Europa, alleanze e Rosatellum, cosa sarà dei partiti dopo le elezioni

 Elaborazione grafica: il Caffè e l'Opinione. Foto originale: Camera dei Deputati. Licenza: CC 2.0

Elaborazione grafica: il Caffè e l’Opinione. Foto originale: Camera dei Deputati. Licenza: CC 2.0

Facciamo un esercizio e cerchiamo di capire che cosa succederà dopo le elezioni, tramite la presentazioni di quattro fra le storie più interessanti di questa campagna elettorale.

Se state attendendo le elezioni del 4 marzo come l’inizio del “cambiamento del paese”, c’è la non tanto remota possibilità che rimarrete fortemente delusi. Se invece vedete nel 4 marzo la possibile data per un vero rinnovamento dell’offerta politica italiana, allora, forse, potreste vedere i vostri desideri avverarsi.

Andiamo per gradi e vediamo come tramite cinque fra gli scenari più interessanti del dopo elezioni.

(Spoiler: questo articolo parte da dati di fatto per dare un’analisi sul futuro).


Viva l’Europa! Se escludiamo il tema “migranti”, la critica all’Unione Europea è stato il mantra di quasi tutti gli attuali contendenti politici, PD pre-Macron compreso.

Come sottolineato da Jacopo Barigazzi su POLITICO, mentre si avvicina la data delle elezioni, tutto sembra cambiato. Nel Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio ha prima messo fuori dalla porta l’eventualità di un “referendum sull’Euro” fino a dichiararsi, in una recente intervista al quotidiano francese Le Monde, “pro-Europa”.

Mentre il PD decideva la conversione all’europeismo d’assalto, Liberi e Uguali (LeU) abbandonava i suoi toni più fortemente euro-critici e Berlusconi si profondeva in lodi ad Angela Merkel. Addirittura Matteo Salvini, l’anti-EU per antonomasia, ha recentemente sostituito la retorica dell’ITALEXIT con quella di un “Italia più protagonista” a Bruxelles.

Con buona pace dei complottisti, non si tratta di un modo per attirarsi i favori dei “Signori d’Europa”, ma di semplice calcolo politico, come magistralmente riassunto da Massimo Franco su il Corriere della Sera. “Se i sondaggi lo dimostrassero […] i partiti politici italiani non esiterebbero a minacciare l’uscita dall’Europa” e se non lo fanno, argomenta ancora Franco, è perché “l’opinione pubblica italiana […] teme le conseguenze negative della rottura con la UE”. Questo nonostante gli italiani “siano più freddi nei confronti dell’Europa rispetto a 10 anni fa”.


Il Laburismo in Italia? Prendetevi ora un minuto dal logorio della campagna elettorale per osservare l’insieme dell’offerta politica del 4 marzo. Fra “fiamme tricolori” (Fratelli d’Italia), “scudi crociati” (Noi con l’Italia), “ulivi” (Insieme), urla da stadio e omini con la spada (Forza Italia e Lega) sembra di esser ritornati al 2001 se non addirittura al 1994.

Tutto questo potrebbe cambiare in tempo per le prossime elezioni, magari già quelle europee del 2019.

Dell’eventualità che PD abbandoni l’alveo della social-democrazia europea verso il progressismo liberale di Emmanuel Macron, abbiamo parlato in un recente articolo. La domanda sorge spontanea: se Renzi scegliesse la strada del “macronismo” rinunciando al Socialismo europeo che ne sarà della SinistraDem? Renzi sceglierà un altro nome lasciando il PD – l’elettorato NON renziano – ad Orlando e Cuperlo?

Con Renzi fuori dal PD, che faranno i vari Possibile (Civati), Futuro a Sinistra (Fassina), MDP (D’Alema, Speranza, Bersani) e tutti gli altri fuorusciti dal PD vicini e lontani? E Sinistra Italiana, in cui molti sono ex-militanti giovanili del PCI/PDS/DS/PD?

Realisticamente, alla formazione di un polo progressista-liberale al centro potrebbe corrispondere, per la gioia di molti astenuti e al netto dei personalismi dei singoli politici, la nascita di un vero partito laburista in Italia.


La destra fra nazione e centro. Cosa succederebbe invece a destra, qualora Berlusconi – magari con l’offerta dell’abrogazione delle Legge Severino e la promessa dell’elezione al Quirinale (se non finirà prima, questa legislatura voterà il successore di Mattarella) – si spostasse verso una Grande Coalizione?

Probabilmente vedremo Matteo Salvini provare a lanciare la sua OPA sul centro-destra, trasformando il suo secondo partito, Noi con Salvini, da una propaggine centro-meridionale della Lega ad un vero partito nazionale (e nazionalista). Tutto questo magari alleandosi con Giorgia Meloni e lasciando le redini della Lega all’asse lombardo-veneto, quello di Maroni e Zaia.

Stiamo, ovviamente, usando la sfera di cristallo, ma se guardate bene, tutti i pezzi del domino sono già sul tavolo pronti solo a cadere. Che sia una Grande Coalizione o una svolta macronista a farla cominciare, lo scopriremo nei prossimi mesi.


Le coalizioni post-elettorali. Se tutto va come sembra che debba andare, il 5 marzo ci troveremmo o a registrare la nascita di coalizioni di governo diverse da quelle elettorali o, caso peggiore, ad assistere al passaggio da un campo all’altro di “parlamentari responsabili”.

Niente di nuovo, se non ché dopo anni di “criminalizzazione”, tutti i partiti parlano apertamente di alleanze parlamentari. Per anni ci è stato, infatti,  inculcato che le alleanza vadano annunciate prima delle elezioni e che siano gli elettori, con il voto alle singole coalizioni, a determinare il “governo”.

Tutto questo, ora, non vale più e, di colpo, sembra che i partiti si siano ricordati che il nostro sistema è quello della Repubblica Parlamentare dove i governi, e le maggioranze che li sostengono, si formano fra Camera e Senato, non nelle urne.

Esattamente quello che succede in Olanda, Spagna, Portogallo e Germania, per citare sistemi che ricorrono al proporzionale o al sistema misto come il nostro. Un sistema forse non perfetto, ma che permette di creare governi che rappresentino veramente il 50% dell’elettorato e non un 30-40% aumentato con gli steroidi dalla legge elettorale.

Un cambio di posizione talmente marcato che ha colpito anche il Movimento 5 Stelle, come già successo con LeU, PD e Forza Italia. Negli ultimi giorni, infatti, Di Maio ha aperto la porta ad un “contratto vincolante” da proporre agli altri partiti (PD, FI fra gli altri) per sostenere un governo a guida 5 Stelle qualora questo non raggiungesse la maggioranza.

Quello che in Italia si legge “contratto”, in Olanda e Germania si legge “programma di un governo di coalizione parlamentare”.


Il prossimo governo… Il probabile futuro governo italiano sarà, molto probabilmente, lo stesso attualmente in carica, soprattutto se dal Parlamento non uscirà nessuna maggioranza, pre o post elettorale che sia. 

Il Presidente Mattarella ha già fatto sapere che, in caso di “non-maggioranza”, si prenderà tutto il tempo disponibile per le eventuali consultazioni. Fino ad allora, continueranno a governare Paolo Gentiloni e i suoi ministri, una scelta che rasserena praticamente ogni governo d’Europa.

Lo stesso Presidente del Consiglio si troverebbe ancor di più a Palazzo Chigi qualora si decidesse di andare ad elezioni anticipate. Questo porterebbe Gentiloni a superare indenne l’estate e, probabilmente, anche l’autunno e parte dell’inverno, con la scusa dell’approvazione della Finanziaria.

I tempi diventerebbero ancora più lunghi se, prima di andare a votare, si volesse, ragionevolmente mettere mano alla legge elettorale allo scopo di evitare ulteriore instabilità. Si arriverebbe così nel 2019, magari in contemporanea con le elezioni europee di maggio.

Uno scenario paradossale per l’Italia, quello di avere un governo legato alla legislatura precedente sorretto da una maggioranza di scopo. Forse però, visti i programmi di spesa dei partiti e l’indecisione degli elettori potrebbe essere il “meno peggio”.


I Cinque Stelle. Sia che esse arrivino nel 2018 o nel 2019, le elezioni anticipate potrebbero esser il “peggior scenario possibile” per almeno un leader politico: Luigi di Maio.

Il perché è semplice. Per le regole interne al Movimento, anche se la prossima legislatura finisse anti-tempo, Luigi Di Maio, assieme a buona parte dell’attuale direttorio del M5S (fra cui Roberto Fico e Paolo Crimi), avrebbe esaurito i due mandati parlamentari a sua disposizione.

Egli rimarrebbe al timone del 5 Stelle in quanto “capo politico”, ma la sua avventura parlamentare sarebbe finita per sempre. Tutto ciò, a fronte della mannaia che cadrebbe anche su Fico, riporterebbe in auge il grande assente di queste elezioni, quell’Alessandro Di Battista ai tempi considerato il rivale di Di Maio per la guida dei 5 Stelle.

Questo, ovviamente, al netto di cambi di statuto o deroghe allo stesso.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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