ILVA? Si guardi allo specchio Ministro Di Maio (e smetta di dire balle)

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Sull’ILVA e sull’Economia, Di Maio e Salvini hanno ricevuto l’ennesimo schiaffetto dalla realtà, ma poco importa finche ci saranno i social a nasconderli.

Come va l’Italia?

Dipende. Se non vi interessa informarvi in modo coscienzioso sui dati reali e su concetti fondamentali di economia e politica, l’Italia è stagnante, il risparmio italiano viene piano piano eroso, fra le altre cose, dalla perdita di valore dei patrimoni immobiliari. L’occupazione è sempre attorno al 10% mentre in Spagna e Portogallo, due degli altri PIIGS dell’epoca che fu, sta calando. In Spagna, per di più, lo Spread è sceso sotto i 100 punti base, segno di una riacquisita stabilità dei titoli di Stato. In Italia, invece, quando questo scende, raramente sotto i 250 punti, festeggiamo.

Se invece seguite i social e i media (e sono tanti) pro-governativi (a volte basta anche sentire i cerchiobottisti di molti giornali maggiori), l’Italia non si può lamentare, anzi sta ripartendo, anzi, meglio ancora, ha ricominciato a volare grazie alle norme incluse nella Legge di Bilancio 2019. Non solo, grazie alla lotta all’immigrazione clandestina e al Decreto Sicurezza, siamo anche più sicuri (non dagli italiani di estrema destra però) e tutto, in fondo, sta andando bene in barba ai radical chic e gli europeisti.

Facendo noi parte del primo gruppo di persone abbiamo deciso che è di nuovo ora di sfatare un po’ di propaganda governativa.


ILVA

Da mesi il paese è stretta fra due diverse narrazzioni. Da una parte quella del Governo, in cui esistono ostacoli e difficoltà, ma solo perché siamo stati governati male (“e allora il PD?”), perché l’Europa non ci vuole bene (“e allora Macron?”) e perché “la crisi è mondiale”. Dall’altra quella della realtà, quegli scogli dove gli annunci si infrangono e la propaganda si svuota. Quando le due entrano in contatto il Governo si spiaggia. Così è successo per Toninelli su Genova, a Laura Castelli sullo spread (ma dove sono finiti questi due eroi?), a Savona sulla crescita e i moltiplicatori etc. etc.

Succede, spesso, anche a Di Maio e Salvini, solo che i due hanno un cordone di protezione, fra mezzi di comunicazione, social e fedeli followers, che arginano i danni, spostando le macerie sotto il tappetino.

Così è successo a Taranto dove il 24 aprile Luigi Di Maio, Giulia Grillo, Sergio Costa, Barbara Lezzi e Alberto Bonisoli si sono recati per un tavola rotonda sul tema ILVA.

Sui social esistono due versioni dell’incontro. Quella integrale e quella con il solo intervento di 8 minuti di Lugi Di Maio. La prima contiene una raffica di accusa al Governo attuale sulla gestione del contratto Arcelor-Mittal, la (non) chiusura dello stabilimento e la mancanza di ogni piano per la riconversione industriale. La seconda l’intervento di un politico che si incolpa delle lungaggini burocratiche e che nega di essere a Taranto per meri fini elettorali mentre, spostandosi all’attacco, accusa Carlo Calenda di aver raggiunto un accordo segreto pre-insediamento del Governo Conte.

Se si guarda solo il secondo video, quasi verrebbe voglia di dar ragione ai pasdaran a 5 Stelle sulla “statura politica di Di Maio”. Poi si guarda il resto del video e si nota che Di Maio non risponda alle specifiche questioni poste dagli interlocutori, ma segua un cannovaccio: “siamo andati piano, stiamo lavorando per voi e comunque è colpa del PD”.

Nei primi minuti del video integrale, scopriamo che sì, Di Maio in riunioni a porte chiuse avvenute a Roma a giugno, luglio e settembre avrebbe parlato di “rescissione della trattativa con gli indiani” e di “chiusura e/o conversione dell’impianto” e che quindi, pur essendo, per sua stessa ammissione, a conoscenza dell’accordo già sottoscritto dal MISE, stava, di fatto, mentendo ai tarantini. La bomba, però arriva dopo 38 minuti, quando la parola passa al direttore di Peacelink, Alessandro Marescotti.

“Vorrei partire da una dichiarazione del Ministro Di Maio dell’8 settembre scorso […]”, incomincia Marescotti, secondo cui il Governo avrebbe installato, all’ILVA, “tecnologie che riducono del 20% le emissioni nocive”, tecnologie, aggiunge “che non sono mai state installate”

“Ministro” ripete Marescotti “queste tecnologie non sono mai state installate”.

Di Maio distoglie lo sguardo, ma l’attivista lo incalza ancora: “Mi guardi, Ministro, non sono state mai installate”.

Secondo i dati delle centraline ISPRA e ARPA di Taranto, infatti, nei primi 5 mesi di gestione di Arcelor-Mittal, la cokeria dell’ILVA avrebbe aumentato le proprie emissioni inquinanti:

  • + 23% PM10, polveri sottili, reputate cancerogene;
  • + 32% PM2,5, polveri molto sottili , anch’esse cancerogene;
  • + 92% IPA, idrocarburi policiclici aromatici, cancerogeni.

Nel quartiere di Tamburi, il punto della città dove è collocata l’acciaieria, si è avuto un:

  • + 6% PM10;
  • + 14% PM2,5;
  • + 26% IPA.

“Vorrei che il Ministro riflettesse per le prossime volta, quando annuncia una cosa come sicura, che tutto questo diventa pubblicità ingannevole quando non si verifica”. Lo faccia Ministro Di Maio, rifletta prima di annunciare un – 20% di emissioni a Taranto, un + TOT di PIL, un + TOT di occupati etc.

Ci rifletta Ministro, e si guardi allo specchio non solo per farsi il nodo alla cravatta, se ce la fa.



Lavoro? Dove?

 

Italiani! Smettete di temere e spendete! Siamo ricchissimi nonostante “per mesi e mesi le opposizioni abbiano annunciato la catastrofe, amplificata da un’orchestra di tv e giornali che hanno dichiarato guerra al MoVimento 5 Stelle” (account twitter ufficiale del MoVimento) aggiungendo che “i dati Istat di ieri ci danno ragione”.

Cresciamo, quarter to quarter, dello 0.2% (stime flash di ISTAT, il che vuol dire che le ufficiale potrebbero cambiare) e year to year, dello 0.1%. Che crescita instoppabile tant’è che Luigi Di Maio, immemore della lezione tarantina dichiara che “andiamo come un treno”. Infatti superiamo la Turchia (-2.5%), l’Iran (-6) e il Venezuela (-25%)!

Com’è avvenuto questo miracolo? Aumento della domanda interna? Export? Produttività? Pare nulla di tutto questo. Gianluca Codagnone, di Fidentiis, insinua il sospetto che a fronte di una crescita molto debole di ordinativi e vendite,  “la crescita del Q1 2019 sia dovuta al restocking dei magazzini”. Nei trimesti Q2, Q3 e Q4 2018 le scorte si sono contratte, rispettivamente, dello -0.4, 0 e -0.4.

In pracita, siamo dei Frecciarossa a pedali, senza ruote. E siamo pure stanchi, parecchio.

Visto che al peggio non c’è mai fine, il Presidente della Commissione Bilancio della Camera, il leghista Claudio Borghi, ci fa sapere – festante – che il nostro indice PMI è in crescita passando da 47.4% a 49.1%!!! Che cos’è il PMI? Si tratta di un indice composito dell’attività manifatturiera di un Paese che tiene conto conto di nuovi ordini, produzione, occupazione, consegne e scorte. Sopra il 50% si è in espansione, sotto in contrazione o recessione e il nostro indice si contrae da 9 mesi per effetto congiunto di slowdown mondiale, annunci del governo (le aspettative in dottrina economica esistono) e provvedimenti governativi. Questo mese decresciamo leggermente meno, ma solo perché questo mese i tedeschi hanno accresciuto gli ordini (un teorema che sfugge ai sovranisti: la nostra produzione industriale è parte della filiera tedesca).

E l’occupazione? Sale dello 0.3%, solo che era scesa nella seconda metà del 2018, ed infatti è ancora sopra il 10%, ma va tutto molto, molto bene. Basta non guardare a cosa fanno Spagna e Portogallo, o ignorare l’Irlanda.


Emergenza Pound?

 

Vallerano è un ameno comune di duemila abitanti del viterbese dove CasaPound, nel marzo 2019, ha preso il 22%. Un dato altissimo che testimonia quanto CasaPound sia forte nel viterbese grazie, soprattutto, a “Blocco Studentesco”, sulla cui chat privata è girato il video dello stupro.

Qui è consigliere comunale Fracesco Chiricozzi arresto il 29 aprile per violenza sessuale assieme a Pierpaolo Armenti e Jacopo Polidori, simpatizzanti dell’organizzazione

Simone De Stefano, leader politico di CasaPound dichiara di aver cacciato il militante dal gruppo e di augurarsi, per lui e per tutti gli stupratori, la castrazione chimica.

Sempre a Viterbo i capi di CasaPound furono condannati per lesioni gravi per una “spedizione punitiva” contro i tifosi dell’Ardita San Paolo

Violenza per violenza, occhio per occhio perché è così che funzionano i “fascisti del terzo millennio”, con la violenza, simbolo di quel “ardore patrio” che i militanti vedono nell’adesione al fascismo. La violenza è parte integrante del credo di CasaPound e per capirlo basti pensare al pugno nell’occhio che il fondatore del movimento, Gianluca Iannone, defini “schiaffo futurista” al contestatore Filippo Rossi o all’oramai leggendaria “Cinghiamattanza”, un vero rituale alla “Fight Club”.

CasaPound, la cui casa editrice pubblicherà il nuovo libro di Matteo Salvini.

Intanto gli Irriducibili della Lazio inneggiano al “camerata Benito Mussolini” a Piazzale Loreto e Forza Nuova ci fa sapere che “contro vecchi e nuovi partigiani, contro sbirri, toghe e pennivendoli, vili, prudenti e traditori, contro i servi di Soros, contro Bruxelles e la Nato, controo ogni antifascismo: onore eterno all’ultimo dei Cesari, Mussolini per mille anni”.

Ma il problema, come ci dicono in cora tutte le destre italiane (Lega, Fratelli d’Italia, FN, CP e compagnia), sono gli immigrati.



Roma, ROMA, ROMA!!!!

Nel turbinio di emozioni che abbiamo vissuto a cavallo fra 25 aprile e primo maggio (probabilmente le due feste meno rilevanti per Matteo Salvini ed il suo entourage), non poteva mancare l’ennesima polemica su Roma.

Oramai, assieme alle europee, la capitale è diventata l’ennesimo oggetto del contendere dei due diachi di Governo.

Salvini vuole Roma, magari attraverso la candidatura di Giorgia Meloni, possibile futura alleata di Governo ed il cui modo di comunicare è oramai un mix di Salvinismo e nostalgia del ventennio (che poi sembrano sinonimi).

Di Maio (e Casaleggio), dall’altra parte, stanno dimostrando di esser protni a far ogni cosa per salvare Virginia Raggi. Anche inventarsi, nel Decreto Crescita, una norma, poi revocata, per trasferire al Ministero dell’Economia il debito della Capitale.

L’intervento della Lega (“o tutte le aree metropolitane o nessuna”, Salvini punta anche all’altra grande malata che è Torino) ha limitato i danni per l’erario, ma il 5 Stelle non molla. Nell’art. 38 del Decreto Crescita, infatti, si incarica lo Stato dell’erogazione delle risorse per la cancellazione del debito.

In settimana inizia la discussione parlamentare e se, per noia, fra un episodio di Game of Thrones e l’altro, volete individuare un altro terreno di scontro puramente elettorale che con il futuro del paese non c’entra nulla, non dovete far altro che pensare a Roma.

Anzi, come direbbe proprio la Meloni a “Roma, ROMA, ROOOOMAAA”.

 

Le vignette pubblicate sono di Ru, i testi di Simone Bonzano – quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale


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