Glory – Non c’è tempo per gli onesti: la viltà del potere e la banalità degli eroi – il Caffè al Cinema del 30-11-2017

 L'orologio, vero protagonista occulto del film. Foto: Glory

L’orologio, vero protagonista occulto del film. Foto: Glory

La dignità di un operaio balbuziente contro l’arroganza di un potere disonesto e incline a vuoti sproloqui propagandistici. Questo è Glory: una storia morale da un’interessante coproduzione bulgaro-greca candidata agli Oscar 2018.

L’operaio delle ferrovie statali bulgare Tzanko Petrov conduce una vita monotona, ripetitiva, ma soprattutto povera e morigerata, anche nei contatti sociali. Può permettersi ben poco già in condizioni normali, e ancor meno ora che, pur lavorando regolarmente, non riceve uno stipendio da mesi.

Nella sua semplicità Tzanko è una figura eroica per la capacità di sopportare e per lo zelo e la serietà con cui svolge le sue mansioni, ma soprattutto per la sua onestà, tratto che lo distingue dai suoi colleghi. Similmente regolare ed onesto è il suo vecchio orologio da polso di marca Slava (in bulgaro, “gloria, celebrità”, da cui il gioco di parole del titolo del film), ricordo di suo padre.

L’onesta ed il lavoro. Un giorno, raggiungendo il suo posto di lavoro, Tzanko si imbatte in un’enorme quantità di banconote abbandonate sui binari. Un evento che cambierà la sua vita, ma non rendendolo ricco, quanto piuttosto facendolo piombare in una serie di situazioni in cui rimarrà totalmente disorientato.

Egli decide infatti di denunciare il ritrovamento alle autorità, il che darà al Ministero dei Trasporti un’insperata occasione per ripulire la propria immagine, gravemente macchiata da casi di corruzione. L’umile operaio sarà insignito pubblicamente di riconoscimenti ufficiali, esposto nella vetrina mediatica per qualche giorno e assunto ad esempio ed immagine di una macchina statale proba e trasparente.

I pochi giorni di gloria dello schivo e balbuziente Tzanko saranno confusi e costantemente fuori fase, come i due orologi che riceve. Il primo (che resta sempre indietro) è il riconoscimento per la rettitudine dimostrata, mentre il secondo (che va troppo avanti) è un surrogato del dono paterno, che, in occasione della cerimonia di premiazione, gli era stato tolto per essere poco dopo smarrito dai dipendenti del Ministero. 

Una perdita che porterà Tzanko ad un percorso a ritroso, alla ricerca dell’orologio e della sua vita.

Potere e menzogna. Due orologi, due orari sfalsati che simboleggiano le cadenze della doppiezza e dell’ipocrisia del potere, così come quelle della viltà, dell’indifferenza cinica e della disonestà dei suoi colleghi. Ritmi che si scontrano con quello regolare e corretto misurato dall’orologio che Tzanko aveva ereditato dal padre.

Ciò rappresenta non solo una incompatibilità radicale tra due modelli e ideali di vita, ma anche l’esistenza di una soglia oltre la quale qualsiasi dissimulazione inevitabilmente perisce. Una soglia rappresentata dal tempo: signore incorruttibile, indomabile e spietato che, come le Parche nella tradizione letteraria greca, incombe sull’esistenza di tutti. Anche su quella dell’influente e glaciale Julia, funzionaria ministeriale che, significativamente, è a capo dello staff che cura le pubbliche relazioni e l’immagine del Ministro. Se vuole diventare madre, ella dovrà innanzitutto scontrarsi con la realtà dura e concreta dei fatti, quindi sottoporsi a cure mediche che non ha problemi a sopportare sul piano economico, ma che rischiano di produrre attriti insostenibili con la dedizione che il suo lavoro esige. Alla fine, nulla potrà fare per evitare di sottostare alla Natura, che la richiamerà regolarmente alle leggi del tempo lineare (l’età che avanza) e di quello circolare (le iniezioni che deve farsi quotidianamente ad orari ben precisi).

Il finale della storia mostra come un percorso di redenzione e di ritorno ad un’esistenza profondamente umana non sia affatto semplice e, soprattutto, non possa essere praticato solo in parte.

La rivoluzione nelle regole. Il film di Kristina Grozeva e Petar Valchanov – candidato agli Oscar 2018 nella categoria dei film stranieri – tratteggia in modo limpido alcune dinamiche sociali molto comuni, che vedono spesso gli esponenti delle classi subalterne adottare, alla propria scala, lo stesso discorso e le stesse logiche di coloro che gestiscono il potere, laddove il vero moto rivoluzionario e anarchico risiederebbe nell’osservazione pedissequa delle norme codificate.

Meccanismi che nel film sono rappresentati dai comportamenti dei colleghi di Tzanko, esempi di una classe oppressa che asseconda e supporta il sistema che le schiaccia, soprattutto nel momento in cui ne viola le leggi formali. Queste ultime, ci ricorda Žižek, sono il sipario che cela le regole fattuali, che hanno ben altra struttura e sono volte davvero ad assicurare l’autoconservazione dell’ordine costituito.


Glory

(Слава, Bulgaria/Grecia, 2016 – uscito in Italia nel 2017)

Regia: Kristina Grozeva, Petar Valchanov

Anno: 2016

Durata: 101’

Produzione: Abraxas Film

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