Hieronymus Bosch, touched by the Devil: l’universo visionario di Bosch, tra scenari danteschi ed allusioni bizzarre – CO Reloaded del 24-2-2017​

 © Pieter van Huystee Film

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Indagare l’artista Hieronymus Bosch e confrontarsi con la sua arte. Un film documentario descrive l’affascinante e complesso lavoro di un gruppo di ricercatori a 500 anni dalla morte del Maestro.

Nel 2016 cadeva il cinquecentenario dalla morte di Hieronymus Bosch, grande quanto misterioso artista olandese. A Den Bosch, città dei Paesi Bassi in cui l’artista nacque attorno al 1450, la ricorrenza acquisiva un significato molto particolare, da esaltare attraverso una mostra quanto più completa e documentata possibile delle sue opere, delle sue tecniche e delle sue attitudini. La realizzazione di un’impresa tanto impegnativa fu compito di una squadra di ricercatori pazienti e coraggiosi, il cui lavoro è raccontato in “Hieronymus Bosch. Touched by the Devil” dell’olandese Pieter van Huystee.

 © Pieter van Huystee Film

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Entrare nell’universo di Bosch – del quale pure non restano moltissimi lavori – significa inoltrarsi in una selva fitta di enigmi. Bosch, che d’abitudine non datava e non firmava i suoi lavori, riempì i suoi dipinti di allusioni ed allegorie a volte appena accennate, spesso nascoste in forma di minuscoli e quasi invisibili suggestioni. Fra questi, un bell’esempio è quello dei gufi, animali diabolici nell’immaginario del XV secolo, che ritornano in almeno due terzi dei dipinti del Maestro in modalità poco appariscenti, quasi che non debbano essere visti, ma debbano piuttosto osservare lo spettatore, in un inquietante dialogo di sguardi che le opere scambiano con i propri fruitori.

Un artista del dettaglio, dunque, ma anche l’autore di grandi messaggi morali articolate in riflessioni esistenziali illustrate con crudezza e disincanto. Chi guarda questo documentario ha il privilegio prezioso di acquisire a tratti il punto di vista degli studiosi mentre sono alle prese con l’esame delle opere d’arte. Insieme a loro apprezziamo il significato del trattamento diversificato degli occhi dei personaggi e del loro orientamento – ad esempio, nel “Cristo che porta la croce” – le metafore degli esseri mostruosi, le ambiguità costruite dall’autore.

Sì, perché le composizioni di Bosch sono dense, quasi logorroiche sul piano iconografico, ma riescono ad esprimere in modo piuttosto limpido dei messaggi di carattere generale, benché meno scontati siano i valori da attribuire ai loro elementi più minuti. Il “Trittico del carro di fieno”, che mostra una folla di umani che si dirige verso la morte è, ad esempio, la sintesi di un discorso morale: occorre saper scegliere la strada giusta, quella della virtù, e capire quando e come le attrazioni materiali del mondo (rappresentate dal carro) conducano alla rovina.

Gli studiosi che si dedicano all’organizzazione della mostra ci appaiono immersi in un lavoro intenso e complesso. Si avventurano nel pelago delle burocrazie di mezza Europa, dovendosi confrontare con le autorità di musei e paesi diversi: la maggior parte dei lavori di Bosch non si trova, infatti, in Olanda, bensì in Spagna – soprattutto al Prado di Madrid –  e, in misura minore, a Venezia, Berlino, etc. Al tempo stesso, i ricercatori non possono permettersi il lusso di perdere la concentrazione, il filo di un discorso che si dipana tra confronti iconografici, stilistici, compositivi, tanto su scala generale quanto su quella che si può apprezzare solo con la lente d’ingrandimento. Non è detto, del resto, che tutte le opere attribuite a Bosch siano davvero lavori suoi.

L’uso sapiente di varie tecniche combinate aiuterà i ricercatori a capire il grado di autenticità di alcuni dipinti, portandoli a smentire alcune vecchie attribuzioni e ad individuare degli originali in pezzi precedentemente ignorati. Suggestivo e affascinante è poi l’uso dei raggi infrarossi, che permettono di osservare e registrare in forma digitale il disegno preparatorio, già ricco di dettagli, che il Maestro tracciava sulla tavola. Il confronto tra questo e il lavoro finito offre, di volta in volta, uno sguardo privilegiato sulla storia dell’opera e permette di apprezzare i ripensamenti dell’artista, di entrare nella sua psicologia e delineare la forma delle sue intenzioni.

Il documentario non ci ragguaglia, come è ovvio, sui certo notevoli esiti delle ricerche così condotte, ma riesce a comunicare cosa abbia comportato affrontare un’impresa del genere, restituendo in modo esemplare l’irriducibilità e l’impenetrabilità di un genio e la vitalità della sua opera.

Dipinti e disegni che hanno occhi (talora anche orecchie, come nel caso de “La foresta che ascolta e il campo che vede”), che fissano l’osservatore, a volte ammonendolo, ma in ogni caso presentificandogli la sua limitatezza umana.


Hieronymous Bosch. Touched by the Devil

Regia: Pieter van Huystee

Anno: 2015

Produzione: Pieter van Huystee Film

Sito Ufficiale


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