Il nuovo piano europeo per i rifugiati – Il futuro della Germania – I venti di guerra nell’Iraq post-Isis -il Ristretto del 16-9-2017

 Rifugiati proveniente dal Darfur nel Chad Orientale in un campo di aiuto dell'Unione Europea. Foto:  European Commission DG ECHO  Licenza:  CC 2.0    

Rifugiati proveniente dal Darfur nel Chad Orientale in un campo di aiuto dell’Unione Europea. Foto:  European Commission DG ECHO  Licenza: CC 2.0  

Scade il piano per il ricollocamento dei rifugiati sul territorio europeo e l’Europa, nonostante le critiche dei paesi dell’Est va avanti per la sua strada. Il collasso di Martin Schulz ed il futuro della Germania. I venti di guerra in Iraq e lo stato della Libertà di Stampa in Italia. La rassegna stampa del 19 settembre 2017.

Bruxelles – La finta vittoria di Orban sui rifugiati ed i nuovi piani della UE

Il piano di ricollocamento obbligatorio per i rifugiati sul territorio dalla UE non verrà rinnovato una volta giunto alla propria conclusione a fine mese.

Non si tratta, però di una vittoria del premier ungherese Viktor Orban, e di tutte le forze politiche anti-accoglienza del continente. Anzi, la decisione della Commissione Europea nasce dalla necessità di trovare un sistema più efficiente che fornisca risultati migliori che non possa essere bloccato dall’azione “irresponsabile” di alcuni paesi membri.

Il piano attualmente in vigore, varato nel 2015, si prefiggeva l’obiettivo di ricollocare i 160.000 richiedenti asilo sbarcati negli ultimi due anni sulle coste greche ed italiane. A poche settimane dalla sua conclusione, prevista per il 26 Settembre, però, solo 27.695 rifugiati avrebbero usufruito del programma.

La causa? Il costante diniego ad aprire le proprie frontiere da parte della Polonia e dell’Ungheria, a cui hanno fatto seguito anche Repubblica Ceca e Slovacchia e che, nei fatti, ha bloccato tutto il meccanismo.

Nonostante il sostanziale fallimento, però, il piano continuerà ad essere operativo fino al raggiungimento del proprio obiettivo iniziale cercando di coinvolgere i paesi renitenti nel quadro di solidarietà comunitaria. A questo scopo si ascrivono le iniziative messe in campo dal Parlamento Europeo, dalla Commissione e dalla Corte di Giustizia atte a spingere Budapest, Varsavia, Bratislava e Praga ad ottemperare ai propri obblighi.

Per quanto riguarda il futuro, un nuovo piano sarebbe stato in discussione come aggiornamento Convenzione di Dublino riguardante il diritto d’asilo nella UE, ma i colloqui sono stallati.

Fino alla riapertura dei colloqui, la Commissione sarebbe orientata al rilascio di una normativa transitoria che mantenga attivo il meccanismo attualmente vigente supportandone l’applicazione mediante aiuti finanziari ai paesi coinvolti.


 Sigmar Gabriel, Ministro dell'Economia tedesco, vice-Cancelliere e figura di spicco della SPD. Proprio lui sembra, per primo, gettare la spugna nelle ormai prossime elezioni tedesche. Foto:  JouWatch  Licenza: CC 2.0

Sigmar Gabriel, Ministro dell’Economia tedesco, vice-Cancelliere e figura di spicco della SPD. Proprio lui sembra, per primo, gettare la spugna nelle ormai prossime elezioni tedesche. Foto:  JouWatch  Licenza: CC 2.0

Germania – Il lento declino di Martin Schulz e della SPD

“Il miglior risultato possibile sarebbe una coalizione di governo composta da Socialdemocratici della SPD (rosso), Liberali della FDP (giallo) e Verdi (verde)”. Questo è l’auspicio ribadito in un intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung dal Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel per le ormai imminenti elezioni del 24 settembre in Germania.

Più che di una possibilità, si tratta però di una sogno quasi totalmente irrealizzabile. Da mesi, infatti, i sondaggi mostrano una situazione cristallizzata con la CDU/CSU stabile attorno ai 40 punti percentuali, la SPD fra il 20% ed 23% e i rimanenti partiti (Alternativa per la Germania, Linke, Verdi e Liberali) attorno a quota 9%. Stando ai dati, un’alleanza “rosso-giallo-verde” arriverebbe solo al 41%, lontano, quindi, dalla maggioranza necessaria per la fiducia. Tale alleanza, inoltre, sarebbe osteggiata non solo dalla FDP, intenti ad accaparrarsi il voto della destra liberale, ma, a sorpresa, dagli stessi Verdi.

Proprio quest’ultimi, storici alleati della SPD, starebbero, infatti, dando la caccia a quell’elettorato socialdemocratico deluso dalla campagna elettorale di Martin Schulz.

Sempre secondo i sondaggi, il 46% tedeschi sarebbero maggiormente propensi verso una “coalizione Jamaica” composta da FDP, Verdi e la CDU/CSU, il cui colore “elettorale” è il nero. Più difficile la strada verso, l’ennesima, “Grande Coalizione” fra CDU/CSU e SPD, su cui si sta spaccando la leadership socialdemocratica. In settimana, lo stesso Gabriel aveva bollato la Grande Coalizione come impossibile, attirandosi le critiche di Martin Schulz. Per il candidato Cancelliere, l’atteggiamento del partito nel dopo elezioni è competenza dell’assemblea dei militanti e non di singoli dirigenti.


Italia – Fra politica e capitale il male dell’informazione in Italia.

“Arginare l’influenza politica sui media”. Questa sarebbe la principale sfida per l’Italia, almeno secondo l’ONG Freedom House ed il suo report sulla “Libertà di Stampa 2017”.

Secondo questo documento, infatti, l’Italia sarebbe l’unico paese dell’Europa Occidentale a non rientrare nel novero dei paesi “liberi”, andando ad accostarsi a paesi dichiaratamente “illiberali” quali Ungheria, Turchia e Polonia.

A differenza di questi paese, però, in Italia problemi sarebbero legati più al mancato controllo del mercato, il quale favorisce la fusione fra politica ed editoria, più che ad una forte riduzione del diritto di stampa da parte del Governo.

Secondo il Garante per le Comunicazioni (AgCom), il 90% dei proventi televisivi ed il 40% di tutto il comparto, quindi anche internet e carta stampata, sarebbe in mano a tre soggetti, nell’ordine: Sky Italia (di proprietà di 21st Century Fox), la Mediaset di Berlusconi e la RAI. Anche nell’editoria sono i grandi cartelli a farla da padroni. Fra questi spicca la futura “joint-venture” fra il Gruppo l’Espresso (Repubblica, Espresso, Radio Capital) e Itedi (Stampa e Secolo XIX), la quale dovrebbe completarsi nella seconda metà del 2017 e che porterà il gruppo a controllare oltre il 41% del mercato editoriale extra-televisivo.

La costituzione di questi grandi conglomerati editoriali, sottolinea il report, danneggiano il mercato dell’informazione nel paese. A questo si unisce la costante interferenza politica sulla TV di stato ed il caso, ancora irrisolto, della presenza di Berlusconi, della sua famiglia e del suo gruppo sia sulla scena politica che in quella editoriale.

Questo continuo interfacciarsi fra politica e giornalismo sarebbe alla base della sempre più costante sfiducia degli italiani nell’informazione, un fenomeno che espone il paese al rischio delle Fake News.

Per risolvere la situazione, chiosa Freedom House, l’Italia avrebbe bisogno di una seria legge sul conflitto di interesse e la valorizzazione di Internet (su cui Freedom House ammette siano stati fatti passi da giganti).


Kurdistan – Lo strano triangolo Ankara-Teheran-Washington contro il referendum

“Sia gli Stati Uniti che l’Iran sarebbero d’accordo che il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno del 25 Settembre 2017 non debba svolgersi”. Questo sarebbe il contenuto del messaggio arrivato all’Unione Patriottica del Kurdistan, terzo partito della regione e storicamente vicino a Teheran e Baghdad.

Simili messaggi sarebbero stati recapitati ai membri del movimento Gorran, primo partito dell’opposizione al governo del KPD di Mas’ud Barzani, il Presidente della Regione Autonoma del Kurdistan iracheno.

Secondo i messaggi, gli Stati Uniti sarebbero al 100% contrari al referendum e, come riportano fonti vicini a Gorran, non sarebbero disposti “ad appoggiare l’indipendenza, anche a rischio di lasciare il Kurdistan da solo”. Più duro l’Iran.

Per il General Maggiore Qasem Soleimani, comandante dalle forze speciali iraniane, solo l’intervento di Teheran ha bloccato le milizie paramilitari sciite da attaccare la regione, protezione che svanirebbe qualora il Kurdistan celebrasse il referendum.

Soleimani sarebbe andato oltre citando, come esempio, i fatti successi nel distretto di Mandali nel sud del Kurdistan. L’11 Settembre, truppe sciite irachene sarebbero entrate in città, assunto il governo della città ed esclusa la stessa dal referendum. Come reazione, i governi del Diyala e di Salahuddin, vicini a Mandali, avrebbero bloccato la celebrazione del referendum nelle aree contese adiacenti ai propri confini.

Minacce simili arrivano anche dalla Turchia. In una dichiarazione del 14 Settembre, il Ministero degli Esteri turco ha dichiarato come il Kurdistan rischierebbe di “pagare un alto prezzo” perseguendo il referendum “nonostante i pareri negativi degli alleati”.


Iraq – Kirkuk, il nuovo fronte di tensione dell’Iraq post-ISIS

Mentre le ultime roccaforti dell’ISIS vengono sconfitte, si apre la partita per il futuro dell’Iraq ed ovviamente il referendum curdo per l’indipendenza riempie la scena.

Mentre la comunità internazionale cerca di fermare il referendum, fra Kurdistan ed Iraq aleggiano venti di guerra. Nodo del contendere lo status della ricca provincia petrolifera di Kirkuk.

La città, considerata la capitale ancestrale del Kurdistan, ma facente parte dell’Iraq, è stata occupata dai Peshmerga curdi durante la guerra con l’ISIS e rivendicata come “componente” fondamentale del KRG, il Governo delle Regione Autonoma del Kurdistan. Già durante gli scontri con l’ISIS, il governo pro-Kurdistan della città aveva mostrato la bandiera curda sopra gli edifici pubblici, suscitando le proteste di Baghdad.

Lo svolgimento dell’offensiva contro Mosul aveva distolto l’attenzione dalla città, soprattutto da parte delle milizie paramilitari sciite, considerate il braccio armato dell’Iran nella regione e assolutamente contrarie alla frantumazione dello stato iracheno.

“Kirkuk appartiene all’Iraq” ha, infatti, affermato Abu Azrael, comandante di una delle principali formazioni militare sciite della regione, dichiarazione ripresa anche da membri dell’Organizzazione Badr, partito politico filo-iraniano presente nel governo di Baghdad.

Pur fra le minacce, nessuno forza paramilitare sciita avrebbe la forza per fronteggiare i Peshmerga di stanza a Kirkuk, il cui numero supererebbe, e di molto, quello dei miliziani. Il rischio sarebbe, però, quello della guerriglia e del terrorismo, con prevedibili conseguenze sia sulla stabilità della regione che sul mercato degli idrocarburi (da cui dipende oltre l’80% dell’economia curda).

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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