La transizione tedesca e la fine dell’era Merkel: la rassegna stampa tedesca – il Ristretto del 28-12-2017

 Angela Merkel, all'ultimo atto della sua carriera da Cancelliera, almeno secondo quanto indicato da un sondaggio per cui il 47% degli elettori vorrebbe che si ritirasse prima della fine del quarto mandato. Foto:  European People's Party  Licenza:  CC 2.0

Angela Merkel, all’ultimo atto della sua carriera da Cancelliera, almeno secondo quanto indicato da un sondaggio per cui il 47% degli elettori vorrebbe che si ritirasse prima della fine del quarto mandato. Foto:  European People’s Party  Licenza: CC 2.0

Una delle principali storie che ci accompagneranno nel 2018: la fine dell’era Merkel in Germania.

Ogni epoca finisce, e per farlo necessita di un periodo di transizione più o meno lungo, caotico o ordinato, a seconda delle condizioni intorno a sé.

Per gli elettori tedeschi, o, almeno per il 47% di loro, dice un sondaggio YouGov, l’era Merkel dovrebbe finire nei prossimi quattro anni. Una transizione ordinata, quindi, nel rispetto del criterio di stabilità che funge da primo ed unico comandamento politico della Germania. Un cambiamento che arriva non per un voto – ma tramite un’uscita di scena politica, quasi un’ultima forma di rispetto per la Cancelliera Eterna con un passaggio di testimone ad “un erede” ancora sconosciuto.

L’epoca Merkel. Comunque vada, sia che non si faccia un governo o che questo si faccia e che la Cancelleria si ritiri prima dei quattro anni canonici, questa sarà la vera fine dell’era Merkel

Una transizione senza ghigliottina, per una leader nazionale che ha veramente segnato l’era della “Boomland Deutschland“, quella della Germania campione dell’export, “capitale” palese di un’Unione Europea mono-centrica, quella di Angela regina d’Europa. Ma anche un’epoca che ha segnato la fine della politica tradizionale – il dualismo Union (CDU/CSU) e SPD – nel paese più politicamente tradizionalista d’Europa.

Un segnale per lo stesso blocco continentale. Angela è stata l’unica leader d’Europa capace di tener testa alla Russia di Vladimir Putin, alla Turchia sempre più nevrotica di Recep Tayyip Erdogan ed al lento declino dell’asse trans-atlantico. Sempre Merkel si può considerare l’autrice di una ricerca quasi ossessiva del consenso a livello continentale, elaborata allo scopo di tener unito un continente devastato dalla crisi economica.

 Un'immagine comune, un nome ed un titolo che ormai erano diventati sinonimi della Germania. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

Un’immagine comune, un nome ed un titolo che ormai erano diventati sinonimi della Germania. Foto:  European Parliament  Licenza:  CC 2.0

I nuovi equilibri mondiali. Un “modo” di fare politica che si scontra, però, con le follie di Donald Trump e l’arrembante ascesa della Russia: un nuovo mondo fatto di equilibri flessibili, un mondo per nuovi leader quale Emmanuel Macron. Un cambiamento che ha colpito anche la ricca Germania – come sostiene il settimanale di centro-destra Cicero – sempre più attenta ai temi della sicurezza – e di conseguenza ai fondi per la polizia e al tema dei rifugiati – e refrattaria alla politica del “tutto va bene, non cambiamo nulla” portata avanti da Angela Merkel.

A questo cambio di atteggiamento dell’elettorato tedesco, aveva cercato di dare risposta la SPD tramite la candidatura di Martin Schulz (arrivato a febbraio-marzo 2017 ben oltre il 30%), prima che lo stesso segretario socialdemocratico cadesse nella trappola del “Corbynismo” – ovvero, una necessaria svolta a sinistra del partito, ma con la sottovalutazione dei temi quali la sicurezza – senza aver il “supporto” di quel dramma tutto britannico chiamato Brexit.

Ora, dopo il deludente risultato elettorale (peggior risultato del proprio partito dal 1949), e il fallimento dei colloqui per la “Coalizione Jamaica”, la società tedesca sembra voler cambiare strada. Un consiglio che arriva anche da quel partito, la liberale FDP, responsabile della fine delle trattative, nonché storico alleato dell’Union.

Il ritiro di Angela. Sul settimanale liberal-centrista Die Zeit, infatti, il vice-segretario della FDP Wolfgang Kubicki invita la CDU a cominciare il rinnovamento, magari partendo proprio dal passo indietro della Cancelliera per lasciare spazio alle nuove personalità del partito centrista, come Jens Spahn o il governatore dello Schleswig-Holstein Daniel Günther. L’importante, sottolinea Kubicki, è che “spariscano le ricette politiche” – immigrazione ed ecologia – “messe in campo negli ultimi 12 anni da Angela Merkel”. Questo, chiosa il vice-segretario, potrebbe anche riaprire la strada per la Coalizione Jamaica.

Un appello che Christoph Seils, autore di Berliner Republik per Cicero, vede interessato ai “piccoli ribelli della CDU” e che, come tale, è destinato a cadere nel vuoto. 

Le tribolazioni della SPD. Intanto la Germania che non trova un nuovo governo, sembra avviarsi verso la Grande Coalizione, grazie alla SPD. Lo stesso partito che aveva deciso, all’indomani delle elezioni di settembre, di rimanere all’opposizione e che ora, spinto da parte dell’establishment (l’attuale vice-Cancelliere ed ex-Segretario Sigmar Gabriel ed il Presidente della Repubblica Franz Walter Steinmeier) si avvia ai colloqui di gennaio, trascinandosi parte di quella base ancora non convinta. 

Infatti, la SPD crolla, secondo i sondaggi, sotto il 20%  fino a guadagnarsi, secondo l’istituto Kantar Emnid il titolo di “Perdente dell’anno“, precedendo (con il 67% dei voti) il Governatore della Baviera Horst Seehofer e la stessa Angela Merkel. 

Dall’altra parte, sottolinea ancora il capo-redattore di Cicero Christoph Schwennicke, “la SPD di Schulz è vittima della sua stessa cecità” quella di non voler tener conto del tema della sicurezza a fronte di altri punti – primo fra tutti gli investimenti infrastrutturali della Germania, fermi da un decennio – pienamente condivisibili.

Lavoratori e sinistra. Il problema, aggiunge la deputata socialdemocratica “ribelle” Andrea Ypsilanti dalle colonne della Süddeutsche Zeitung, è che “la SPD dovrebbe smetterla di arrivare sempre in soccorso del Neo-Capitalismo”. Un richiamo alle radici più vere della Socialdemocrazia in un partito, continua Ypsilanti, che continua nonostante le promesse elettorali – “più giustizia sociale” – a rimanere nel solco tracciato dalla “terza via” di Schröder e Blair del 1999.

Lo stesso “set programmatico” che sta portando la SPD nell’ennesima Grande Coalizione, a cui Ypsilanti, come la sinistra del partito, preferirebbe un governo di minoranza.

In un paese che si appresta a chiudere un’epoca lunga – e ricca – ed in quasi totale assenza di “successori”, proprio la Groko (come viene abbreviata in Germania la Grande Coalizione), potrebbe segnare la definitiva fine della SPD o la sua rinascita.

Almeno questo è quello che spera Nils Heisterhagen, politoco della SPD del Rheinland-Pfalz dalle pagine della Frankfurter allgemeine Zeitung, per cui la SPD dovrà tornare, nel prossimo governo, ad “essere l’avvocato dei lavoratori”. Solo cosi, dice Heisterhagen, potrà riprendersi i voti in fuga verso la Linke (8%) e quelli finiti ad AfD o fra gli astenuti. 

Se ce la farà o no, lo sapremo solo nei prossimi anni.

Così i partiti tedeschi si avviano a chiudere quello che è stato l’anno politicamente più complesso e difficile per la Germania, quello dell’entrata in parlamento dell’estrema destra che ha preannunciato la fine dell’era Merkel. 

Su queste basi – e mentre l’Europa sta a guardare – il paese entrerà nel 2018 con un raro caso – per la Germania – di “Absurdistan” politico come lo chiama Christoph Seils, o “Repubblica delle Banane”, usando il gergo politico nostrano.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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