Green Growth o come crescere in maniera sostenibile, se lo volessimo

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Esiste il Green Deal, è fattibile e può essere meno complicato di andare tutti quanti a zappare la terra. Comincia da noi, che siamo il Mercato.

Partiamo da un fatto, il Fridays for Future è un bellissimo movimento ed il Clima Strike, quello che ha portato venerdì 15 marzo tanti giovani – e meno, vostro scriba compreso – in piazza in oltre cento paesi , è una manifestazione importante e, soprattutto, vera. Chi vi scrive l’ha vissuta con la stessa ingenuità partecipativa dei ragazzini delle elementari che lo circondavano, immerso nei canti dei tanti ragazzi delle superiori inneggiare ad un futuro migliore e non ha potuto che stupirsi che una manifestazione così ampia e mondiale sia frutto dell’impegno di una studentesssa di 16 anni, la svedese Greta Thumberg.

Greta e suoi coetanei hanno segnata un punto importantissimo: testimoniare – ora che ce n’è più bisogno – che esista una sensibilità condivisa e trasversale sul Global Warming/Climate Change. Ora, però, permettetemi di rovinare la festa. Non ai giovani,ma ai trentenni, qurantenni, cinquantenni, alla mia generazione insomma: veramente avete – abbiamo – talmente poco chiaro quanto può fare un singolo sull GW da doverselo far ricordare da una studentessa di 16 anni?

Da qui voglio sviluppare il mio pensiero, perché mentre il Clima Strike ci ricordava che il Global Warming esiste, molti dei miei coetanei in piazza e nei social, mi hanno fatto capire che il GW, il combatterlo e il parlarne sia il fallimento epocale di – almeno  -tre generazioni.


Generazioni smarrite

Finita la piazza, tornato a casa, è bastato dare un’occhiata ai media per farmi passare l’entusiasmo, ma non per i giovani, per gli adulti. Da una parte, ho lette le sempiterne tirate dietrologiche della visione Trumpiana del GW (in Italia portate avanti da Salvini), quella per cui Greta sarebbe uno strumento delle “elite” antipatriotiche e mondialiste, le quali ci vendono il Global Warming/Climate Change col solo scopo di cambiare la nostra economia ed il nostro modo di vivere.

Come se non bastasse, dall’altra parte mi tocca osservare fior fiore di adulti, anche over 50, che hanno già deificato Greta, ne citano i discorsi con fare messianico, ne postano le foto come santini di Padre Pio e, nei fatti, l’hanno trasformata in una Che Guevara dell’ecologia. Un paradosso che è il simbolo di un fallimento generazionale, perché Greta ha 16 anni, è una studentessa all’inizio del proprio percorso formativo, è – per sua stessa ammissione – ingenua, mentre noi saremmo quegli stessi adulti a cui lei chiede di fare qualcosa.

Perché il potere di cambiare le cose ce l’abbiamo noi lavoratori, consumatori, elettori, politici, contadini, commercianti, professionisti, ricercatori o imprenditori. Noi che, persi in un pressapochismo esistenziale, siamo classe dirigente non consapevole di questo paese e – uscendo dai confini nazionali – del mondo occidentale. Siamo noi adulti ‘normali’ ad essere sotto accusa, non la fantomatica “lobbie capitalista inquinatrice mondiale” di cui ho già letto nei social o i grandi “giganti dell’economia”. Sempre e solo noi.


Il Global Warming

Partiamo infatti dal fatto che il Global Warming – perché questo è il suo vero nome, Climate Change è solo una mitigazione samantica di un concetto scomodo – non è un prodotto puro del neoliberismo dei “signori della finanza/impresa/politica/lobby” nella stessa misura in cui non è una montatura dei neoliberisti per distruggere l’economia “tradizionale” basata sul carbone, i combustibili fossili etc.

Il GW esiste ed è legato all’aumento del CO2 nell’atmosfera dovuto alla sistematica distruzione antropica dell’equilibrio ambientale del pianeta prodotto da un modello sociale basato sui combustibili fossili. Esso è sì dovuto all’industrializzazione e ad un modello produttivo e, conseguentemente, produttivo non sostenibile, ma non al libero scambio di merci e al commercio in quanto tale come sentenziano, in molti, sui social. Non è colpa del fatto che ci scambiamo merci e che le produciamo in filiere più o meno grandi, ma di come consumiamo per produrle e di come viviamo per consumarle. Potremmo allegramente vivere in una società socialista anti-mercato, ma se usi il carbone ed il petrolio per mandarla avanti, non sei sostenibile.

Perché, quindi, si cerca di spostare la colpa sul mondo dell’impresa e sul mercato (inteso – erroneamente – come ente controllato dagli stessi “signori della terra”)? Perché così, il GW diventa il problema “LORO” non “NOSTRO”. La classica soluzione semplice ad un problema complesso. Essa sottintende che non siamo NOI a dover cambiare direzione ai nostri consumi, ma deve farlo qualcuno più in alto di noi, il quale dovrebbe legiferare per contrastare i tanto “fantomatici lobbisiti capitalisti inquinatrici mondiali”.



Il problema siamo noi

Quello delle varie lobbyes elitarie che ci opprimono etc. è oramai uno slogan comune in questo paese in cui urlare ai “poteri forti” serve per non riconoscere le proprie colpe, in cui scaricabarlismo e ponziopilatismo sono diventati complementi del nostro, proverbiale, tafazzismo. Arringare all’ecologismo idealistico – come ha fatto oggi Roberto Fico sulla Repubblica – non serve ad altro che a fornire all’elettore la sua dose di lavaggio della coscienza, a scagliarlo contro un nemico fluido che può prendere la forma di un treno come di un inceneritore, senza che questi arrivi mai al cuore del problema: on esiste una lobbie dell’inquinamento che mira a distruggere il pianeta accecata dal dio denaro, esistono però lobbie che hanno filiere non sostenibili, che si cambiano cambiando la domanda dei consumi, perché il mercato siamo noi.

Sono passati solo 12 mesi da quando l’Italia impazziva per i 2 centesimi dei sacchetti per la frutta e verdura ai supermercati. Ne sono passati anche meno da quando molti italiani si sentivano vicini alla protesta iniziale dei Gilet Gialli, quella sull’ecotassa sui carburanti. Eventi esemplari che dimostrano che l’ecologia, il cambiamento, ha dei costi sia economici che politici.

Costi per tutti, non solo per le fantomatiche elitè delle “lobbie capitaliste inquinatrici mondiali”.


Stato e cittadini

Che li si ritenga giuste o no, le ecotasse – comprendendo in esse anche il prezzo per i sacchetti di bioplastica – non sono infatti che il più classico degli strumenti che uno Stato può mettere in campo per cambiare i nostri consumi, per produrre la domanda di prodotti ecologici e se c’è una domanda, quella dei prodotti green, ci sarà qualcuno che arriverà con l’offerta che volete e lo farà ancora più velocemente se ci sarà uno Stato (o super-Stato, come la UE) regolatore che legifererà per limitare certi prodotti e aumentare gli standard ambientali.

Come può fare uno Stato (o super-Stato) a farlo?

Con il consenso dei cittadini/elettori. Ancora una volta ad una domanda, quella di politiche ecologiche, seguirà un’offerta, stavolta politica. L’esempio viene dal nord-Europa, ma non è Greta, quanto la crescita dei partiti verdi in Olanda, Belgio, Germania e in tutti i paesi scandinavi, quelli più avanzati anche dal punto di vista di riciclo, fonti rinnovabili e filiere green, al punto che uno dei motivi della flessione, nel 2018, della CDU di Angela Merkel è stato proprio l’aver frenato sulle politiche ecologiche.

In questi paesi l’ecologia viene presa in maniera seria – e nascono le Greta Thumberg – perché l’informazione, quella vera, funziona, ma non solo. Nel nord europa sono coscienti che il cittadino/elettore/consumatore è ancora detentore del potere primario di cambiare il mondo con le sue scelte perché parte non solo dello Stato, ma perchè parte costituente del mercato e della società.



Il Green Growth in breve

Quelli elencati finora sono i principi della Green Growth (nel link la pagina dell’OCSE che ne parla), o crescita verde. La quale altro non è che l’unica vera soluzione per il pianeta, almeno che non considerate come realistica l’idea di abbandonare contemporaneità e modernità per tornare alle società meno complesse (spoiler: funziona solo se c’è prima un’estinzione di massa a livello globale). Rispetto a soluzioni come la “decrescita felice” o “l’antimodernismo”, la Green Growth sfrutta a favore del pianeta – e dell’umanità che su esso vive – gli stessi principi dell’economia di mercato e della crescita che hanno creato l’economia dei carburanti fossili.

Un’economia, occore dirlo per non demonizzare semplificando, che rimane insostenibile, ma che è alla base del progresso tecnologico che ora ci permetterebbe di ottenere tecnologie sostenibili.

Crescita è, infatti, produrre le macchine elettriche in massa e in maniera sostenibile, è la ricerca di nuovi materiali di origine biologica da sostituire alla plastica, è evolvere fonti di energia greeen affidabili, è ridurre l’impatto di certe coltivazioni estensive – anche la soja -e degli allevamenti. Crescere significa creare aziende che producano prodotti green, filiere che li distribuiscano e negozi che li commercino: e tutto nasce da una cosa, la domanda del mercato.

La NOSTRA domanda e la NOSTRA volontà di usare i nostri soldi verso la green economy. Basti pensare al problema delle polveri sottili nelle città italiane per cui, ciclicamente, arrivano blocchi del traffico e vari allarmi. Si può risolvere con interventi dei Comuni per costruire piste ciclabile e rafforzare i mezzi pubblici, ma si risolve realmente se si migliora l’efficenza energetica dei palazzi, un intervento che richiede non solo il consenso degli elettori (quello costa pochissimo), ma l’impengo economico dei singoli condomini. Meglio ancora se accompagnato da incentivi fiscali da parte dello Stato.


Se c’è una domanda, qualcuno la soddisferà. Il come, dipende, come abbiamo detto, da noi consumatori/cittadini/elettori senza scordarsi che cambiare abitudini consolidate – anche cose semplice come prendere la macchina per andare in palestra o fumare – non cade dal cielo, ma richiede sforzo personale e quel consenso senza il quale il politico, che giudichiamo in base all’effetto delle sue decisioni sul nostro benessere, non può fare nulla.

Un consenso che, come ho scritto all’inizio, compete soprattutto alle generazioni dei nati negli anni 60-70-80-90 le quali – ammoniscono gli scienziati ambientali – potrebbero essere le ultime con il potere di alterare il corso del GW. Sempre che vogliano perché, spesso, alcuni preferiscono rimanere addormentati, altri si crogiolano in un’eterna sindrome di Paperino contro le “lobbie cattive e bugiarde”. In comune hanno il fatto di delegare la soluzione ad altri, siano questi i politici che promettono “grandi soluzioni”, “grandi cambiamenti” e “rivoluzioni” senza indicare soluzioni concrete o una ragazzina di 16 anni dalla Svezia dalle idee molto chiare.

Solo che lei sta puntando il dito contro di voi.


il Caffè e l’Opinione

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