Contribuenti o poveri di Stato? La realtà su Riforme Fiscali e Flat Tax

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Come il governo (questo ed altri) ci rende – fra detrazioni, sussidi e Flat Tax – “sudditi fiscali”. Dal convegno di Liberi Oltre le Illusioni.

Con un colpo ad effetto – che suona di rappresaglia contro la nota di Palazzo Chigi sulla presenza di Savoini alla cena di stato con Putin – il Viminale [non il MISE o il MEF, NdR] ha presentato a 43 firme sindacali per voce dell’ex-sottosegretario Armando Siri la propria proposta di “Flat Tax”. Il virgolettato è d’obbligo perché – e lo vedremo – il termine è volutamente improprio.

Nello specifico si tratta di un’aliquota al 15% per redditi familiari sotto i 55.000 €, in pratica l’espansione del regime forfettario delle partite IVA a parte dei redditi da lavoro dipendente e da pensioni. Il costo – dicono dal Viminale [ricordo trattarsi del Ministero dell’Interno, NdR] – sarebbe di 12-13 mld di euro per una platea – aggiunge Siri – di 20 milioni di famiglie e 40 milioni di italiani.

Non si parla di coperture ed è quindi presumibile che si voglia fare – come peraltro annunciato più volte dalla Lega – a deficit con buona pace della riduzione della spesa pubblica.

La Lega, quindi, rilancia il proprio piano di “riforma fiscale”, ma è possibile riformare il fisco senza intaccare la spesa pubblica come sembrano sostenere a gran forza dal Viminale? Soprattutto, tale rivoluzione andrebbe ad intaccare il vero problema della fiscalità italiana, ovvero le trappole di povertà contenute in esso?

Ne hanno parlatoa Sesto San Giovanni Alessio Argiolas, Sandro Brusco e Dario Stevanato nell’ambito del convegno di Liberi Oltre le Illusioni(sessione moderata da Gianluca Codagnone) e la risposta, semplice e diretta, è “no”. Ecco perché.


Riforma Fiscale – Liberi Oltre le Illusioni

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Fisco e trappole di povertà

Secondo Dario Stevanato, avvocato e professore di diritto tributario all’Università di Trieste, autore del libro “Dalla crisi dell’Irpef alla Flat Tax”, quanto proposto dalla Lega non ha niente della Flat Tax, ma è solo “un ulteriore aggravamento dell’attuale sistema fiscale”.

“La tassazione delle persone fisiche” continua Stevanato “è stata frammentata in una costellazione di regimi fiscali” che è andata a trasformare l’Irpef da “imposta sul reddito complessivo a imposta che incide soltanto sui redditi da lavoro e pensioni”. Una trasformazione che, dall’introduzione dell’Irpef nel 1973 ad oggi, si è alimentata di imposte cedolari di tipo personali, imposte su immobili e regimi provvisori permanenti e ripetuti prima sui lavoratori autonomi e poi anche su quelli dipendenti: regimi fiscali che “nascevano come funghi come metodo indiretto di somministrazione di sussidi fiscali a specifici gruppi elettorali”.

Il risultato finale, è quello di un sistema fiscale totalmente irrazionale, discriminatorio – esso alimenta la diseguaglianza orizzontale – e intriso di “distorsioni fiscali” che possono divenire, aggiunge Sandro Brusco, professore di Finanza a Stony Brook University, vere e proprie “trappole di povertà”, sia per gli autonomi che per i dipendenti.


Regime forfettario e discriminazioni

Come argomenta sempre Stevanato, il sistema forfettario vigente favorisce una doppia diseguaglianza orizzontale, la prima fra autonomi e dipendenti, con quest’ultimi, a parità di reddito, tassati il doppio o il triplo rispetto alla controparte, la seconda all’interno della stessa categoria dei lavoratori autonomi.

Il problema è il phase out, ovvero il passaggio da un regime – nello specifico il forfettario al 15% – ad un altro, l’Irpef che può arrivare oltre il 40% fino al 52% a seconda delle imposte locali etc. creando una distinzione surrettizia fra il “paradiso”, il forfettario, e l’inferno, le imposte progressive.

L’attuale governo, in più, non solo ha alzato la soglia del regime forfettario da 35.000 a 65.000 € (aumentando così il divario fra inferno e paradiso), ma ha aggiunto che il passaggio fra i due regimi non avviene nell’anno in cui il contribuente ha superato quella soglia, ma dall’anno di imposizione successivo.

Facciamo un esempio concreto. A e B sono due partite IVA forfettarie, ma nel 2018, A guadagna, magari per un affare ben riuscito, 100.000 €, mentre B rimane a 64.000 €. Entrambi verranno tassati del 15%, ma l’anno dopo A uscirà dal forfettario mentre B no. Che succede però se A torna a guadagnare 64.000 come B? Che A pagherà un’aliquota superiore rispetto a B a parità di reddito.


Il danno per la comunità

Producendo diseguaglianze, il sistema, a pioggia, colpisce il resto della popolazione provocando ulteriori deformazioni e perdite per la comunità. Lo dimostra Alessio Argiolas, dottore tributarista.

La mancanza di un phase out progressivo genera tre tipi di comportamento nel contribuente autonomo. Il primo è, ovviamente, il nero: il professionista fattura fino al forfettario e poi comincia a farsi pagare in nero eludendo il passaggio di aliquota con danno all’erario e, quindi, alla comunità.

Il secondo è il dilazionare le ricevute al successivo anno di imposizione fiscale, un modello a bassa legalità – ma sempre legale – che gli permette di mantenere il vantaggio del forfettario. Infine, può semplicemente chiudere bottega una volta raggiunta la soglia, rifiutandosi di incamerare ulteriore profitto.

Questo già genera un vantaggio competitivo – il professionista forfettario può proporre prezzi IVA esenti, quindi con uno sconto massimo del 22% rispetto ad un professionista non forfettario, a vantaggio del cliente privato che non può scaricarsi l’IVA – ma ha anche altre conseguenze: alimenta il nanismo dell’imprenditoria italiana.



Feudalesimo fiscale

Infatti, continua Argiolas, la soglia forfettaria finisce per diventare il maggior disincentivo alla creazione di SRL o di Studi associati. Nello specifico, continua, si tratterebbe di “regimi selettivi che incentivano il nanismo della nostra struttura imprenditoriale e professionale”, “un ricatto di Stato” alimentato da “veri sussidi di povertà” e che “erodono il valore creato dalle imprese efficienti mettendo a rischio la sostenibilità economica del sistema Italia, come ribadisce anche l’OCSE nel rapporto sull’Italia dell’aprile 2019”.

Qual è quindi il vantaggio per la politica? Lobbismo elettorale, ovvero cercar di “blandire un ceto fiscale specifico di volta in volta in modo da raccoglierne i voti” sottolineano sia Argiolas che Stevanato. Un “divide et impera” che vede i contribuenti – e i lavoratori – saltarsi alla gola l’un l’altro e che è il risultato diretto della “frammentazione dei regimi fiscale”. Secondo Stevanato, infatti, in Italia staremo tornando “ad una concezione feudale in cui ogni categoria tratta col sovrano le imposte da pagare in un rapporto 1 a 1 con il potere che consente di tenere segmentato l’elettorato dando l’illusione, ora ad una classe ora all’altra, di poter strappare un piccolo vantaggio dal governo di turno”.

In pratica, elettorati a pagamento o, meglio, a detrazione fiscale.


Brusco e le gabbie di povertà

Il problema delle gabbie di povertà non riguarda solo gli autonomi, perché le gabbie di povertà sono trasversali e colpiscono, e non poco, anche i lavoratori dipendenti, come dimostra il prof. Sandro Brusco nel suo intervento. Queste, spesso, sono mascherate come “detrazioni buone”, ma finiscono per creare un sistema in cui lo Stato con una mano da e con l’altra si riprende – con gli interessi – il maltolto.

L’esempio più eclatante – 80 euro a parte, ma per questo lascio al lettore la visione del video – si trova nella detrazione per i coniugi a carico nelle famiglie monoreddito. A fronte di una detrazione fra i 690 e 800 € si rischia “di scoraggiare la partecipazione alla forza lavoro del coniuge”. Se quest’ultimo, dimostra Brusco, “trova un part-time con reddito superiore a 300 euro al mese, non solo si perde la detrazione in modo secco, ma si rischia un’aliquota marginale fra il 20 e il 25% a fronte di un reddito, di solito, molto basso”.

Questo colpisce soprattutto il sud, nello specifico le donne con basso titolo di studio: la disaggregazione per regioni del tasso di occupazione femminile mostra infatti un 32,6% al sud a fronte di un 60% dell’Italia settentrionale. Non si tratta di una correlazione casuale: uno studio di Colonna e Mercassa dimostra come in Italia, caso unico in Europa, il livello di partecipazione al lavoro delle donne sposate aumenta proporzionalmente al reddito del marito ovvero quando la detrazione non sussiste più.


la vera povertà italiana

Il combinato disposto di questa e altre “incentivi alla povertà” e che si genera perdita di PIL e, con esso, di lavoro. Per questo motivo, dati OCSE e Eurostat, l’Italia è l’unico paese fra i 30 più ricchi al mondo, in cui il reddito attuale pro-capite è inferiore a quello di 25 anni fa. In pratica, sottolinea Brusco “abbiamo fatto peggio della Grecia del default e di tutti i paesi del Sud Europa: se poi teniamo conto che la media OCSE negli ultimi venti anni segna un aumento del 25% “ci accorgiamo dell’entità del disastro per la politica economica di questo paese le cui colpe sono più o meno condivise su tutto lo spettro politico, compreso l’attuale governo”.

Risolvere il problema non è facile, nonostante che tutte queste distorsioni generino dei “palesi profili di incostituzionalità”, aggiunge Stevanato, a fronte dell’articolo 53 della Costituzione:

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Un’idea potrebbe essere di rimuovere singolarmente le varie gabbie, nello specifico, Brusco segnala che la detrazione per coniuge si potrebbe allargare a tutti i contribuenti eliminando, di conseguenza, l’effetto disincentivante sulla partecipazione al lavoro che di per sé sarebbe già un grande successo per un paese che è dietro a paesi come Romania e Polonia oltre a tutto i nord/centro Europa come partecipazione al lavoro della popolazione fra i 18 e i 65 anni.



Flat tax?

Per creare una vera rivoluzione fiscale che parta, però, dalla riduzione della spesa. Il problema, sottolinea ancora Argiolas, è che si tende a pensare ai singoli problemi o alle singole aliquote, come monadi slegate dal contesto. Così si fa passare la detrazione ad hoc come un grande successo quando, per compensare si aumentano le tasse da altre parti. L’esempio è quello delle imposte locali aumentate di oltre il 323% nell’ultimo decennio.

Per fare una reale flat tax ed efficiente o una qualunque riforma fiscale, argomenta Stevanato, bisogna prima  “definire quale vogliamo che sia il perimetro d’azione dello Stato” e, aggiunge Brusco, di migliorarne l’efficienza “perché si può anche alzare la tassazione al livello di quella danese [o la spesa pubblica al livello francese, NdR], ma bisogna poi essere efficienti sia nella raccolta che nell’utilizzo di tali risorse”.Fino ad allora, parlare di inserire ulteriori aliquote forfettarie – come quella presentata oggi al Viminale – non è creare una “flat tax” – la quale dovrebbe diminuire la diseguaglianza orizzontale, argomenta sempre Stevanato, non aumentarla – ma l’ennesimo giochino comunicativo al massacro: abbassare le imposte da una parte per poi aumentare dall’altra.

Dove?

Sarà un caso che nessuno al governo parla più dei fondi necessari per disattivare l’aumento dell’IVA previsto per il primo gennaio 2020?

 

Credits immagine: opera derivata diffusa sotto “Fair Use” (Freibenutzung) – quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale


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