24 ore settimanali in Italia e altri miraggi: non siamo la Finlandia!

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Prima di imitare la Finlandia e proporre una settimana di 24 ore lavorative, l’Italia deve risolvere i suoi problemi di produttività.

Il nuovo premier finlandese Sanna Marin sta pensando di introdurre la sperimentazione di una settimana di lavoro ultra-corta di 6 ore al giorno per 4 giorni. 24 ore di lavoro allo stesso livello salariale per permettere “che le persone passino più tempo con le loro famiglie, con quelli a cui vogliono bene e di coltivare i loro hobby e altri aspetti della vita, come la cultura”.

Neanche a dirlo, l’argomento è stato ripreso in maniera ossessiva, e totalmente impropria, dai media e dai demagoghi italiani creando un mare di illusioni che “si possa fare anche da noi”.

Tutto questo prima ancora dell’avvio della sperimentazione stessa e senza tener conto che, su produttività e lavoro, la Finlandia e l’Italia non solo non giocano nello stesso campionato, ma sono lontanissimi l’uno dall’altro.



La parola dimenticata: SPERIMENTAZIONE

Prima di passare al perché, non si può non partire dall’aspetto semantico: la Finlandia PENSA alla SPERIMENTAZIONE di tale policy, che è molto diverso da dire “si fa”. Soprattutto perché un esperimento – ahinoi – può fallire.

Questo è successo in Svezia, primo paese a provare la giornata lavorativa di 6 ore e che, dopo un paio di mesi è dovuto tornare sui suoi passi per i costi di mantenimento troppo alti, nonostante Francesca Gambarini, sul Corsera, sostenga che “manco a dirlo [l’esperimento svedese ha creato] lavoratori più felice e produttivi.

O nella stessa Finlandia, quando, due anni fa, si è provato a sperimentare il base income, un reddito di base distribuito mensilmente a circa 2000 disoccupati senza alcuna clausola. In pratica, il vero reddito di cittadinanza distribuito senza associarci gli obblighi di spesa del modello italiano.

Tale sperimentazione si è chiusa a dicembre 2018 con quelli che è stato considerato un fallimento. Il base income migliorava la percezione da parte del disoccupato delle proprie condizioni materiali rispetto ai disoccupati sotto normale sussidio di disoccupazione, ma il sistema in se non ha prodotto risultati eclatanti dal punto di vista della ricerca di un nuovo lavoro sempre rispetto ai normali disoccupati. Non entro ulteriormente nel merito, ma per chi è interessato consiglio la lettura ai documenti ufficiali (Kela) e alle analisi di Business Insider, Bloomberg e dello stesso governo finlandese via Euractiv.

Un’idea evocativa, ma fallita.


Produttività e costi

Tornando all’idea di Marin, il problema che la Finlandia dovrà affrontare se dovesse procedere con la sperimentazione sono i costi per le aziende, siano esse pubbliche o private. Come argomenta l’analista economico Thomas Manfredi, la proposta finlandese “presuppone guadagni di produttività fuori dalla portata della grande maggioranza d’imprese”.

Tutto gira attorno al concetto di produttività, ovvero la quantità di ricchezza generata per unità di lavoro (normalmente un ora lavorativa di un lavoratore).

Al concetto di produttività è connesso il fatturato di un’azienda da cui dipendono i valori dei salari, le capacità della stessa azienda di spendere in ricerca e innovazione, non solo dei prodotti, ma degli stessi metodi di produzione. In un’ottica meno “tecnica”, dalla produttività del singolo lavoratore dipende quella aziendale e, quindi, migliori condizioni di lavoro, salari adeguati etc.

Non a caso è proprio la produttività delle imprese tedesche – per fare un esempio – che rende efficace il sistema del mitbestimmung tramite il quale gli operai tedeschi hanno gli stipendi medi più alti non solo in Europa, ma anche in relazioni agli altri lavoratori tedeschi.

Per pura matematica, a parità di produttività, la settimana corta porterebbe ad una possibile flessione del fatturato/entrate di un’azienda. Per “aiutare le aziende a recuperare le ore non lavorate” Marin immagina una doppia soluzione: la prima di natura tecnologica, la seconda via un presunto aumento della produttività stessa del lavoratore.

Presunto, e, forse anche realistico, ma l’esperimento svedese ha dimostrato che l’aumento della produttività registrato non riusciva a coprire i costi.


Piccola nota: il caso Microsoft

Parte dell’eccitazione per la settimana lavorativa di 4 ore, deriva da un’altra notizia, sempre recente: Microsoft ha sperimentato a Tokyo la settimana di 24 ore con un aumento della produttività del 40%.

Si potrebbe gridare al miracolo e al “il sistema funziona”, ma ci si dimentica che quello che funziona a livello micro in un’azienda specifica, per di più ad altissimo valore aggiunto come Microsoft, non per forza deve funzionare a livello macro, ovvero quello di tutte le aziende e di tutti i settori produttivi di un singolo paese.

Trattasi di scale completamente diverse, impossibili da comparare.


Grafico I: PIL per ora lavorata Finlandia vs Italia (credit: OCSE)

L’Italia non è la Finlandia

Assumiamo anche che la sperimentazione si faccia, che i risultati siano positivi e che il governo socialdemocratico decida di varare la settimana corta per legge: prima di anche solo lontanamente pensare a importare tale sistema in Italia, dovremmo avere i fondamentali economici finlandesi.

E qui, proverbialmente, casca l’asino.

La Finlandia ha un rapporto sotto l’1% da due anni, ha superato il 3% una volta (2014) e tale rapporto è stato negativo dal 2000 al 2008, noi no. Come conseguenza, la Finlandia, che fa parte dell’Eurozona, ha un debito pari al 58,9% del PIL, quindi sotto la soglia fissata dal patto di stabilità. In più ha fatto segnare una crescita del 2.2% nel 2019 e 1.4% nel 2018, noi… no.

In Finlandia la settimana lavorativa è nella media europea: 30 ore.  In Italia sono 33: gli italiani lavorano, quindi, più dei finlandesi (e dei tedeschi, francesi, degli olandesi, degli austriaci e di molti altri). Allo stesso tempo, un’ora di lavoro produce meno ricchezza nazionale in Italia che in Finlandia, oltre che in Germania, Austria, Francia, Olanda etc. (grafico I, dati OCSE). Il rapporto fra produttività e ore lavorate è negativo in Italia, e positivo in la Finlandia. In pratica, i lavoratori finlandesi lavorano meno, ma riescono a produrre molta più ricchezza per ora lavorata. (Grafico II, dati OCSE), dati 2016.


Finlandia vs Italia: il confronto

Tale differenza non dipende dai lavoratori – l’italiano non è più pigro del finlandese – ma dall’architettura statale. In Finlandia il costo del lavoro è più basso, la pressione fiscale sulle aziende pure e la burocrazia più efficiente. Il sistema scolastico fa la sua parte come quello tecnico-industriale ed il risultato è che le aziende hanno più fondi per migliorare i processi produttivi e da destinare alla ricerca e sviluppo generando, a pioggia, più ricchezza diffusa.

E il lavoratore finnico non è sfruttato o sottopagato.

In Italia i costi del lavoro sono più alti, il sistema fiscale è inefficiente, come il sistema scolastico progressivamente distrutto dai vari governi. L’imprenditoria è drogata da un rapporto poco sano – e troppo intimo – con il pubblico grazie alle concessionarie, alla corruzione ed allo Stato ipertrofico che rende la produttività stagnante (+0,14% di crescita media annua fra 2010 e 2016 contro il +2% finlandese nello stesso periodo, dati OCSE).


Grafico II: produttiva x labour utilisation Finlandia vs Italia (credits: OCSE)

Non siamo la Finlandia, e non giochiamo neanche nel suo stesso campionato. Guardare alle sperimentazioni – reali o ipotetiche – del paese nordico è come se l’Imperia Calcio – squadra della mia città natale – avesse visto la Juventus comprare Ronaldo e decidesse di comprare Messi… militando, come fa, in Eccellenza.

A me non dispiacerebbe veder giocare Messi allo Stadio Ciccione, ma sono conscio che prima anche solo di immaginarmelo, l’Imperia dovrebbe andare in Serie A.

Esattamente come l’Italia dovrebbe affrontare il tema della produttività stagnante in un sistema paese fallito da tempo.


Il Caffè e l’Opinione

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