Le alchimie del nuovo governo, fra Europa, partiti e ambizioni personali

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Un governo alchemico per evitare il peggio (Salvini), ma quanto può durare un esecutivo di questo genere? E, soprattutto, come?

Capire il 66esimo governo italiano (su 71 anni di repubblica, NdR) è materia complessa, fosse solo per la discrasia esistente fra la realtà della sua genesi (e le sue contraddizioni interne) e i desiderata di quella parte dell’opinione pubblica per cui il Conte bis rappresenta la tanto attesa “liberazione da Salvini”.

Tralasciamo questa parte perché il governo giallorosso non è il Governo Parri , questo non il 45 e l’ultrasocializzazione delle aspettive politica saranno il tema di un altor post, e cerchiamo di capire, realisticamente, cosa aspettarci dal nuovo esecutivo.

C’è un solo modo per farlo, ovvero osservarne la compagine ministeriale, il programma e, soprattutto, il complesso contesto nazionale e internazionale in cui è nato.



Dove sono i big del PD?

A primo impatto, ed in attesa dei sottosegretari, la lista dei ministri lascia di stucco. Eccezion fatta per Franceschini, il PD non schiera nessuna delle sue prime file. Mancano totalmente i vari Orlando, Zanda, Fiano, Del Rio, Ascani, Morani.

Vero che Amendola, Bonetti, De Micheli, Guerini, Gualtieri e Provenzano fanno parte della Direzione Nazionale, ma per il grande pubblico rimangono dei carneadi.

Senza entrare nel merito delle rispettive competenze – che non è lo scopo di questo articolo – la differenza di impatto rispetto alla compagine 5 Stelle (Di Maio, Patuanelli, Fraccaro, Spadafora, Bonafede) è notevole.

L’impressione primaria è che la dirigenza del PD consideri il Governo Conte – al di là della durata – un rischio politico per cui è inutile “bruciare” big e semi-big. Questi, come Mogherini, Marattin e i già citati Ascani, Morani, Del Rio, Orlando, lo stesso Zingaretti, Bettini, torneranno utili in campagna elettorale, per un evenutale altro governo e come “interditori” politici utili per distanziarsi dai provvedimenti meno “accettabili” dell’esecutivo.


L’orizzonte europeo di Gualtieri

Una facile obiezione a questa lettura della lista dei ministri viene dalla scelta di Paolo Gentiloni quale Commisario Europeo come parte dell’accordo fra M5S e PD. Innanzitutto occorre ricordare che Gentiloni – che potrebbe andare alla Concorrenza – non potrà curare gli interessi del paese di origine: non è questo il ruolo di un Commissario,  lo è – al massimo – dei rappresentanti dei singoli governi al Consiglio. Detto questo, la scelta di Gentiloni si sposa con quella di Gualtieri al MEF, europarlamentare e molto attivo a Bruxelles con il 96,9% di presenze.

La sua nomina, come quella di Gentiloni, è indicativa. In primis il PD – per scelta, vocazione o spinta – ha il ruolo nel Conte bis di fornire il cuscinetto politico fra UE e la parte pentastellata dell’esecutivo.

Una funzione da “cordone sanitario” che copre:

  • economia (Gualtieri) quindi manovra, vincoli di bilancio, debito;
  • trasporti/infrastrutture (De Micheli), quindi TAV, terzo valico, TAP e i porti, quelli che interessano molto ai cinesi e che l’Europa vorrebbe evitare di regalare a Pechino;
  • difesa (Guerini) ovvero non solo F35, ma tutta la costruzione della Difesa europea integrata che interessa, e non poco, l’ex-Ministro della Difesa tedesca Ursula von der Leyen e il presidente francese Emmanuel Macron.

A rafforzare l’idea c’è la nomina di Amendola (PD) agli Affari Europei che dovrebbe equilibrare – almeno sul fronte dei dossier europei – il ruolo assunto da Di Maio agli Affari Esteri.


Il ruolo del M5S

Se al PD tocca il ruolo di raccordo fra Governo e Europa, il M5S ha scelto di concentrarsi sul  tentativo di restaurare la fiducia del proprio elettorale e, in Europa, di venir “accettati” (qui i primi risultati sono già arrivati: i verdi hanno deciso di discutere un’alleanza con il 5 Stelle).

La strategia è di presidiare le aree care al grillismo della prima ora:

  • ambiente (Costa);
  • istruzione (Fioramonti);
  • giustizia (Bonafede);
  • lavoro e sviluppo economico (Catalfo e Patuanelli).

Ministeri con portafoglio a cui si aggiungono quelli senza fra cui innovazione tecnologica (Pisano) e PA (Dadone). Ambiente, innovazione, giustizia, istruzione e lavoro: in linea con le “famose” 5 Stelle e configurando un esecutivo “elettorale” (non diverso da quello che è stata la divisione nel Conte I).

Su tutti risalta, ovviamente, la nomina agli Esteri di Di Maio. Come detto, non voglio entrare nel merito delle competenze (scarese) del Ministro di ritorno, ma è innegabile che al leader politico del 5 Stelle è stato dato l’equivalente di quello che è stato il Viminale per Salvini.

Fallito l’esperimento al MISE, ministero operativo e problematico dato ad un fedelissimo di Di Maio (Patuanelli), la Farnesina rappresenta per Di Maio un ruolo dove crearsi meno flak politica, avere più “photo moments” e limtare – in ottica tutta interno al MoVimento – il peso internazionale di Conte.



La presidenza del Consiglio

Al PD spetterebbe, quindi,  il ruolo di “pontiere” con l’Europa, al 5 Stelle quello di attore locale in un’ottica di recupero elettorale, e al neodemocristiano Conte?

Il premier ha ottenuto una presidenza decisamente più “personale” della precedente ed ha l’appoggio del Quirinale e, pare, dell’elettorato. Rimane, però, un’anatra zoppa non comandando nessuna compagine parlamentare e a livello europeo la sua reputazione è pragmaticamente subordinata all’assenza di Salvini nel Governo. Egli continua ad essere una figura fragile e Di Maio (ovvero la Casaleggio) ha fatto tutto quanto in suo potere per ricordargli che ha un ruolo subordinato. Il primo step è stata la Farnesina dove Moavero Milanesi, uomo di Mattarella, era stato scelto per affiancare Conte nei consessi internazionali.  Il secondo – fallita l’ipotesi vicepremier – è stato piazzare Fraccaro come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ruolo che fu, fino ad un mese fa, di Giorgetti. Terzo e ultimo, quello di aumentare il numero di “fedelissimi” nel Governo (appunto Fraccaro, Patuanelli, Spadafora e Bonafede).

Conte – che si sta ritagliando il ruolo di “gran commis” ricalcando le orme dei democristiani d’antan – avrà certamente un ruolo più marcato e potrà così sia blandire la propria ambizione personale che ricoprire il ruolo di “anti-Salvini” che gli è stato ritagliato, ma la sua rete di controllo rimane molto stretta.


Il non programma

Tale complessa alchimia ha bisogno di un supporto, e questo è lo scopo del “non” programma edito da Conte, erede del defunto Contratto di Governo. Nonostante il cambio di definizione (discontinuità!) i due documenti mantengono la medesima caratteristica: essere toalmente dominati dalla retorica. Sono testi logorroici, afflitti da un’eccessiva proliferazione di costrutti sintattici il cui scopo è o rendere eccessivamente complessi – e nebbiosi – punti chiave, dire assolutamente nulla o, nella migliore delle ipotesi, sottolineare l’ovvio. Manifesti elettorali più che programmi di Governo.

Un esempio si trova al punto 2 dove, in 130 parole si dice che siamo in Europa, che ci restiamo e che bisogna nominare il Commissario europeo. Altro è il punto 13, chiaro esempio di zibaldone dove, si mescolano i residenti all’estero (paventando una riforma di cui si capisce poco l’obiettivo), esporatazione delle armi, atlantismo e partenariato con l’Africa.

Di politiche migranti si parla al punto 18 e al 6, dove si parla genericamente di rispetto dei diritti della persona “anche di nuova generazione” e di riforma di Dublino, la stessa cassata dal governo Conte in versione gialloverde. Da nessuna parte si parla di ius soli o di abrograzione dei decreti sicurezza, ma si parla di “lotta al traffico di esseri umani” e di gestione comune dei flussi senza mai citare l’elefante nella stanza: la legge Bossi Fini, uniformente considerata dagli esperti come IL problema del dossier migranti. L’obiettivo è semplice: evitare di dare spazio alla destra per campagne anti-governative come quelle a cui abbiamo assistito dal 15 al 18 durante la crisi migranti (e condotte da M5S e Lega).

Quanto il programma diventa leggibile si tratta di punti fortemente elettorali o di parte (cittadinanza digitale – punto 23 – e made in Italy – punto 28 – per il M5S) o di punti anti-Lega, come sicurezza (26, due righe esatte), autonomia differenziata (20), turismo (27) e agricoltura (29).


l’altro programma

Retorica a parte (ma, d’altra parte, il Premier è famoso proprio per la sua retorica aleatoria) e scendendo nel concreto, il programma del Governo Conte è nascosto nelle righe del primo punto:

“Tutte le previsioni saranno comunque orientate a perseguire una politica economica espansiva, in modo da indirizzare il Paese verso una solida prospettiva di crescita e di sviluppo sostenibile, senza mettere a rischio l’equilibrio di finanza pubblica”.

Ovvero ottenere flessibilità dall’Unione Europea per un budget 2020 atto a rimediare al disastro – l’aumento dell’IVA di gennaio – e finanziare tutti i progetti atti a “disinnescare” il populismo. Tradotto: budget al 3% e minori vincoli al patto di stabilità come ha sempre voluto il M5S, come voleva la Lega e come vorrebbe il PD (era scritto nella contro-manovra 2019 presentata da Padoan/Renzi alla Leopolda). Qui entra in gioco Gualtieri che rivendica, nel corso della sua attività al Parlamento Europeo di aver svolto “un ruolo da protagonista nella battaglia per una svolta verso politiche più espansive, inclusive e sostenibili” e di aver ottenuto “risultati concreti” per il “superamento dell’austerità” (sulla cui NON esistenza ho scritto qui).

Il punto “budget” è infatti il vero trait d’union fra il PD zingarettiano e il MoVimento 5 Stelle così come lo era fra quest’ultimi e la Lega. La differenza, come già detto, sarà principalmente nei modi: Gualtieri rappresenta l’opzione “conciliante” opposta allo “sbattere i pugni sul tavolo” scelta dal Governo Conte l’anno scorso.



la partita europea

Innegabilmente, la partita economica è quella su cui si giocherà la vera sopravvivenza del governo perché da questa dipendono le promesse di finanziamenti e investimenti contenuti nel “non” programma. Difficile, però, capire come si intende portare avanti tale piano, anche perché, ricorda Carlo Cottarelli (che rimane il candidato ombra per un’eventuale governo tecnico futuro), le risorse bastano a mala pena per evitare l’aumento dell’IVA.

Visto che i margini fiscali non esistono – quando hai il 132% di rapporto debito pubblico, un PIL in stagnazione da 30 anni, redditi in calo da 25 e una pressione fiscale al 48%, è difficile avere margini – il pallino passerà alla Commissione Europea, altro “supporter ombra” del Conte II. A Bruxelles, Conte avrà sicuramente il supporto di Francia e Germania, oltreché della maggioranza “Ursula”, per aver tenuto Salvini lontano dal governo e, di conseguenza, semplificato la vita alla nascente Commissione nel difficile processo di riforma della UE.

Una maggiore flessibilità fiscale è possibile, ma questo non potrà esimersi dall’adozione di misure di rientro progressivo del debito pubblico italiano a medio-termine come avveniva (sulla carta, nella realtà non si mia verificato) con Padoan. Come dimostra la scelta di Gualtieri, i partiti della maggioranza sono a conoscenza di tale possibilità, il rischio, però, è che – come spesso succede ai governi italiani – facciano troppo affidamento sulla flessibilità per risolvere i problemi immediati, tralasciando l’ottica a medio-lungo termine.

Il tutto al netto del fatto che – e lo dimostra ampiamente la storia del paese – spendere soldi non significa automaticamente potenziare la crescita, alzare i salari, “sconfiggere la povertà”, etc. tutto dipende sempre dall’orizzonte, dalle misure e dalla capacità dei politici interessati di avere in mente un’idea per il futuro del paese.


Per quanto fragile questa costruzione possa sembrare – parole come TAV e ONG, totalmente assenti dal programma, rischiano di far saltare il banco in ogni istante – il governo è stato palesemente strutturato per durare il più possibile. Anche perché non c’è solo il MoVimento 5 Stelle che vuole usare il tempo guadagnato per riorganizzarsi, il PD stesso lo necessità per risolvere i propri confitti interni e chiarire il ruolo di Renzi nel partito. Il PD – e l’agglomerato politico che risponde al nome di LeU – ha anche un altro motivo: salvaguardare le istuzioni, ovvero evitare che il successore di Mattarella venga scelto – nel 2022 – da un Parlamento a maggioranza salviniana.

Aspettarsi di più da tale strana alchimia di governo rischia di essere solo wishful thinking.


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