I Fridays for Future non sono la soluzione, ma demonizzarli è un errore

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Non imparemo mai dai nostri errori e demonizzando il Fridays For Future si finirà per creare solo altro, inutile, populismo.

Penso di non parlare solo per me dicendo che trovo la polarizzazione dell’opinione pubblica sul fenomeno Greta Thumberg idiotica, inutile e potenzialmente molto dannosa. Vi siete anche voi accorti che quasi tutta la copertura sulla conferenza sul clima giri attorno a ‘cosa ha detto Greta’ e ‘cosa ha detto Trump (o Bolsonaro)’ più relativi meme o – nel migliore dei casi peggiori – sulla lettura apocalittica del rapporto IPCC? Vero è che il pensiero critico è oramai un arte coltivata da pochi [mi tocca dare ragione a Cacciari per una volta, NdR], ma capire il rapporto rimane diverso da leggerlo – o farselo leggere da giornali che vivono di click – e, allo stesso tempo, molto più utile.

Sul tema ambientale, che dovrebbe essere il vero oggetto della discussione, ma sembra esserne sempre di più un semplice sfondo, torneremo in un futuro articolo [se siete interessati ad un idea sulla cosidetta Green Growth, consiglio questo link, NdR]. Oggi voglio parlare di un altro tema importante, ovvero come quest’idiotica polarizzazione rischia – spero di no – di trasformare il Fridays for Future in una riedizione moderna dei movimenti del 1998-2001.

Attenzione: questo è un appello diretto principalmente alla mia generazione (la X) e quando parlo del movimento NoGlobal lo faccio da ex-militante, così, tanto per spegnere le polemiche sul nascere.



Fridays for Future e Generazione X

Se guardo oggi ai miei coetanei, vedo che nel loro modo di guardare al Fridays for Future c’è un notevole bias cognitivo. Una parte è contagiata dall’afflato giovanili, il ricordo delle battaglie passate, la nostalgia per la gioventù e il desiderio mai sopito di riprendere ideologicamente quella battaglia.

C’è la ricerca di simboli. Quello che per la mia galassia – le tute bianche – era il subcomandate Marcos e lo zapatismo ed ora è Greta Thumberg non come persona, ma personaggio elevato a livello messianico da chi ne riposta compulsivamente ogni video, ne considera ogni parola verità assoluta e bolla ogni critica a lei diretta come un reato di lesa maestà. Si rispolverano anche vecchie parole d’ordine, tant’è che manca solo “un altro mondo è possibile” perché decrescita (felice o meno), deliri pseudo-malthusiani e invocazioni al primivitismo sono già ben presenti. Sarebbe idiota sostener eil contrario: fra chi oggi, a 40/50/60 anni sposa il FfF, c’è tanta gente che lo fa non per nostalgia dei bei tempi andati, ma per reale convinzione senza lasciarsi andare al messianismo.

Attenzione: io stesso mi sento più vicino a quel mondo che a quello dei cosidetti “anti-gretini”, nonostante consideri la visione apocalittica come altamente dannosa e sia assolutamente critico nei confronti dell’intero fenomeno “Greta”.

Dall’altra parte della barricata ci sono 30/40/50/60 che – nel migliore dei casi – non riescono a dissociare il messaggio del FfF dalla sovraesposizione mediatica e pop-populista di Greta Thumberg. Altri afferiscono al negazionsmo, nascondendo la testa dietro la foglia di fico del “in fondo anche gli scienziati hanno dubbi”, ovviamente non capendo quali siano codesti dubbi (ovvero quelli sulla visione apocalittica). Altri, infine, che con aria snobbistica, bollano l’intero movimento come “giovanile”, “populista”, portatore di istanze pseudoscientifiche e ipocritiche. Sono quelli che si focalizzano sul fatto che Greta sia cittadina di uno dei paesi più sviluppati e ricchi di questo pianeta etc. come se per parlare di ecologia tu debba vestirti di abiti di canapa autoprodotti, bere acqua piovana e vivere in Ghana.


Il 2019 come il 2001

Negazionisti a parte, non è che per principio tutte le obiezioni degli “anti-gretini” siano errate. Realmente il messaggio apocalittico è più vicino ad un opinione che ad una realtà scientifica (e negarlo è negare la complessità della scienza) e parlare di decrescita mondiale o fantomatici ritorni alla sussistenza è un’offesa ai paesi in via di sviluppo e a quelli emergenti. Difficile puntare il dito contro l’India e dire “tu e le tue 1,3 mld di bocche da sfamare non pensate al benessere del pianeta” o fare lo stesso con i 270 mln di indonesiani o il miliardo e mezzo di cinesi.

Opposti populismi a parte – in entrambi i due campi, sono presenti idee e istanze che se potessero affiancarsi e generare cambiamento potrebbero portarci più vicino ad una soluzione concreta e realizzabile ed il vero peccato, l’errore primigenio da parte della mia generazione è di voler polarizzare lo scontro.

Così invece di parlare di ambiente, si parla di capitalismo, di socialismo, di deglobalizzare etc. come se i gas serra, dare un futuro all’umanità che sia diverso dal neolitico o – se allarghiamo il problema alle plastiche – fossero di destra o sinistra. Esattamente come successe nel 2001 quando la globabalizzazione era di destra e la critica alla stessa non poteva essere altro che di sinistra.

Come allora, e forse di più per l’effetto volano dei social, quel poco di discorso intellettuale e pensiero critico – e penso, in Italia, a Bressanini, Rubbia e Cacciari – si annienta in chi – per motivi diversi siano essi economici, politici o aspirazioni personali – coccola il movimento e chi, invece lo sbertuccia.

Tutto già visto, tutto già vissuto, i “tornate a scuola” come i “bravi, mi sento di nuovo giovane”, i “quante ca**ate” come i vari “a morte il capitalismo”.


Noi e loro, assieme

Ciò che ora va col nome di NoGlobal era tutto, ma proprio tutto, tranne che un movimento omogeneo. Io, gandhiano che si credeva socialista, militavo con la cosidetta “autonomia di rete”, quella di Toni Negri, delle tutine bianche e “proviamo ad usare i media a nostro vantaggio”. Accanto a me c’erano marxisti convinti, trotsikisti, pacifisti, radicali, umanisti, ecologisti etc. ma per la maggioranza il movimento, soprattutto a Genova, era composto di persone che, da posizioni riformiste, volevano solanente un “altro mondo” che per forza non doveva essere ultra-alternativo, utopico o anti-capitalista (col senno di poi, mi ci metto anch’io nel gruppo).

Tale distinguo vale anche ore e bastava fare due passi in piazza per accorgesene: come pensare di trovarci di fronte a fantomatici guerriglieri zapatisti quando il desiderio più diffuso è quello di vivere in un mondo interconnesso, aperto, globalizzato, ma meno inquinato?

Allora come oggi, le generazioni che protestano, non sanno con precisione a che santo votarsi e sì, in molti casi, c’è una diffusa ignoranza e semplicismo sui temi più complessi dell’AGW. In questo contesto la responsabilità delle élite culturali, anche di quella che non sopporta Greta e il pathos da lei generato, è quella di indicare la strada e non di ridicolizzare il movimento. Il rischio è che quel patrimonio di “attenzione”, la cui mancanza è lamentata costantemente da ambienti liberal/realisti/pragmatici noti o meno, divenga preda di improvvisati ideologici decrescistiti, utopisti o malthusiani.

Come successe nel 2001 , prima ancora di Genova o del 9/11, chi cercava soluzioni pratiche e realistiche si scontrava con gli sbertucciamenti – anche di matrice ideologica – dei 40/50/60 di allora. Ovvero di chi ha fatto le proteste vere del 68 e 77, quelli che venivano dai campi o dal proletariato e che in piazza rischiavano la vita fra P38, celerini e picchiatori. Per loro, noi eravamo ifigli di papà, quelli che protestavamo con i pantaloni larghi, i maglioni colorati ascoltando Manu Chao, i Nirvana e fumando canne con le nostre sciarpe di 2 metri.

Eravamo quelli che, alla fine, da privilegiati, manifestavano contro cose che non capivamo perché dovevamo “studiare”.



Non eravamo santi né criminali (nonostante, vedi i black-block, ci dipensero anche in questo modo) e la nostra ingenuità aveva germi populista, ma pensate però che essere stati messi alla berlina [ricordate il discorso di Berlusconi dopo gli scontri di Genova? NdR] abbia aiutato il nostro ritorno sulla retta via? No, anzi, guardando in retrospettiva, parte di quell’interesse o si è sopito (e sono convinto che parte si annidi nell’astensionismo) o è diventato la base elettorale del sovran-populismo sia di destra (molti ex-“compagni” ora sono placidamente assisi su idee sovraniste) che di sinistra (ricordo che Vday, Meetup e l’intero M5S hanno radici forti in quel mondo).

Ora, immemori degli errori del 2001, sia chi ci accusava sia chi, come me, ha subito quelle accuse, sta ripetendo lo stesso errore. Gli stessi che lamentano che il dibattito politico sia in mano ai populisti dimenticando, ancora una volta, che un giorno, i ragazzi del FfF, diventeranno elettori e classe dirigente e avranno la possibiltà di determinare il futuro di tutti noi, anche di quelle stesse élite intellettuali e produttive che ora li considerano solo dei perdigiorno in parte ipocriti, in parte ignoranti: sono dei ragazzini, dai!

Abbiamo già visto cosa vuol dire lasciare un movimento di massa globale in mano al populismo, eppure pare che parte di noi sia tentato di condannare questi ragazzi e rivivere la stessa sorte che abbiamo sofferto noi? Perchè trasformarli – come si sta già facendo – in facili prede di demagoghi?

Solo perché ascoltano trap, si fanno selfie e non riescono a trovare – a 16 anni, che scostumati! – soluzioni concreti e immediate ai problemi globali su cui arranchiamo anche noi 40nni?

 

Copertina di Ru, licenza CC 4.0


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