Fallout: il ritorno di Tom Cruise e Mission:Impossibile, al cinema – l’Angolino

Fallout promette, fin dal trailer, una massiccia dose di azione; e, porco mondo, soddisfa appieno le aspettative – la ‘Rece’ di Matteo Affini

Il Sindacato magari non esisterà più, ma ad ogni minaccia sventata corrisponde una conseguenza ancora peggiore. E stavolta Ethan Hunt dell’IMF, in caso volesse accettare l’incarico, dovrà vedersela con le scheggie impazzite del Sindacato stesso: agenti che si fanno chiamare gli Apostoli. E che vogliono mettere le mani su tre nuclei di plutonio…

Ovviamente, le cose non possono essere riassunte solo così. Ci sono doppiogiochisti, intermediari molto sexy, MI6 e CIA, vecchie e vecchissime conoscenze che verranno coinvolte in una folle corsa per salvare il mondo.


Missioni Impossibili

Non mi nasconderò dietro un dito, specie visto che il precedente Rogue Nation (2015, sempre scritto e diretto da McQuarrie, alla terza collaborazione con Cruise) non rientra tra i miei favoriti della saga. Anzi, ritengo sia malriuscito, per tuta una serie di motivazioni che non vale la pena esporre ora. All’epoca, probabilmente, mi sembrò che McQuarrie non avesse saputo maneggiare il materiale consegnatogli dal produttore/regista JJ Abrams, colui il quale aveva reinventato la continuity dell’agente Hunt (M:I III) per poi lasciarlo in mano a Brad Bird per il superbo Ghost Protocol.

In parole povere, lo trovai poco interessante e un deciso passo indietro rispetto al quarto capitolo. Il quale rasentava la perfezione. Ed era con questo stato d’animo che attendevo Fallout. Un mix di trepidazione data dal riuscito trailer, e di indifferenza, specie quest’ultima.

Invece, ci troviamo di fronte non solo ad uno dei migliori episodi della saga, secondo solo a Ghost Protocol e, azzardo, a pari merito col mitico film del 1996, ma persino con il migliore action-movie degli ultimi 5 anni.


Jump Tom, JUMP!

Fallout è un film che lascia senza fiato, orchestrato nel dettaglio e che riesce ad incollare alla poltroncina per quasi tutta la sua durata. McQuarrie (Oscar per I Soliti Sospetti) magari avrà perso quella verve che ne contraddistingueva le prime sceneggiature, ma in questi anni passati dietro la macchina da presa ha guadagnato in sicurezza.

Sì, è vero, la maggior parte dell’ironia che contraddistingue il brand è stata messa da parte, e sì, è vero anche che si sofferma eccessivamente ed in maniera velleitaria sull’aspetto spionistico della vicenda (con un paio di capriole di sceneggiatura artificiali e poco funzionali), ma è ancora capace di grandi momenti palesemente creati a tavolino, su carta.

Il risultato è una regia dalla mano fermissima, grazie anche ad un cast tecnico in stato di grazia, che lo aiuta a realizzare tre macro-sequenze che presto entreranno di diritto nella storia del cinema. Come il tanto acclamato HALO jump, in cui Tom Cruise si getta in caduta libera da un cargo militare, a 25mila piedi di quota (106 lanci, per ottenere tre shots utilizzabili), il lungo e folle inseguimento a Parigi e il duello tra elicotteri nel finale, con sempre il buon Tom realmente ai comandi.

Tali perle sono merito di Cruise, al solito imbattibile anche negli stunts, ma l’onore va ai due tecnici che hanno costruito tutto questo. Vale a dire il direttore della fotografia Rob Hardy, il cui precedente lavoro mi aveva già fatto gridare al miracolo (nientepopodimeno che Ex Machina di Alex Garland) e il montatore Eddie Hamilton, già collaboratore di lungo corso per Matthew Vaughn (Kingsman vi dice qualcosa?).

Se Hardy ci fa godere con inquadrature pressoché perfette, Hamilton non sbaglia un singolo fotogramma, sincronizzando al microsecondo riprese da capogiro per regalare al film un ritmo serrato e preciso, come un orologio svizzero.


l’umanità di Hunt/Cruise

Per quanto riguarda Ethan Hunt, è forse proprio qui in Fallout che viene posto maggiormente l’accento sull’umanità e sulla fallibilità del nostro indistruttibile e spericolato protagonista. La storia prende forma da una sua decisione errata, fatto però a fin di bene, che lo obbligherà a rincorrere il nemico di turno per il resto del film. Non passa mezz’ora senza che ci venga ricordato quanto lui sia eroico, indispensabile, buono, innamorato, perseguitato dal suo passato che gli dà gli incubi, dalla perdita della moglie a cui ha dovuto rinunciare per tenerla al sicuro, sentimenti che giocano un ruolo fondamentale fornendo a Hunt le ragioni per rigettarsi, ancora e ancora, costantemente nella mischia.

Non più una sottotrama romantica, quindi, ma una vera caratterizzazione del personaggio che da a questo Ethan Hunt la dignità di esistere. Così Tom Cruise rimane fedele a sé stesso e a quella schiera di personaggi che ha interpretato negli ultimi anni, così simili che potrebbero essere intercambiabili. Eppure, nonostante Edge of Tomorrow, Oblivion, La Mummia, Jack Reacher, e così discorrendo, solo Hunt rimane la sua creatura più ‘vera’ e probabilmente quella più identificabile dal grande pubblico.

Che sia proprio Hunt, azzardo, quel seme che ha portato Cruise a rifondare su valori quali umanità, amicizia, fedeltà, coraggio, determinazione, ma anche fallibilità, la propria carriera?

Non c’è solo Tom Cruise, ma un cast che si ritrova insieme ancora una volta ed è sempre più affiatato fra cui il veterano Ving Rhames, ahimé appesantito e gonfio ma pur sempre eccezionale caratterista; e un grande Simon Pegg, vera rivelazione del corso abramsiano. Basta loro uno sguardo, o una smorfia, per comunicare mille cose, e l’intesa è totale.

Pregevole l’interpretazione “baffuta” di Henry Cavill, mentre manca all’appello Jeremy Renner, impegnato con le riprese dei kolossal Marvel, ma la sua assenza non ci tange minimamente, perché tanto non serviva neanche in Rogue Nation…


Fallout il giudizio

Mission: Impossible – Fallout è un superbo film d’azione, incalzante e diretto/girato magnificamente. Se vogliamo proprio trovargli dei difetti, questi stanno nella durata (147 minuti si sentono, anche grazie ad una parte centrale di certo utile per rifiatare, ma che smorza l’adrenalina) e a vari ritocchi digitali la cui presenza si avverte distintamente, se si sa dove cercarli.

Inoltre, e qui siamo proprio nell’ambito del parere che più personale non si può, il “solito” finale (anche apertamente definito tale) lascia un poco insoddisfatti, dato che disattende alcune fosche previsioni fatte durante tutto il film. Ma, ehi, ci sono classici stereotipi intramontabili, e M:I deve comunque rispettare una certa tradizione.

Fidatevi: anche se spossati, uscirete dalla sala con un sorrisone a 57 denti, fischiettando quel motivetto troppo famoso, “per gli innumerevoli giorni di lá da venire” (Cit.). Il che mi fa venire in mente che ho dimenticato di dirvi una cosa fondamentale, l’altro fiore all’occhiello di Fallout: la OST composta da Lorne Balfe, talentuoso musicista scozzese (scuola Zimmerman), il quale ho avuto modo di apprezzare in molti videogames e in altre produzioni cinematografiche e che  qui conferma qui il suo straordinario orecchio musicale. Ci fa aspettare quasi un quarto d’ora, accennandolo, decostruendolo, mettendo qua e là alcune note, ma alla fine il leggendario tema musicale di Lalo Schifrin arriva, e stavolta è più “percussionato” che mai.

Così come tutte le tracce, capaci di rimbombarvi nel petto a lungo. Merita sicuramente un ascolto a parte, anche se è integrata alla perfezione con le immagini sullo schermo.


Mission: Impossible – Fallout


di Christopher McQuarrie
2018

Voto 8,5

Mantovano, classe 1986, cresciuto a pane, Spielberg e Zemeckis. Folgorato dalle stravaganze brit-pop di Edgar Wright e Matthew Vaughn. Rievocatore, romanziere, storico militare, non c’è cosa in cui non abbia fallito. Passioni? Star Wars, Star Trek, MCU, LotR, GoT. Da Allen a Zack Snyder, tutto va visto e valutato nel proprio ambito.
Fosse presidente del consiglio, vieterebbe cibarie e smartphone nelle sale.

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