Facebook: troppo grande per fallire?

Facebook, Zuckerberg, USA, udienza

Facebook, Google, Amazon, chi li può fermare? Non certo il senato USA, se lo volesse proprio fare. Il problema rimane che sono ‘too big to fail‘, troppo grandi per crollare.

Il 10 aprile, Mark Zuckerberg si è presentato davanti al Senato degli Stati Uniti per rispondere alle domande della commissione parlamentare sul caso Cambridge Analytica. La domanda che i senatori gli hanno rivolto è semplice: quanto la violazione dei milioni di dati personali rivenduti dalla società agli spin-doctors della campagna presidenziale di Trump, sia ANCHE colpa di Facebook.

La prima udienza si è conclusa con le scuse del fondatore di Facebook – “ho fondato Facebook e sono il responsabile di questa situazione” – e alcune generiche promesse di miglioramento sul fronte della privacy.

Maggior protezione, dei dati difesa (tramite bot e IA) dei profili dalla proliferazione di “fake news” ed “hate speech” ed assunzione di maggior personale per la sicurezza dei dati. Messo alle strette, Zuckerberg è arrivato anche a paventare la possibilità di creare un “Facebook a pagamento”, parallelo a quello gratuito, nel quale siano escluse le app ed i contenuti pubblicitari.

Nonostante tali rassicurazioni, per il Seantore John Kennedy, “le condizioni di utilizzo di Facebook – lo “user agreement” – fanno schifo” invocando, allo stesso tempo, un maggior controllo del governo sul web. Secca la risposta di Zuckerberg: in materia di regolamentazione e difesa della privacy, “l’Europa lavora meglio degli Stati Uniti” .

Ma può un governo, sia esso quello USA o francese, fare veramente qualcosa contro Facebook?


Too big to fail?

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Sia che si parli di Amazon, Facebook, Google o Twitter (ed in generale di tutti i social network, Telegram e Snapchat compresi), il tema non cambia. Agendo all’interno della democrazia e della libertà di impresa, regolamentare i colossi web e il trattamento dei nostri dati personali, è particolarmente difficoltoso.

Si tratta ormai di entità para-statali più che di vere multinazionali, sui cui server transitano miliardi di dati personali (2 solo su Facebook), che governano il mondo della pubblicità (FB ha il 27% del mercato, Google il 61%) e sono, fra le altre cose, il principale medium della politica contemporanea.

In pratica sono IL centro della nostra vita sociale, del nostro essere consumatori, cittadini ed elettori. Fanno miliardi, ma non “vendono” merci, bensì profili, dati, visibilità, traffico: vendono noi persone, noi giornali, noi blogger. Possono anche fallire, come hanno fatto le grandi banche, ma può svanire il concetto stesso del “social”? Difficile perché oramai sono quasi un “bene” di prima necessità, per il business come per l’entertainment.

Questo vale per noi blogger-giornalisti-editori come per voi, lettori-cittadini-elettori. Noi tutti siamo allo stesso tempo clienti e mere, sudditi accondiscendentigrandi giganti trans-nazionali e para-statali.

Chi può fermare i giganti? Allo stato attuale nessuno, tranne gli stessi utenti, andandosene.

Ma siamo pronti a rinunciare alla nostra vita “social” digitale?

Forse no, finché non arriverà una vera alternativa come fu FB per mySpace, sperando che, almeno stavolta, sia libera.


Letture consigliate

  • Facebook può cambiare? The Washington Post
  • Il problema, pochi politici capiscono veramente qualcosa di Social Media: Vox
  • #deletefacebook, ma non Instagram, vi prego: Bloomberg

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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