Usciremo dall’euro? Il rischio Italexit e il futuro incerto del paese

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Euro sì, euro no: nel 2019 l’Italia rischia seriamente di uscire dalla moneta unica o si tratta di una strategia politica?

Usciremo dall’euro? Se questa domanda venisse posta ad uno qualunque degli altri 17 paesi dell’Eurozona, la risposta sarebbe un quasi unanime e convinto NO. Non è così in Italiai dove le ultime settimane, da quell’assurdo voto sulla mozione contenente i minibot, si sono trasformate in un delirio di affermazioni, uscite, proposte per cui l’unica risposta che mi viene in mente è “non lo so”. Rispondere a questa domanda, infatti, è quasi impossibile perché il Governo sembra impegnato in una folle corsa verso Italexit, a tratti palese, a tratti rimangiandosi tutto.

Alcuni potranno pensare che si tratti del solito folclore politico nostrano, dei cani che abbaiano e poi non mordono. Può essere, ma il rischio esiste perché parte del dibattito pubblico è in mano ai NoEuro, rappresentati nel governo dall’onorevole Claudio Borghi Aquilini e dal senatore – e papabile Ministro degli Affari Europei – Alberto Bagnai. Il primo è il “creatore dei minibot”, il secondo uno dei principali teorici dell’uscita, alla chetichela, dell’Italia dall’euro.

A loro si aggiunge l’ex-Ministro Paolo Savona e la pattuglia di improvvidi commentatori NoEuro fra cui ricordiamo l’ex-grillino ByoBlu, il neo-europarlamentare Rinaldi, la “bocconiana redenta” Bifarini, “l’allievo spurio di Marx e Hegel” Fusaro e tanti altri.


Il piano anti-euro

Partiamo da Borghi, “il creatore del minibot” per cui, l’Italia non uscirà dall’euro, ma, allo stesso, tempo i minibot si faranno perché “bisogna pagare il debito commerciale della PA”. A chi gli fa notare che ad un certo punto quei pezzetti di carta torneranno ad essere debito, Borghi risponde che “l’unico modo per non far emergere quel debito è non pagarlo mai”. Ergo, moneta parallela di origine fiscale e siamo fuori dall’euro perché i trattati lo vietano.

Passiamo a Bagnai che al Corriere della Sera sostiene che l’Italia non uscirà dall’euro, ma, intanto, ammette di aver depositato un disegno di legge per cancellare l’autonomia della Banca d’Italia. Ovvero, assoggettare nuovamente al governo l’autorità di politica monetaria come fra il 1975 e il 1981 così che Bankitalia possa comprare i titoli di Stato con cui finanziare la spesa in deficit, senza prendersi collocarli sul mercato. Ergo, monetizzazione del debito e siamo fuori dall’euro perché i trattati lo vietano.

Infine Savona ed il suo delirante primo discorso da presidente Consob dove, totalmente fuori argomento, parla di risparmio privato per l’acquisto dei Titoli di Stato e di monetizzare il debito. L’autarchia monetaria condita, come pare adombrare Salvini, con qualche forma di costrizione.

Nonostante le parole, tutte le azioni immaginate dai vari Borghi, Bagnai e Savona avrebbero come esito finale l’uscita dall’euro a cui si aggiungono, sui social, i continui richiami di Borghi e Bagnai alla cospirazione segreta, sulla falsa riga del “usciremo, ma non possiamo dirlo”.

Quindi, usciremo dall’euro o no?



Italexit e i danni per i salari

Per capire il rischo connesso ad Italexit bisogna capire che le varie frange che lo propongono – siano essi i nostalgici della spesa “dei favolosi anni 80” alla Savona/Bagnai/Becchi o i seguaci della Modern Monetary Theory alla Barnard/Borghi/Dragoni o la versione socialsovranista che predica la politica monetaria come fautrice della piena occupazione (Fassina/Rizzo/Fusaro/Chiesa) – condividono tutti lo stesso errore:  quello che possiamo chiamare il nazional-socialismo, ovvero che lo Stato possa e debba decidere – o costringere, la costrizione è alla base della MMT – a tavolino moneta, occupazione, produzione, redditi e domanda in oontrapposizione a qualsiasi legge di mercato.

Eppure, a breve e medio termine l’Italia non avrebbe nessun vantaggio dall’uscita dall’Euro e/o, perché il passaggio è automatico, dall’Unione Europea (l’eventuale permanenza sarebbe lasciata alla trattativa con gli altri 27 paesi, di cui 17 abbastanza irritati dall’atteggiamento italiano).  Immediamente il paese assisterebbe alla svalutazione della lira – stando alle stime, fra gli altri, dell’economista Ashoka Modi, spesso usato dai sovranisti come bandiera anti-euro – di circa il 66% del suo valore attuale rispetto all’euro. Questo porterebbe all’esplosione del debito così ridenominato, aumenterebbe il costo dell importazioni (fra cui petrolio ed energia) e farebbe precipitare il poter d’acquisto dei salari (eventualità ammessa dallo stesso Bagnai in alcuni occasioni).

L’inflazione farebbe poi il resto, così come lo spread al netto – occorre dirlo – di tutti gli stratagemmi sopraelencati da semplici furbetti dell’economia.


Italexit a medio-lungo termine

Chi sostiene che a medio termine Italexit si tradurrà in un aumento dell’export con vantaggi a pioggia salari e lavoro, non dice che a) questo avverrà a spese, appunto, del dumping salariale sui lavoratori e che b) il loro riferimento storico sono gli anni 70/80 e che le catene di produzioni italiane e globali sono cambiate. Quel modello – così idealizzato dai NoEuro al punto da dimenticare l’inflazione in doppia cifra, la disoccupazione e gli scontri sociali – non è riproducibile. Il mondo è andato avanti, la globalizzazzione, dazi o meno, ha creato filiere globali in cui la parte migliore del paese è già inserita. Puntare sull’abbassare i costi dell’export sperando che questo ci porti ad essere “tutti più ricchi” contrasta, inoltre, con la riduzione del numero di imprese – dovuta a fenomeni di terziarizzazione e automazione – e significa solo diminuire il valore aggiunto e trasformare l’Italia in una riserva di lavoratori a basso costo.

O di camerieri stagionali, con tutto il rispetto per la categoria.

In soldoni significa accettare di non poter essere competitivi come grande potenza commerciale ed economica e, invece, di rendere il sistema paese più efficiente anche a favore dei lavoratori, preferiamo girare le lancette dell’orologio e produrre a basso costo per essere, nel lungo periodo il nuovo Vietnam (sempre con tutto il rispetto).

Unica nota positiva, in questo caso, dopo decenni di povertà autoinflitta, eviteremo di ripercorre gli stessi errori fatti finora.

Forse.


La propaganda

Grafico I: perché USA (e UK) temono l’euro? Perché dalla sua nascita l’euro è diventata sempre di più compettiva nei confronti del dollaro a livello di commercio internazionale andando a sostituire il predominio del biglietto verde e relativi potentati economici sulla scena mondiale.

Sulla base di quanto detto finora, la sola idea di un Italexit – soprattutto se motivata non da un rifiuto ultranazionalista, ma dal rifiuto dell’euro – suona come suicida, eppure, come abbiamo visto, almeno una parte della maggioranza sembra andare dritta verso l’uscita. E lo fa perché essa risponde all’annosa questione italiana: come svincolare i problemi del deficit/debito in un paese in cui il pubblico controlla, direttamente o indirettamente, l‘85% del PIL italiano.

Il tutto avviene nella quasi totale ignoranza di gran parte del paese succube di una propaganda incessante che va avanti da anni, se non decenni dove le idee sono arrivate piano piano, alterando dati e percezioni fino a creare una narrazione alternativa trasversale che unisce destra e sinistra. Propaganda che si ripete ora in cui non si annuncia l’uscita, ma si mettono, politicamente in pied i passaggi necessari per farlo e, sul piano mediatico, si inculca l’idea che se succederà, sarà perché l’Europa ci costringe a farlo.

Questo dice Bagnai quando afferma, a 1/2 ora in più, che “In questo momento c’è evidentemente bisogno di creare un incidente che tenga l’Italia sotto un sostanziale potere di ricatto: ti faccio la procedura se tu non accetti una serie di cose”. Un atteggiamento che il senatore, a cui non manca la capacità dialettica, definisce come “ricattatorio e mafioso”. Un palese parossismo perché si accusa la UE, quindi la Commissione e i 27 Ministeri delle Finanze europei, di aver avviato la procedura in modo surrettizio allo scopo di minacciare “mafiosamente” l’Italia e causare un “incidente”, ovvero quello che lo stesso Bagnai (assiame a Borghi e Savona) hanno sempre dichiarato essere il “modo per uscire dall’euro”.


M5S e Euro

Lo stesso vale per il discorso di Savona teso – nelle sue girandole dialettiche – a dimostrare che i parametri macroeconomici ed econometrici esistenti mal si adattano alla specificità – o unicità – del sistema Italia: export e risparmio privato, come se fossimo gli unici paesi ad averli. Su quest’idea di diversità ontologica Bagnai ci ha costruito la sua carriera politica, ma il concetto non è estraneo al MoVimento 5 Stelle,  per ora solo attore defilato di un processo di cui sono stati parte fin dall’inizio. Becchi, per anni, è stato considerato “l’ideologo” dei 5 Stelle e teorie monetarie alternative stile-Modern Monetary Theory sono entrate nel dibattito italiano anche grazie ai video di ByoBlu – ex-Consulente per la comunicazione del M5S – e le trasmissioni di Gianlugi Paragone che avevano Paolo Barnard come ospite fisso.

Anche qui il trucco è semplice: fare leva sul campanilismo (il mito di Roma), sul “negli anni 80 ci compravamo le case” per ottenere consenso. Se a questo ci aggiungiamo decenni di Governi che predicavano debito e deficit senza mai spiegare realmente che i conti si sarebbero poi fatti nelle tasse e nel rischio concreto, per i nati post 1975, di non andare mai in pensione.

Chi queste cose le dice si trova nel parodosso di essere osteggiato da quasi tutte le forze politiche perché una parte ci sta lucrando elettoralmente ora (Lega, M5S, FdI etc.), mentre l’altra (PD, FI, ex-DC etc), per anni non è stata capace di trasformare il controllo dei conti ad investimenti per il futuro, divenendo moralmente e storicamente responsabile dell’oggi quando scariva sull’Europa e il “liberismo” la ragione di tutti i problemi.  Portare queste tesi sui media è impossibile, perché la sudditanza dei talk-show all’ospite politico – frutto della partitocrazia del paese – suggerisce ai conduttori di accettare ospiti (Rinaldi, Donato, Bifarini, Dragoni, lo stesso Becchi ed altre figure minori) che ripetono la stessa cantilena sovranista.

Ovviamente con poco o nessun contradditorio politico o giornalistico, nonostante, spesso, bastino cinque minuti per smentire quasi tutti i dati che presentano.



L’altra strategia

Torniamo alla domanda iniziale: stando a quanto detto finora, allora, usciremo? In realtà c’è una seconda chiave di lettura che definirei balneare, la quale sembra essere la preferita dei giornali tedeschi. L’estate è un momento di bassa tensione politica e c’è il rischio che a livello dell’esecutivo, Salvini (e Di Maio), stiano utilizzando i Bagnai & Co. con l’unico scopo di mantenere alto il livello dello scontro con l’Unione Europea. Ovvero minacciare [mafiosamente? NdR] l’Italexit per ottenere dalla UE in sede di procedura d’infrazione nuova e maggiore flessibiltià, quasi uno status a sé della partecipazione italiana.

Ovvero, mi lego una cintura esplosiva alla vita e minaccio di farmi esplodere per evitare, stavola, l’aumento dell’IVA ed introdurre la Flat Tax a deficit. La loro scommessa è che questo basti [spoiler, no, NdR] per far ripartire il paese così avrebbero ottenuto il miracolo: crescita del PIL senza riformare la spesa pubblica, evitando contraccolpi elettotrale ed rimanendo sotto l’ombrello protettivo dell’Unione Europea e dell’euro.

Perché il piano riesca, il Governo assume  i costi dell’Italexit – alti, ma contingentati nel tempo – rimangano, per i partner dell’eurozona, sempre superiori a quelli – prettamente politici e a più lungo termine – di “aiutare” l’Italia. Finché la nostra uscita verrà percepita dai paesi coinvolti – uno su tutti, la Francia, ovvero il più esposto al nostro eventuale default – come un danno insormontabile, allora la strategia kamikaze potrebbe funzionare, ma nel momento stesso che questo smettesse di avvenire – tipo con la ristrutturazione del Fondo Salva Stati o delle procedure per il QE – allora il castello di carte italiano franerebbe. Lì o tutta la sceneggiata NoEuro si frantuma o si esce per mancanza di alternative.


Forse è per questo che i mercati, nonostante l’affaire minibot e le sparate quotidiane del duo Borghi-Bagnai, sembrano ancora restii a credere all’uscita dall’euro:  credono anche loro si tratti di un bluff del governo. Questo non cancella il problem: quando decidi di percorre questa strada rischi di mettere in moto processi – soprattutto nell’opinione pubblica – che non sempre si possono governare.

Il rischio – concreto visto che è chiaro che gli altri stati si stiano attrezzando per sopportare l’eventuale Italexit – è che stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti.


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