Fra referendum ed indipendenza, il Kurdistan come specchio del futuro Medio-Oriente – CO Reloaded del 29-8-2017

 Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, la regione autonoma che va verso l'indipendenza, almeno stando alle intenzioni del governo, che terrà un referendum il 25 settembre. Foto: Getty Images

Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, la regione autonoma che va verso l’indipendenza, almeno stando alle intenzioni del governo, che terrà un referendum il 25 settembre. Foto: Getty Images

Si complica la strada per l’Indipendenza del Kurdistan Iracheno. Il referendum dovrebbe tenersi a settembre, stando ai piani annunciati dal Presidente curdo Massoud Barzani, ma la situazione internazionale sembra complicare le prospettive della regione autonoma (KRG).

Per la regione, ancora provata dal conflitto contro l’ISIS, la consultazione referendaria potrebbe dare il via ad un generale riordino dei confini, ovvero la rottura dello status quo territoriale fissato nei confini del 1919, in Iraq come in Siria.

Eppure, la creazione di uno stato curdo desta preoccupazione non solo fra le potenze regionali, ma anche a livello internazionale. Chi, fra questi attori, si professa contrario all’indipendenza vede nella scissione fra Kurdistan ed Iraq, il rischio di un effetto domino che coinvolga anche il nord sunnita del paese e da qui si allarghi prima alla Siria – de facto, come l’Iraq, già divisa – poi allo Yemen, fino a toccare i grandi paesi quali la Turchia e l’Iran.

Questo è il timore dell’Unione Europea (“la Germania e la UE si oppongono al referendum” ha recentemente dichiarato il vice-Cancelliere tedesco Sigmar Gabriel), nonché – ovviamente – dell’Iraq, ma soprattutto della Turchia.

 Il territorio del Kurdistan Iracheno e Siriano (giallo). Immagine: il Caffè e l'Opinione

Il territorio del Kurdistan Iracheno e Siriano (giallo). Immagine: il Caffè e l’Opinione

Erdogan contro Barzani. Per il Kurdistan, la Turchia è il primo partner commerciale, il paese da cui sono arrivati gran parte dei finanziamenti per la ricostruzione del paese e il principale “hub” per l’esportazione del petrolio. La Turchia è anche il paese dove vive la maggioranza della popolazione curda, dove la repressione culturale della stessa è stata più marcata e prolungata, e dove ancora adesso il conflitto indipendentista è più forte.

Per Ankara, il Kurdistan rappresenta il terzo mercato per i propri prodotti, oltre ad un valido “alleato” per limitare la ribellione indipendentista del Partito Comunista Curdo (PKK) della Turchia, avversario politico del Partito Democratico del Kurdistan guidato proprio dal Presidente Barzani. Nonostante tutto questo, però, il governo turco, nelle parole del Ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, sostiene che l’indipendenza del KRG sarebbe un “grande errore” che potrebbe portare “a pericolose conseguenze” nei rapporti fra i due governi.

Un Kurdistan indipendente rilancerebbe non solo le attività del PKK nel sud-est della Turchia, ma fomenterebbe il malcontento della minoranza curda in tutto il paese. Le conseguenze, a fronte di uno paese ancora fortemente scisso fra fra chi è pro e chi è contro Erdogan, potrebbero essere devistanti. Un rischio talmente grave, argomenta il leader nazionalista Devlet Bahceli, che potrebbe giustificare un intervento militare sul suolo curdo.

Allo scopo di bloccare i preparativi per il voto, Ankara sta usando tutto il proprio peso economico. In Agosto, infatti, il Ministro dell’Energia Berat Albayrak, è arrivato a minacciare la chiusura del terminal turco di Ceyhan al petrolio proveniente dal Kurdistan, qualora Erbil dichiari l’indipendenza.

Il desiderio dei nostri fratelli curdi va rispettato, ma […] questo non è il momento adatto per questa iniziativa.

— Haider al-Abadi, primo ministro iracheno

Il dubbio sunnita dell’Iraq. Anche il governo federale di Baghdad, retto dal Primo Ministro sciita Haider al-Abadi ha espresso la propria avversione al referendum, nonostante, ancora in Primavera, lo stesso Primo Ministro si sia dichiarato personalmente “non contrario” all’idea dell’indipendenza.

Le ragioni del passo indietro sono comprensibili. Il voto si terrà non solo nei territori ufficialmente parte del KRG, ma anche in quelli contesi quali Kirkuk, Sinjar, Makhmour e Khanaqin, annessi da Erbil durante l’offensiva contro l’ISIS e “ufficialmente” ancora sotto l’autorità di Baghdad. Nel caso di Kirkuk e Makhmour si tratta di importanti aeree petrolifere, mentre il Sinjar garantirebbe ai Curdi, il controllo della diga di Eski Mosul, il principale bacino idrico del paese, nonché degli oleodotti verso la Turchia.

Non solo, la scissione del Kurdistan, creerebbe un precedente per la scissione dall’Iraq anche del nord arabo-sunnita, strappato all’ISIS e che si considera, non a torto, sotto-rappresentato dal governo filo-sciita presente a Baghdad. Il timore sembra confermato dal recente supporto al referendum arrivato da alcuni dei capi delle principali tribù arabe situate attorno a Mosul e a Kirkuk.

Dovendo, infatti, valutare se rimanere legati a  Baghdad, o accostarsi al più laico, ma pur sempre sunnita, Kurdistan, la scelta degli arabi ricadrebbe sul secondo, che, peraltro, ospita già migliaia di rifugiati provenienti proprio da queste provincie.

L’Iran e la propria sfera di influenza. Anche per l’Iran, altro importante partner commerciale della regione autonoma del Kurdistan e sostenitore del governo di Baghdad, la volontà curda di uno stato indipendente sarebbe una minaccia.

Nell’ottica iraniana, nonostante dei buoni rapporti fra la Repubblica Islamica ed il governo di Erbil, il referendum potrebbe rivelarsi un assist lanciato da Barzani all’Arabia Saudita, soprattutto alla luce dell’appoggio degli arabi-sunniti al referendum.

Il Kurdistan ha già ottimi rapporti con l’Arabia Saudita, la quale supporta pienamente il referendum e la possibile indipendenza anche della controparte curdo-siriana, e sarebbe propenso ad entrare nell’OPEC, il comitato petrolifero considerato una “longa manus” politica dei sauditi. Questo, più il recente appoggio dei sunniti iracheni e la loro richiesta di entrare nel “nuovo Kurdistan”, rischierebbe di portare il Kurdistan troppo vicino agli acerrimi nemici dell’Arabia Saudita, contro cui, ricordiamo, Teheran è impegnata in una serie di conflitti di prossimità, in Siria come in Yemen ed Iraq.

Secondo una recente dichiarazione del vice-Capo di Stato Maggiore delle forze armate iraniane, Massoud Jazayeri, il referendum sarebbe infatti “in linea con la politica degli Stati Uniti” di indebolire e spezzettare la regione, rompendo l’unità dell’Islam.

I favorevoli. Escludendo l’Arabia Saudita, solo la Russia, fra i principali attori regionali, si è dichiarata favorevole all’indipendenza del KRG. Gli interessi moscoviti si sposano con la necessità di creare nuovi “hub” di alleati nel “nuovo” Medio-Oriente. Al contrario di quanto attuato in passato, dove le alleanze erano stabili, Mosca sta applicando la sua nuova dottrina in maniera “opportunistica” scegliendo i propri partner anche contro i desideri del suo principale alleato, l’Iran, e del nuovo sodale, la Turchia.

Gli interessi geopolitici si sposano poi con quelli economici. Nel 2017 la compagnia petrolifera russa Rosneft, controllata dal governo di Mosca, ha siglato un accordo di 20 anni per la commercializzazione del petrolio curdo. L’accordo allarga di fatto le possibilità di controllo che la Russia ha sull’approvvigionamento energetico in Turchia ed Europa.

 Il portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert durante la conferenza relativa all'Indipendenza del Kurdistan iracheno. Foto:  U.S. Department of State  Licenza:  US Gov Work

Il portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert durante la conferenza relativa all’Indipendenza del Kurdistan iracheno. Foto:  U.S. Department of State  Licenza: US Gov Work

L’incertezza di Trump. Mentre, come detto, la UE si schiera decisamente contro il referendum, rimane più confusa la posizione degli Stati Uniti, storicamente legati al Kurdistan iracheno e reduci da una fresca alleanza con i curdi della Rojava siriana nell’offensiva di Raqqa.

Gli USA scontano la decisione ultra-conservatrice di Donald Trump, di abbandonare, di fatto la politica delle alleanze variabili, ovvero appoggiare contemporaneamente sia l’Arabia Saudita che i rivali del Qatar, per tornare ad un sistema rigido i cui pilastri sono Riyad e Tel Aviv. Il risultato e l’attendismo, e gli analisti condividono sempre più la sensazione che gli USA, in Medio-Oriente, abbiano sostanzialmente “tirato i remi in barca”.

Durante una conferenza stampa dell’8 giugno, la portavoce del Dipartimento di Stato statunitense Heather Nauert, ha infatti sottolineato come Washington supporti “un Iraq federale, unito, stabile e democratico”, pur “comprendendo le legittime aspirazioni del popolo curdo”. Il pericolo del referendum, chiosa Nauert, sarebbe di “distogliere l’attenzione verso materie più urgenti” quali la sconfitta dello Stato Islamico, il ritorno dei profughi e la risoluzione della crisi economica regionale. In soldoni, un Iraq senza Kurdistan porterebbe Baghdad ancora più solidamente sotto l’ombrello iraniano oltre a porre un enorme punto di domanda sull’intero futuro della regione “arabo-sunnita” dopo la, per ora lontana, risoluzione del conflitto siriano.

 Un tempio yezida nel Sinjar iracheno, una regione da cui è partita una delle principali sfide per il governo di Erbil alla vigilia del referendum sull'indipendenza.: Foto:  Seth Frantzman  Licenza:  CC 2.0    

Un tempio yezida nel Sinjar iracheno, una regione da cui è partita una delle principali sfide per il governo di Erbil alla vigilia del referendum sull’indipendenza.: Foto:  Seth Frantzman  Licenza: CC 2.0  

Il fronte interno curdo. Il parziale isolamento in cui il governo curdo è caduto negli ultimi mesi, sta cominciando ad incrinare il fronte interno, già scosso dalla sospensione delle attività parlamentari del 2015 al seguito alle tensioni fra il Partito Democratico Curdo (KPD) del Presidente Barzani e il principale partito dell’opposizione, il movimento Gorran.

L’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), storico rivale KPD, ha più volte espresso dubbi sulla tempistica del referendum. La scontata vittoria renderebbe, difatti, Barzani sostanzialmente “inattaccabile” trasformando il Presidente in una figura eroica, oltre a porre il PUK ai ferri corti con i suoi principali alleati esteri, Baghdad e Teheran. Simili preoccupazioni vengono da Gorran e da molti altri partiti minori fra cui l’alleanza dei partiti islamici.

Per PUK, Gorran e gli altri, fermare il referendum è comprensibilmente impossibile, in quanto permetterebbe al KPD di fregiarsi in solitaria della bandiera del patriottismo. La speranza sarebbe di “far fallire” la consultazione per motivi tecnici. A Kirkuk, città controllata dal PUK, si mette in dubbio la fattibilità stessa de referendum non essendo, ad un mese dal voto, ancora incominciati i preparativi né in città né nella regione per la registrazione degli elettori. Una situazione, riportano fonti curde, che si sta ripetendo a Khanaqin, nel sud del paese.

Il Sinjar e l’alternativa della Rojava. Mentre i partiti curdi si fronteggiano sul tema referendum, dal Sinjar, la regione a maggioranza Yezida strappata all’ISIS nel 2016, arriva la prima rottura. In preparazione, infatti, al referendum di Settembre, gran parte dei capi Yezidi hanno dichiarato l’autonomia “democratica” del Sinjar professando, nei fatti l’adesione della regione alla vicina Rojava.

Per Erbil si tratta di uno smacco importante, soprattutto perché mette in discussione i confini “ufficiosi” del KRG e la “omogenità” politica della regione a favore, per di più, della Federazione Democratica del Nord della Siria, guidata dai rivali del PKK.

Ad un mese dal referendum, la questione curda sta diventando un possibile esempio di quali saranno i problemi del Medio-Oriente post-ISIS. Fra i timori turchi e quelli iraniani, l’indecisione statunitense e l’opportunismo di Arabia Saudita e Russia, quello che manca è un piano di insieme e la volontà, di tutti gli attori coinvolti di creare una piattaforma comune.

Una riscrittura dei confini che renda giustizia alla situazione sul terreno e non agli interessi geopolitici dei singoli. In gioco c’è il futuro dello stesso Kurdistan o della stabilità regionale, dato che la “fine” dell’ISIS territoriale non significherà la sparizione dello jihadismo salafita, la lotta al terrorismo internazionale ed il dramma dei profughi.


Per approfondimenti:

– la situazione (video): al-Jazeera

– i motivi del Kurdistan: al-Monitor

– i rischi del referendum: Economist

– il Kurdistan e le minoranze al referendum: Kurdistan24

– Turchia e Kurdistan: Reuters

– l’Iran fra pro e anti-Kurdistan: al-Monitor

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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