese – riforme e rivolte incluse – è racchiusa nella dialettica fra queste due parti. Essa è, infatti, al contempo geografica, istituzionale, sociale e civile. I Principalisti – sigla sotto cui ricadono decine di partiti, alcuni di ben breve via – controllano l’apparato “rivoluzionario” dello stato, quindi la Guida Suprema, la Corte Suprema ed i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. Hanno poi il controllo di gran parte dei distretti rurali, dei ceti più deboli e di gran parte dell’establishment religioso.

I Riformisti sono, invece, la maggioranza in parlamento, nei ceti cittadini, nelle università. Essi esprimono, da due mandati, la Presidenza della Repubblica con Rouhani, e in generale rappresentano la volontà di una progressiva moderazione dell’apparato rivoluzionario khomeinista, senza però stravolgerlo.

Partendo da questo punto si può capire meglio perché “bollare” le proteste di piazza iraniane come “una primavera araba” sia, quantomeno, riduttivo. Quello che sta succedendo in Iran, infatti, è molto più complesso del semplice conflitto regime-oppositori che ha animato le rivolte tunisine, libiche o egiziane, per citare alcuni esempi, ed è allo stesso tempo diversa da quella nel 2009 contro la rielezione di Aḥmadinežād, quando a capeggiare i manifestanti c’erano figure di spicco dei riformisti, fra cui il figlio dell’ex-Presidente Khatami.

I dubbi riformisti. Sono proprio i riformisti i primi a trovarsi spiazzati dalle proteste. Queste sono partite il 28 dicembre dai distretti di Mashad e Neishabur, considerati “conservatori” e vicini all’ex-candidato Presidente, sconfitto proprio da Rouhani, Ebrahim Raisi. Ciò ha portato alcuni analisti a considerare le proteste come una forma di “pressione” contro il governo riformista approfittando del momento di debolezza in cui proprio il possibile ritiro dall’accordo nucleare degli Stati Uniti ha posto l’attuale presidente.

Altre fonti collegano le proteste non solo a Raisi ed il suo entourage, ma anche allo stesso Aḥmadinežād, attualmente sotto indagine per corruzione. Altre ancora sostengono che queste siano connesse alle accuse che lo stesso Presidente Hassan Rouhani ha rivolto all’establishment rivoluzionario il 10 dicembre. Un discorso che ha visto l’amministrazione sottolineare come alcune “istituzioni fraudolente” controllino il 25% dell’economia iraniana a detrimento delle vite di svariati milioni di persone e che in molti hanno visto rivolto contro le istituzioni rivoluzionarie. Tale discorso potrebbe aver provocato la risposta violenta dei conservatori (da qui le urla “morte a Rouhani sentite a Mashad) o vere proteste di piazza.

Teorie e caos. Comunque sia andata, resta il fatto che l’intera faccenda rimane, alla luce delle istanze concrete e reali dei manifestanti, nebulosa, cosa che ha spinto il vice-Presidente Eshaq Jahangiri ad affermare che “qualcuno si sta muovendo dietro le quinte [delle proteste], qualcuno che è necessario identificare”. Una visione condivisa dall’ex-vice Presidente Mohammad Ali Abtahi a sostenere che “la questione non è essere Riformisti, Principalisti o dissidenti […], fomentare i problemi sociali ed incoraggiare la protesta nelle strade va solo a peggiorare la situazione incrementando il rischio delle violenze”.

Eppure ciò che rende queste proteste “uniche” è come si siano diffuse a macchia d’olio anche in distretti ben lontani dalle posizioni conservatrici abbracciando più strati della società iraniana quasi come se, quanto concepito inizialmente come protesta – se accettiamo le tesi di Jahangiri – sia, da un certo punto, sfuggita di mano. Questo spiegherebbe come alla protesta si sono avvicinate le militanti My Sthealthy Freedom, movimento per la liberazione femminile, o altri movimenti di protesta sia anti-rivoluzionari che riformisti.

La novità degli spontaneisti. Una sorta di “deriva spontaneista” che potrebbe avere le proprie radici in quella vasta maggioranza di iraniani, soprattutto giovani, la quale non si riconosce né fra i Riformisti né fra i Principalisti. Fra la popolazione iraniana, infatti, solo il 43% degli abitanti si riconosce nelle due “fazioni” istituzionali (rispettivamente il 28% come Riformista ed il 15% come Conservatore).

Una “nuova massa” che comunica con Telegram e che alla continua retorica dell’Iran “assediato” dai “nemici” (USA ed Israele) preferisce il miglioramento delle condizioni di vita, una maggiore attenzione ai diritti civili e rappresentanza, oltre al contrasto alla corruzione.

La comparsa, una volta iniziate le proteste, di questa nuova “fazione” senza leader, ha dato la possibilità ai conservatori, come dimostrano le dichiarazioni dei Guardiani della Rivoluzione, della Guida Suprema e dell’Esercito, di citare i “nemici della Repubblica” ed avanzare dubbi sull’incapacità del governo Riformista di “proteggere l’Iran”.

Un modo di aumentare la pressione sul governo di Teheran che ha generato una situazione delicata che esce dai confini del dualismo politico iraniano che, nell’ottica riformista, rischia di danneggiare il percorso delle riforme.

Tale diffidenza nei confronti delle proteste non è però condivisa dall’intero spettro riformista. A schierarsi a favore delle proteste è stato Mahmoud Sadeghi, esponente di spicco dei riformisti in parlamento, per cui “anche se le proteste potrebbe essere pre-organizzate, è sempre meglio per le istituzioni cercare di risolvere i problemi invece di cercare complotti o cospirazioni”.

E Rouhani?

 Il Presidente Iraniano Hassan Rouhani, alla Asia Society di New York nel 2013. Foto:  Asia Society  Licenza:  CC 2.0

Il Presidente Iraniano Hassan Rouhani, alla Asia Society di New York nel 2013. Foto:  Asia Society  Licenza: CC 2.0

I rischi per l’amministrazione riformista. Il Presidente è nella scomoda posizione di poter essere schiacciato dalle proteste come di uscirne vincitore. Da quando è salito al potere, Rouhani è riuscito, infatti, nel difficile compito di ridurre, almeno in parte, i problemi causati dall’inflazione, fallendo per quanto riguarda la disoccupazione, la quale colpisce maggiormente proprio i ceti educati e cittadini, da cui arriva l’elettorato riformista.

La protesta, inoltre, ha avuto tre effetti finora: le parole dure dell’Ayatollah Khameni contro “i nemici della rivoluzione”, il portare più volte i Pasdaran vicini all’intervento e le decine di proteste “pro-governative” avvenute nei primi giorni dell’anno nuovo. Queste ultime sono più risposte ai Tweet di Trump che un vero supporto all’amministrazione Rouhani. Tre casi in cui la dirigenza Riformista si è fatta superare dall’establishment conservatore.

Se la guardiamo, come fa Mohammed Ali Shabani dalle pagine di al-Monitor, è in questo senso che la presidenza Rouhani viene messa a rischio dalle proteste, quasi essa sia un avvertimento da parte dell’opposizione: un ribadire, da parte dei Principalisti, che sono loro ad essere alla base della Repubblica Islamica.

Come dire, Rouhani è seduto sopra una bomba pronta a scoppiare e di Principalisti sono coloro che, pur con il rischio di mettere a rischio la Repubblica, possono accendere la miccia in ogni momento.

Lo spontaneismo come risorsa. Eppure, lo stesso Rouhani potrebbe anche avvantaggiarsi delle proteste qualora fosse capace di farsi rappresentante delle istanze degli “spontaneisti”, ovvero migliorare le condizioni economiche reali del paese e demolire il sistema economico occulto che è nascosto dietro vari organi “rivoluzionari” (per esempio i Pasdaran).

Un percorso già cominciato nel momento che lo stesso presidente ha riconosciuto come “sarebbe un insulto al popolo iraniano dire che le proteste siano solo economiche”. Mentre, così, Rouhani riconosceva agli iraniani il diritto alla protesta (una novità per la Repubblica), lo stesso Ayatollah Khamenei ha riconosciuto come in Iran esistano cittadini che non si riconoscono nella rivoluzione augurandosi che questi possano diventare forza politica e far parte della vita politica del paese.

Piccoli passi che potrebbero portare, però, a forti cambiamenti in quello che rimane una delle principali potenze di una regione instabile.

Questo, riassunto, è lo scenario in cui sono nate e si svolgono le proteste in Iran.

Per saperne di più:

Il Mediterraneo di Vladimir Putin – il Caffè della Domenica del 17-12-2017

Per approfondimenti:

– le proteste iraniane: al Jazeera

– l’economia iraniana e la sua crisi: Bloomberg



L’Austria fra Europa e Visegrad

Quel filo sottile che lega sempre di più l’Austria ai quatto di Visegrad continua ad ispessirsi, o almeno così sembra dalle dichiarazioni del neo vice-Cancelliere, Heinz-Christian Strache, leader del partito di estrema destra austriaco FPÖ.

Secondo Strache, in futuro i rifugiati dovrebbero essere sistemati nelle caserme, quindi non più dati in affidamento alle Organizzazioni Non Governative. Questo sarebbe fatto con il doppio fine di “facilitarne il riconoscimento” e “mantenere la sicurezza nel paese”.

A questo il vice-Cancelliere aggiunge anche un coprifuoco ed il sequestro degli Smartphone.

Una serie di affermazioni che ha destato scalpore sia nel paese che in Europa: la detenzione dei rifugiati e l’esclusione delle ONG dal processo sono infatti due delle soluzione più volte avanzate dall’Ungheria di Viktor Orban.

Nonostante gli inviti da varie parti del paese a “smentire Strache” e limitarne le uscite in materia di immigrazione, il Cancelliere Sebastian Kurz non si è pronunciato sulla questione. Questo anche alla luce del programma di governo sottoscritto dai popolari assieme all’estrema destra e che prevede “nuove misure per fronteggiare l’immigrazione”.

Il giovane capo del governo si è limitato a smentire qualsiasi alleanza “anti-Europa” con Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia spiegando come “ci sono alcune misure [in materia di immigrazione] per cui abbiamo l’appoggio dei paesi occidentali, altre in cui verremo applauditi dai Visegrad 4”. Ricordiamo come già più volte il governo austriaco si sia affiancato ai 4 paesi del blocco – assieme a Slovenia e Crozia – nell’ambito delle iniziative Visegrad +.

Rimane quindi il dubbio di quali misure l’Austria intenda adottare. A rischio, infatti, rimane il transito dei rifugiati al Brennero, confine già chiuso da Kurz quando era Ministro degli Esteri.

Per saperne di più:

– Europa contro Polonia e Visegrad: fra soldi e diritti civili – il Caffè della Domenica del 24-12-2017

– Alla ricerca di una “rivoluzione conservatrice”: quel che resterà della Germania dopo Angela Merkel – il Caffè del 6-1-2018

– Le tensioni fra NATO e Mosca e le scelte economiche europee: la rassegna stampa internazionale – il Ristretto del 23-12-2017


L’Opinione

Quel filo che congiunge Brexit,Catalogna, Visegrad e Ius Soli – l’Opinione del 4-1-2017

Identità di patria, identità di sangue o identità culturale? Un dubbio su come il principale nemico dell’Europa intesa nel suo senso più ampio e meno “tecnicistico” sia proprio l’identità.


Europa chiama Germania, quale futuro per Angela Merkel?

Sono iniziati a Berlino i colloqui fra CDU/CSU ed SPD per la nascita del nuovo governo di “Grande Coalizione” dopo il fallimento di quelli con Verdi e Liberali che ha portato al naufragio della Coalizione Jamaica.

Mentre nel paese cresce la sensazione che, qualunque sia l’esito delle trattative, questa sia la fine dell’era di Angela Merkel, i media tedeschi si interrogano su cosa questa Grande Coalizione (GroKo) possa dare all’Europa il vero fulcro delle preoccupazioni tedesche.

Di sicuro, il nuovo governo tedesco nasce (se nascerà) fra mille contraddizioni. Angela Merkel potrebbe governare per soli due anni lasciando il posto ad un rappresentante della “destra” del partito, con conseguenze sia sulla politica di accoglienza ai migranti sia sulle riforme europee. Allo stesso tempo la SPD ai minimi storici potrebbe avere una rappresentanza ministeriale pari a quella dell’Union (CDU/CSU) il tutto a favore delle riforme del mercato del lavoro proposte dai socialdemocratici.

Tutto questo mentre la terza gamba della GroKo, la CSU bavarese, si avvicina sempre di più alle tesi in materia di immigrazione di Viktor Orban.

Per saperne di più:

Alla ricerca di una “rivoluzione conservatrice”: quel che resterà della Germania dopo Angela Merkel – il Caffè del 6-1-2018

La transizione tedesca e la fine dell’era Merkel: la rassegna stampa tedesca – il Ristretto del 28-12-2017

Non vorrei tessere le lodi della Germania, ma… – l’Opinione del 15-12-2017


CO Cultura!

Tutto quello che penso (o quasi) su Guerre Stellari: gli Ultimi Jedi – il Giocatore Inconsapevole del 21-12-2017

Dal Torino Film Festival: Tesnota di Kantemir Balagov – il Caffè al Cinema del 23-12-2017


 Silvio Berlusconi, siamo veramente arrivati al momento in cui è lui il salvatore? Foto:  paz.ca  Licenza:  CC 2.0

Silvio Berlusconi, siamo veramente arrivati al momento in cui è lui il salvatore? Foto:  paz.ca  Licenza:  CC 2.0

Le elezioni che tutti temono: l’Italia vista dall’Europa

Quando era capo-redattore de The Economist, Bill Emmot divenne famoso per la sua descrizione di Silvio Berlsuconi: “inadeguato a governare l’Italia”. Ora, quasi vent’anni dopo, lo stesso Emmot, stavolta dalle colonne di Project Syndicate, definisce lo stesso Berlusconi “la speranza dell’Italia”.

Cosa è cambiato?

In Berlusconi poco, in Europa tanto meno, ma è cambiata l’Italia o, meglio, la scena politica italiana, in peggio.

Non stiamo parlando dell’eventualità di un governo 5 Stelle (peraltro considerata un’incognita in Europa), perché vista dal resto del Continente il problema è la nuova legge elettorale italiana, quel “Rosatellum” che rischia di consegnare il paese all’instabilità. A meno di tracolli drammatici di uno dei tre schieramenti principali – il maggior indiziato rimane il PD – nessuno, né il Movimento 5 Stelle, né il Centrodestra, né il Centrosinistra, riuscirà infatti ad arrivare al 42% dei consensi, la quota ritenuta “minima” per assicurarsi la maggioranza in Parlamento. 

Questo provocherà una fase di stallo in cui appare chiaro su chi puntino i giornali tedeschi, spagnoli e francesi: la permanenza di Paolo Gentiloni, considerato, fra gli ex-Presidenti del Consiglio ed i papabili futuri candidati, il più “rassicurante”, preparato ed atto a mantenere l’Italia in carreggiata. 

A rischio, sottolineano i giornali internazionali sia di destra che di sinistra, ci sarebbe la solidità economica e politica dell’Italia: quello che, in fondo, interessa di più ai partner internazionali.

Ma come rendere possibile tale permanenza?

Qui entrerebbe in gioco Berlusconi e Forza Italia. Sempre ben lontano da quel 20% che era “normale” all’apice del suo consenso, ma assiso attorno al 16-17%, l’ex-Presidente potrebbe essere il vero “Kingmaker” della prossima legislatura, capace, con i suoi voti, di confermare Gentiloni o eleggere qualsiasi futuro Premier a sua discrezione. Questa, che vent’anni fa sarebbe stata vista come uno scenario apocalittico in Europa, diventa “rassicurante” quando si pensa che questo potrebbe annullare ogni pulsione sovranista dal prossimo governo italiano sia che esso venga dal M5S che dall’asse Lega-Fratelli d’Italia.

Proprio dall’ansia populista-sovranista nasce l’inaspettato “onore delle armi” a Silvio Berlusconi da parte dei suoi storici oppositori europei: una follia che però, per l’Europa, diventa concretezza in uno scenario politico italiano sempre più preoccupante.

Per saperne di più:

L’Italia, il vero test per l’Europa: le elezioni italiane viste dalla stampa estera – il Ristretto del 5-1-2018


Opinioni in pillole

Qual è il problema politico dell’Europa? Lo riassume Pierre Briançon su POLITICO.

In un momento di crescita generale, le riforme della UE – come quelle ipotizzate da Emmanuel Macron – potrebbero essere il tassello mancante per un lungo periodo di prosperità per il continente.

Non succederà, perché “almeno che non si verifichi un’altra crisi internazionale (Brexit o banche), nessun governo europeo si sentirà incentivato a premere l’acceleratore delle riforme”.

Perché, infatti, cambiare quando le cose vanno bene? Per spaventare un elettorato che letteralmente impazzisce quando si parla della maggiore integrazione politica dell’Unione?

Eccovi spiegato, in poche righe, quale è il vero problema dell’Unione Europea

(Sul tema delle riforme e della crescita)


News o chiacchiere? 

I siti italiani dell’ultima settimaa riportano, nello stesso momento, l’importantissima polemica sui sacchetti di plastica biodegradabile e la seguente notizia:

Trump: il mio pulsante è più grosso di quello di Kim…

Ai giornali chiedo: sicuri sicuri non ci siano state notizie più importanti oggi? Ma proprio sicuri? Anche non solo in Italia, ma tipo in Iran, dagli USA o qualsiasi altra parte del mondo?

Ai lettori: siete consci che se i giornali di cui sopra titolano così un po’ di responsabilità l’avete anche voi?
No? Ok…

(Sulla polemica dei “sacchetti biodegradabili in Italia”)


Oltre la geopolitica in Iran c’è di più.

Solo per ricordare – a coloro che lo stanno già facendo – che al di là di qualsiasi teoria complottistica (CIA, Mossad, Sauditi o gli stessi iraniani) dietro le proteste popolari in Iran ci sono persone, storie personali, motivazioni ed idee reali, non solo manovre geopolitiche

Come per la ragazza senza velo di My Stealthy Freedom آزادی یواشکی زنان در ایران diventata uno dei simboli delle manifestazioni dell’ultima settimana.

Come per chi protestava contro la disoccupazione o l’aumento dell’inflazione, chi è in piazza per il cambiamento e chi genericamente contro il governo.

Si chiamano persone. Detto questo, potete tornare liberamente ai complotti e alla “contro-informazione”.

(Sulle protese in Iran e le mille teorie che tentano di interpretarle)

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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