L’Ideologia al Potere: il Decreto sui Rifugiati, Trump e Bannon – il Caffè del 31-1-2017

 Proteste all'aereporto di San Francisco. Foto di: quinnums via photopin.

Proteste all’aereporto di San Francisco. Foto di: quinnums via photopin.

Venerdì 27 gennaio con un veloce colpo di penna al Pentagono, il Presidente Trump ha firmato l’ordine esecutivo che blocca temporaneamente l’arrivo di immigrati e rifugiati negli Stati Uniti. Un provvedimento annunciato in campagna elettorale che ha esposto il Presidente alla più grande crisi nazionale ed internazionale della recente storia oltre a far confermare il potere del suo principale consigliere: Steve Bannon.

La firma. Il set è stato scelto accuratamente: non lo studio ovale dai toni dorati dove sono stati firmati i primi ordini – quelli su ObamaCare e l’abbandono della Green Economy – ma il memorial interno al Pentagono eretto in onore di chi ha ricevuto la Medaglia al Valore, la più alta onorificenza militare degli Stati Uniti. Qui, seduto ad un tavolinetto di legno ed affiancato dallo stesso segretario alla difesa Mattis, Trump ha prima letto e poi firmato – davanti alla stampa e in diretta televisiva – il suo ordine esecutivo più importante, quello sull’immigrazione islamica. Doveva essere la consacrazione finale dei primi 10 giorni del nuovo Presidente, il momento in cui le sue promesse elettorali di difendere l’America, i suoi confini ed i suoi cittadini contro il “terrorismo islamico” si concretizzava, o almeno così nei desiderata dello staff presidenziale. Ne è scaturita, invece, l’ennesima crisi politica ed internazionale, l’ultima temporalmente di un Presidente appena insediatosi che sembra guidato dalla fretta più che dal ragionamento politico.

90000 viaggiatori bloccati immediatamente. L’ordine noto come “Protecting the Nation from Foreign Terrorist Entry into the United States – Proteggere la Nazione dall’Ingresso di Terroristi Stranieri negli Stati Uniti” blocca con effetto immediato l’accesso al paese a tutti i rifugiati per 120 giorni e per i Siriani in maniera indefinita. In aggiunta, viene istituto un divieto d’ingresso per 90 giorni ad ogni visitatore – rifugiato o no – provenienti da Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Si tratta – come riporta il Washington Post – di oltre 90.000 viaggiatori originari dai sette paesi già registrati per la partenza nei prossimi 3 mesi e per la maggior parte in possesso di visto turistico. In aggiunta, l’ordine istituisce una più rigida selezione all’ingresso per i cittadini pakistani, sauditi ed afgani secondo criteri ancora non specificati.

Il caos negli aeroporti. Sia il Dipartimento di Sicurezza Nazionale – dove peraltro Trump aveva firmato 24 ore prima il decreto per l’edificazione del muro al confine col Messico – sia il servizio doganale statunitense sono stati colti di sorpresa. Il primo si è subito prodigato a sottolineare che il divieto non interessa i cittadini dei paesi incriminati già in possesso della Green Card – il permesso di soggiorno illimitato –  di fatto salvando coloro che normalmente risiedono e lavorano nel paese, tra cui consulenti militari o dipendenti delle corporation di Silicon Valley. Nel frattempo i funzionari della dogana hanno dovuto contattare le principali compagnie aeree internazionali “istruendole a non imbarcare qualunque possessore di passaporto” iracheno, iraniano, somalo, libico, sudanese, siriano e yemenita. Con un risvolto che ha dell’assurdo, il divieto impedisce la sosta – comune nel caso di voli intercontinentali – negli Stati Uniti anche al personale viaggiante delle stesse compagnie aeree se in possesso di un passaporto di uno di questi sette paesi originario dei sette paesi. Nel caos che è deflagrato nei maggiori aeroporti internazionali sono stati colpiti anche i cittadini europei in possesso di doppio passaporto, nonostante l’esistenza di visti turistici agevolati. Questo è stato confermato nella giornata di lunedì dalle ambasciate statunitensi in Europa, escludendo migliaia di europei dall’ingresso negli Stati Uniti.

Il dissenso negli Stati Uniti e a Washington. Mentre la protesta montava nelle strade e nei maggiori aeroporti del paese – 10.000 solo a Manhattan – il dissenso è arrivato all’interno dei palazzi di Washington, con richieste da parte dei movimenti per i diritti civili ed associazioni di supporto ai rifugiati di intervento della Corte Costituzionale contro il bando, peraltro bloccato temporaneamente da alcuni giudici federali.  Lo stesso Segretario della Difesa John Mattis – nominato da Trump e presente alla firma del provvedimento – ha pubblicamente criticato il bando, sottolineando come questo “ci stia causando un enorme danno politico con ripercussioni su tutto il sistema internazionale [di alleanze]”. L’attuale inquilino del Pentagono – riportano fonti vicine al ministero – non sarebbe stato consultato nel momento di redazione dell’ordine. Simile il dissenso della maggioranza repubblicana al Congresso, i quali lamentano di non essere stati né avvertiti né consultati dalla Casa Bianca. 

La controffensiva di Trump. Di fronte alla protesta montante e ai risvolti legali è intervenuta la stessa amministrazione. A farne le spese l’attuale reggente del Ministero della Giustizia, Sally Yates – nominata il 20 Gennaio dall’amministrazione Obama in attesa della conferma da parte del Senato di Jeff Session – è stata licenziata da Trump perché si sarebbe “dimostrata debole contro l’immigrazione illegale” per il suo rifiuto “ad applicare un ordine concepito per proteggere i cittadine degli Stati Uniti”.  

Quest’ordine è stato firmato nel Giorno della Memoria. Per rispetto alla storia, abbiate il coraggio di dirlo ad alta voce!

— Yvette Cooper, parlamentare laburista britannica

Ideologia e fretta. Il licenziare l’ordine al Pentagono, in quella sala davanti alla stampa, doveva far apparire il nuovo Presidente come l’uomo forte della sicurezza nazionale capace di proteggere gli “Americani” dal terrorismo e dagli immigrati. Invece, in seguito alla confusione politica ed organizzativa che è scaturita da quella firma, Trump diventa l’esempio di un’amministrazione poco competente e frettolosaincapace per questo di rispettare le regole basi del governo, ovvero la costruzione del consenso politico e la revisione costituzionale delle proprie iniziative. La Casa Bianca sembra agire in maniera indipendente dal resto delle istituzioni statunitensi e sembra mossa dal desiderio ideologico di affermare i propri principi ora e subito, invece di proporre piani concreti o “visioni programmatiche” che poi è quello che è successo anche per il blocco ad ObamaCare, l’uscita dal TTP o l’abrogazione delle norme sulla Green Economy. 

#StopPresidentBannon. In questo contesto, emerge prepotente la figura di Steve Bannon, consigliere strategico di Donald Trump, ideatore della sua campagna elettorale e fondatore di Breitbart, il magazine online considerato la voce dell’estrema destra repubblicana. Bannon – pur scevro di ogni esperienza politica – è stato messo recentemente dal Presidente a capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) ed ha potuto nominare direttamente alcuni dei principali consiglieri presenti alla Casa Bianca, eclissando nei fatti il ruolo del Capo dello Staff Reince Priebus. Bannon – insieme all’altro consigliere Stephen Miller – sarebbe la mente dietro ciascuno degli ordini esecutivi emanati da Trump negli ultimi giorni dal muro in Messico, fino al decreto anti-Immigrazione, passando per l’abbandono del TTP allo lo stringere rapporti con la Russia a scapito dell’Europa, tutte applicazioni dirette delle idee esposte per anni sulle pagine di Breitbart. Proprio Bannon avrebbe convinto il Presidente – il quale aveva provato a ridimensionare alcune delle sue proposte contro l’immigrazione islamica – a procedere con la linea dura verso i rifugiati nonostante l’opposizione di alcuni membri del Gabinetto.

Non a caso domenica, mentre le proteste montavano negli USA e nel mondo, #StopPresidentBannon scalava rapidamente la lista degli hashtag più usati su Twitter.


Approfondimenti:

– un’analisi del decreto e dei risvolti sull’immagine del presidente: New York Times

– sulle proteste contro il divieto: Time Magazine

– sul caso di New York che rivendica il proprio status di rifugio per i migranti: Fox News Insider

– sull’incostituzionalità dell’ordine esecutivo: Slate e Business Insider

– sull’accumulazione dei poteri da parte di Bannon: New York Times

– una biografia di Steve Bannon: Frankfürter Allgemeine Zeitung

– una valutazione su Trump a dieci giorni dall’inaugurazione: The Newyorker

– sul ruolo dell’Europa sui rifugiati: Politico

 foto di copertina: quinnums SFO Muslim Ban Protest via photopin (license)foto in Galleria: Stephen D. Melkisethian DC Opposes Trump’s Muslim Ban 67 via photopin (license) and Geoff Livingston Be Kind via photopin (license)

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

Commenta!

avatar
  Subscribe  
Notificami