Grecia ed Italia: veramente hanno bocciato il “salvatore” Tsipras?

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Ma realmente la Grecia è andata verso destra e ha votato a favore di chi ha provocato la crisi? O siamo noi italiani a vederla così?

Alla fine, la Grecia, dopo quattro anni di ulteriori bailout, essere uscita dal programma di salvataggio e un’elezione europea, è andata alle urne. Il risultato, non sorprendente, è stata la vittoria dei cristiano-democratici di Neo Demokratia guidata da Kyriakos Mitsotakis, ex-finanziere appartenente ad una delle famiglie “storiche” del partito.

Con il 39.8% dei voti, ND si assicura 158 seggi e la maggioranza per governare, mentre SYRIZA dell’uscente Premier Alexis Tsipras si ferma a 31,5% e ottiene 86 seggi finendo all’opposizione assieme al centrosinistra di KINAL (8,1% e 22 seggi), i comunisti del KKE (5.6% e 15 seggi), i conservatori di EL (3.7% e 10 seggi) e il movimento dell’ex-Ministro dell’Economia Yanis Varoufaksi MeRA 25 (3,4% e 9 seggi).



La Grecia che non c’è

Seguendo la “narrazione” del voto fatta dai media italiani (e i social), la Grecia avrebbe “svoltato a destra”, per dei “sovranisti” – letto per davvero – e, per questo, sarebbe proprio vero che “italiani-greci una faccia una razza”. Per taluni commentatori, “i Greci avrebbero scelto chi li ha portati al default”, ignorando “chi li ha salvati”., con particolare accento negativo ai giovani greci “responsabili” per la sconfitta di Tsipras.

Tutto molto evocativo, ma non veritiero, perché l’Italia si è impantanata in un’ennesima “versione alternativa” delle vicende politiche greche.

Alle elezioni greche ha vinto un partito aderente al Partito Popolare Europeo, di matrice cristiano-democratica e – al contrario di Orban – convinto europeista, guidato da un leader, Mitsotakis, di estrazione liberal-conservatrice.

Senza ombra di dubbio, la campagna di Neo Demokratia è stata molto dura e il premier neoeletto ha usato temi come i migranti – soprattutto nei riguardi delle pietose condizioni dei campi profughi in territorio ellenico spesso nascosti sulle isole del Dodecanneso – e la questione macedone – ovvero l’uso del nome ‘Macedonia’ da parte della ex-Repubblica Yugoslava di Macedonia, ora, finalmente Nord Macedonia – per attrarre l’elettorato conservatore. Ciononostante ND non ha vinto sottraendo i voti ai neonazisti di Alba Dorata – cannibalizzata da Soluzione Greca, il partito conservatore aderente ad ECR – ma conquistando il voto giovanile.


Giovani, economia e Tsipras

Tsipras, infatti, non è stato sconfitto dal nazionalismo, bensì, come sottolinea Jessica Bateman della BBC, perché non ha saputo conquistarsi la fiducia dei giovani greci colpiti da una disoccupazione giovanile pari al 40%. Fenomeno che favorisce l’emigrazione di massa dei laureati dal paese: circa 400.000 i giovani che hanno lasciato il paese dal 2010. Non si tratta di biechi sovranisti, ma di giovani laureati disillusi dal settore pubblico – anch’esso visto come una delle principali cause della crisi – e che chiedono, semplicemente, di rafforzare il settore privato e la competitività del paese per restare in Grecia e non migrare.

Già alle elezioni europee, oltre il 30% dei giovani fra i 18 e i 24 anni avevano votato per il centrodestra convinti a) dai cambiamenti del partito sotto la guida di Mitsotakis – la maggioranza riconosce le responsabilità di ND nei confronti della crisi – e b) dal programma economico basato sulle privatizzazioni dei servizi pubblici con lo scopo di ridurre la spesa pubblica che i giovani greci – a ragione – hanno identificato come primaria ragione del default.

Tsipras, agli occhi di questa fetta dell’elettorato ha fallito sia nella gestione della crisi, ci torneremo, che per non avere offerto una visione per il futuro del paese. Come sottolinea il redattore di Bloomberg Nikos Chrysoloras, al momento della verità, ovvero con l’uscita del paese dal programma di salvataggio e con il PIL in crescita, Tsipras ha preferito percorrere la strada di regalie elettorali quali i tagli fiscali (riduzione dell’IVA al settore gastronomico e alberghiero), aumento delle pensioni a spesa corrente immutata. Così facend ha, da una parte, ignorato ogni forma di investimento per il lavoro e, dall’altra, ripercorso la strada tradizionale dei politici greche: ingraziarsi l’elettorato a colpi di spesa pubblica.

La Grecia, quindi, non si è scoperta “di destra” – anche perché, in percentuale, i tre partiti di sinistra – KKE escluso – superano ND – ha solo smesso di credere che Tsipras possa essere l’uomo giusto per la crescita del paese. Il resto è semplificazione, come l’indicare la crisi greca in un “ND=cattivi” e “SYRIZA=buoni”.


Breve cronologia della crisi

Il primo esecutivo ad ammettere che il paese aveva truccato i conti fu il Governo ND di Kostas Karamanlis, a seguito della revisione degli stessi operata dalla Commissione sui dati Eurostat riguardanti gli anni 1996, 1997 e 1998.

Secondo il report, il governo greco di allora – il PASOK, ovvero il Movimento Socialista Panellenico – aveva falsato i bilanci dello Stato ascrivendo, rispettivamente, un deficit del 4%, 2.5% e 1.8% a fronte di un indebitamento reale del 6.6%, 4.3% e 3.4%. Questo era stato deciso per salire il prima possibile sul treno della moneta unica, a fronte di una situazione inflazionaria della Dracma quantomeno preoccupante. Atene entrò nell’euro nel 2001 – e da lì poté godere sia della stabilità monetaria dell’euro che di quella distorsione finanziaria – deflagrata nel 2011 – che vedeva i Titoli di Stato dei singoli paesi membri tacitamente garantiti UE da BCE e Bund tedeschi.

Successivamente, nel 2009, fu stavolta il Governo del PASOK di Giorgios Papandreou ad ammettere che Atene aveva continuato ad “alterare i libri contabili” e che il debito pubblico del paese era ufficialmente più alto di quanto dichiarato. In una situazione di generale sfiducia verso i debiti sovrani dovuti alla crisi, ha generato il collasso del paese. Il resto è la storia dei bailout su cui sono intervenuti, nell’ordine, Papandreou, Papademos (indipendente), Samaras (vincitore delle elezioni del 2015 con ND) e, infine, Tsipras.

Su quest’ultimo il giudizio rimane aperto. Il suo secondo governo – quella “europeista” senza Varoufakis – può fregiarsi di aver traghettato la Grecia fuori dai bailout, ma il suo primo – quello Grexit con Varoufakis – è responsabile di un una serie di ritardi causati dal Greferendum e la polemica sui bailout che per gli analisti è costata fra i 60 e i 200 mld di spesa aggiuntiva a carico dei greci.

Errori ammessi da Alexis Tsipras stesso.



C’è da sottolineare che questa successione cronologica è ben radicata nell’elettorato greco. I greci, e soprattutto in quei giovani che erano con Tsipras in Piazza Syntagma nel 2015 e che, per ora, hanno scelto di dare fiducia a Mitsotakis, hanno compreso – e studiato – la crisi, il relativo successo di SYRIZA dimostra che hanno anche compreso il perché del “tradimento” del Greferendum e che l’uscita della Grecia dalla UE era solo un modo per ottenere delle concessioni dalla Commissione europea.

In Italia, invece, si preferisce continuare a (ri)leggere l’attualità politica greca – vedi Federico Rampini o Federico Fubini o i tanti commentatori sovran-nazionalisti italiani – in una chiave di scontro fra Bruxelles (e Berlino) contro Atene, degli eurocrati contro il popolo greco e di occultare quanto possibile sia le responsabilità della crisi sia le conseguenze della pantomima ideata da Varoufakis e attuata dal primo governo Tsipras.

Sarà mica perché, in fondo, spesa pubblica in eccesso, regalie elettorali, deficit come unica forma di attività di bilancio, ricatti alla UE, dubbi sulla sostenibilità del debito, credibilità, rating ci ricordano qualcosa?

 

Nota Bene: questo articolo non è un endorsement di Mitsotakis e una bocciatura di Tsipras, e chi legge il Caffè da tempo lo avrà capito, ma è scritto per fare quello che la stampa italiana, troppo spesso fa: cercare il “grido”, il click facile, il flame.

 

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