Fine di un’epoca: la condanna dell’Ungheria ed il ruolo del Parlamento

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Veramente abbiamo assistito alla fine di Viktor Orban?

Judith Sargentini porta le mani agli occhi, scosta gli occhiali mentre gli applausi cominciano a scrosciare. Poi, commossa, si alza in piedi e dal posto n. 648 si gode il plauso della plenaria. Oggi lei, una semplice europarlamentare olandese ha sconfitto il Primo Ministro ungherese Viktor Orban sancendo un principio: non si ‘sta’ nell’Unione Europea, vi si è parte condividendone i benefici, i diritti ed i doveri.

Il Parlamento Europeo non può e non deve essere un soggetto passivo rispetto a quanto si decide all’Euroconsiglio, ma ne deve diventare il cuore democratico in quanto suo unico organo elettivo, almeno per ora.

Così, il 12 settembre con 448 voti a favore, 197 contro e 48 astenuti, la plenaria ha chiesto , per la prima volta, l’attivazione dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona, mettendo sotto accusa, per la violazione dei diritti fondamentali della UE, il governo ungherese di Viktor Orban. Sargentini torna al suo posto, i lavori riprendono, il Parlamento almeno per oggi, è il centro democratico del continente. Lei, la parlamentare dei Verdi, è il simbolo di questa piccola rivoluzione: il dossier che accusa Budapest porta la sua firma.


Le accuse

Sono sette i capi di accusa presenti nel report Sargentini. Il primo, e più importante, riguarda il trattamento riservato ai richiedenti asilo, ed in generale i migranti, da parte della guardia frontaliera ungherese in quei “campi di detenzione” voluti dallo stesso Orban. Una violazione dei diritti fondamentali dell’Unione che si allarga alle nuove norme sulla libertà di stampa che la sottomettono al “rispetto dell’interesse nazionale”, soprattutto in periodo elettorale.

Una legge fortemente voluta da Fidesz, il partito del Primo Ministro, come il “pacchetto sicurezza” che, stando alle analisi contenute nel dossier Sargentini, pone restrizioni al diritto alla privacy ed al trattamento dei dati personali. D’altra parte è l’impianto stesso della nuova costituzione ungherese di cui viene messo in dubbio la democraticità. Sotto accusa le norme “anti-Soros” e quelle del “Fermiamo Bruxelles”, fra cui l’impossibilità di stanziamento in Ungheria per popolazioni “aliene” alla cultura ungherese.

Riforme votate da Orban a maggioranza parlamentare in “assenza di consultazioni sincere ed adeguato coinvolgimento della società civile”.

A destare preoccupazioni anche l’assenza di “un’adeguata protezione alle donne vittime di abusi domestici” dal Codice Penale ungherese.


La violazione dei trattati

“La UE ha stretto ancora di più la sua morsa autoritaria” ha dichiarato Nigel Farage dell’UKIP-EFDD. “L’Unione è fallita” e Orban “meriterebbe il Nobel per la difesa dei confini dall’invasione degli islamisti” gli fa coro Geert Wilders del PVV-EFN. Sempre l’Unione non avrebbe “alcun diritto di giudicare come e da chi si fa governare il popolo ungherese” aggiunge Matteo Salvini sempre dal fronte dell’EFN.

Un coro unanime di disapprovazione, peraltro scontato e che si muove all’interno della propaganda populista, ignorando i fatti. L’Europarlamento ha, infatti, agito all’interno dei suoi spazi operativi obbedendo a quelle stesse direttive avallate anche dal governo ungherese. Non solo, al di là della risposta ufficiale di Budapest (una “vendetta da parte di ministri pro-migrazioni” e un giudizio basato su “bugie e menzogne”) la realtà è una: l’Ungheria ha violato i trattati ed i principi fondati di quell’Unione in cui ha deciso liberamente di farne parte.

Un negoziato condotto, peraltro, dal 1998 al 2002 dallo stesso Viktor Orban, allora al primo mandato di governo. Il messaggio di Bruxelles è semplice: fai parte di un gruppo acentandone le regole al momento dell’adesione, ne ricevi i favori (Budapest, dalla “malvagia UE” riceve oltre 4,5 miliardi di € l’anno contribuendo per 924 milioni) e non puoi negarne i diritti e i valori. Anche per rispetto agli altri 26, Italia compresa.


La fine di Orban?

Se visto nel quadro generale, chiaramente la Commissione Europea ed il rifiuto di partecipare al ricollocamento dei migranti hanno avuto un peso nella condanna del 12 settembre, ma se Budapest ora è sotto accusa, lo è per colpa dei suoi stessi governanti.

Occorre ricordare che Viktor Orban non ha mai voluto rispondere ai dubbi mossi dall’Europarlamento, preferendo sfidare la plenaria accussandola di essere un “mero strumento d’aggressione europea alla sovranità del popolo ungherese”. Un atteggiamento, quello dello “scontro con Bruxelles”, che è parte integrante dell’epica orbaniana del “protettore degli Ungheresi” contro l’invasione islamica ed a difesa di un’Impero (Bruxelles) lontano ed insensibile. Esattamente come i principi ungheresi del XV secolo contro gli ottomani.


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La vittoria di Orban si basa sul populismo e sul creare una propria epica ‘rivoluzionaria’


Cosa vuole Orban: la ‘fine’ della UE

Al di là della retorica nazionalista, però, l’atteggiamento di Orban nasconde un vero piano politico. Budapest non ha alcuna intenzione di uscire dall’Unione ed i cittadini ungheresi, anche i pasdaran di Orban, sono consci di quanto i fondi europei pesino positivamente sull’economia del paese o cosa voglia dire il “mercato unico” per la prosperità del proprio commercio.

Per l’Ungheria, infatti, come detto da Orban in plenaria, quei fondi sono un “diritto assoluto” per un popolo “che ha lottato per la democrazia”. Anche perché, se sola, Budapest finirebbe immediatamente nell’orbita russa. Una prospettiva, quella delle sudditanza a Mosca, da evitare, nonostante Putin rappresenti, ormai, non più un nemico per Orban, ma il modello dell’autoproclamatasi “democrazia illiberale ungherese”.

All’HUNGEXIT, Orban oppone un altro modello, quello della Comunità Economica di stati nazione, deburocratizzata (ovvero priva di Europarlamento e Commissione) e centrata sull’Euroconsiglio e sul sistema del voto all’unanimità. Ovviamente, tale modello funzionerebbe solo in assenza di un Eurozona o di un’Europa A coesa, ricca e dominante dal punto di vista politico.

Per questo, lo scontro all’Europarlamento e quello futuro all’Euroconsiglio è fondamentale. Serve per capire chi sta con Orban e chi no. Per questo Orban non ha mai risposto veramente alle accuse, il gioco è un altro e va avanti da mesi: il futuro dell’Unione.


Sanzioni sì, sanzioni no

La resa dei conti avverrà nei prossimi mesi al Consiglio Europeo. Il voto della plenaria, infatti, non comporta alcuna sanzione, tantomeno l’esclusione al voto del paese (articolo 7.2 del Trattato di Lisbona). Per questo serve l’unanimità e Orban può certamente contare sul veto della Polonia, anche lei sotto indagine da parte del Parlamento europeo.

La vera minaccia sono, invece, le sanzioni. Difficile, per Orban, dipingersi come colui che “rende il paese più ricco”, se l’economia arretra ed i soldi cominciano a sparire dalle tasche dei cittadini.

Per comminarle serve l’assenso dei 2/3 dei paesi membri. Dalla parte di Orban ci sono i 4 di Visegrad, mentre l’Austria dell’alleato Kurz si è schierata, per ora, per le sanzioni assieme al blocco occidentale e quallo nordico. Rimangono Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria su cui peseranno molti fattori, non ultimi l’accesso all’Eurozona (soprattuto per la Croazia) ed eventauali procedure simili contro il governo bulgaro e quello rumeno.

Centrale, infine,la posizione dell’Italia. In plenaria, infatti, l’alleanza di governo si è scissa:  il M5S ha votato per le sanzioni, la Lega, no.

Sono 15 voti sicuri per le sanzioni, ne servono 17.

Che farà Roma? Cosa decideranno i 5 Stelle? Daranno voce alla propria anima euroscettica, al sovranismo, all’alleanza europea con UKIP, AfD e Democratici Svedesi, o a quella soft e liberale manifestatasi al voto in plenaria mettendosi contro la Lega a favore di un’Europa più democratica?

Si chiama politica e prima o poi, caro Di Maio, caro Conte, caro Di Battista, occorrerà dare una risposta.

Magari a cominciare dall’Euroconsiglio, dove non ci sarà Judith Sargentini a metterci la faccia, ma il governo italiano.


Approfondimenti

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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