D’accordo sul cosa, disaccordo sul come: l’ultimo Consiglio Europeo e le sue divisioni – il Caffè del 20-10-2017

 Angela Merkel ed Emmanuel Macron, l'asse franco-tedesco all'opera durante il consiglio d'Europa del 19-20 ottobre. Foto:  European Council  Licenza:  CC 2.0

Angela Merkel ed Emmanuel Macron, l’asse franco-tedesco all’opera durante il consiglio d’Europa del 19-20 ottobre. Foto:  European Council  Licenza: CC 2.0

Supporto all’Italia e ai paesi africani sull’immigrazione, rafforzare la sicurezza continentale, riportare Schengen in attività e “digitalizzare il continente”. Tutti d’accordo all’ultimo Summit del Consiglio Europeo, tranne su un punto: come realizzare tali piani.

Al di là di qualunque trattativa sulla Brexit, del summit sul nucleare iraniano o delle talvolta pigre sessioni del Parlamento, il Consiglio Europeo rimane il luogo in cui più che altrove emergono le divisioni fra i paesi membri dell’Unione Europea.


 

Sommario: 

  • l’Unione fra ricerca dell’unità nelle proprie divisioni
  • il tema dell’immigrazione
  • la “digital Europe”
  • Macron alla conquista dell’Europa
  • l’apertura sulla Brexit

Unità e divisione. Un summit EUCO, come viene abbreviato nei media, infatti, assume spesso le caratteristiche di un “check-up” sullo stato della UE, malgrado gli auspici di chi vorrebbe dare più peso politico al Parlamento ed alla Commissione. Alla luce di come è andato quello svoltosi il 19 ottobre, diciamo che, dopo la grande paura populista dell’ultimo anno, i 27 paesi sono tornati in sé, ovvero sono d’accordo quasi su tutti i principali temi, tranne che su come affrontarli.

Questo nonostante, come sottolineato dal Presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, l’obiettivo di questo EUCO era di “portare l’Europa avanti su immigrazione e sicurezza, mantenendo, allo stesso tempo l’unità”. Un unità che fa rima, però, con divisione.

Vorrei solo dire che finché sarò qua, sarò il guardiano dell’unità europea

— Donald Tusk, Presidente del Consiglio d’Europa

Lotta all’immigrazione. Il primo tema ad essere discusso è stato quello dell’immigrazione. Non poteva essere altrimenti, a fronte della montante onda anti-migrazione che dall’est-Europa – Ungheria, Polonia e gli altri di Visengrad – sembra toccare le porte dell’Europa occidentale, dopo l’elezione di Sebastian Kurz in Austria.

Proprio in risposta ad uno dei cavalli di battaglia principali del prossimo Cancelliere austriaco, la chiusura dei confini fra Italia ed Austria per “porre fine agli arrivi incontrollati”, Tusk ha sottolineato, a nome del Consiglio, l’impegno del governo italiano, capace di ridurre del 25% gli arrivi dei migranti irregolari nei primi 10 mesi del 2017. Sarebbe proprio grazie all’Italia, ha continuato Tusk, che la UE “avrebbe la concreta possibilità di chiudere” la cosiddetta “rotta del Mediterraneo centrale”.

Secondo quanto riportato nel documento finale del Summit, i 27 sarebbero d’accordo sul migliorare il pattugliamento del Mediterraneo, in Sicilia come in Spagna, e di “intervenire sulle comunità locali”.

Come ottenere tutto ciò? Aumentando le risorse di Frontex, l’Agenzia Europea per il controllo delle Coste e delle Frontiere, e DEVCO, il Direttorato-Generale Europeo per la Cooperazione e lo Sviluppo. Quest’ultimo, continuano i 27, prevederebbe l’installazione di una “presenza permanente” nei paesi interessati, Libia e i G5 del Sahel (Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Chad) con lo scopo di monitorare la situazione, valutare le richieste d’asilo ed evitare gli abusi sui migranti denunciati sia dall’ONU che da molte ONG.

L’assenza di una soluzione a lungo termine. L’unità mostrata sulle soluzioni “temporanee” atte a fronteggiare la crisi, si è però sciolta di fronte alla necessità di riformare gli accordi di Dublino, quelli che regolano la concessione del diritto d’asilo nella UE, considerato il principale strumento non per arginare, ma per regolamentare il fenomeno.

Centrale l’opposizione dei paesi che sono per la “chiusura di tutti i confini” (Austria, Visengrad 4, Romania e Bulgaria), senza se e senza ma, gli stessi che hanno bloccato, fra l’altro, l’accordo sulla ridistribuzione dei rifugiati del 2014.

Una discussione in tal senso, già slittata dal 2016 al 2017, sarebbe da calendarizzarsi alla seconda metà del 2018.

Il nodo digitale. Il secondo fronte caldo di EUCO ha riguardato la “digitalizzazione” dell’Europa. I 27 si sono dichiarati totalmente a favore di un progressivo passaggio all’e-governance sia a livello statale che comunitario, un obiettivo possibile mediante il potenziamento della rete 5G su tutto il territorio europeo. Maggiori investimenti quindi, ma anche la realizzazione, entro il 2018, di un accordo quadro sui “diritti del lavoro online” e, infine, la creazione di un “mercato unico digitale”, come auspicato dalla presidenza di turno del Consiglio, l’Estonia.

Dove la UE finisce per dividersi, rimane la materia fiscale, ovvero quanto i grandi colossi online, Apple, Amazon e Google, attualmente accusati di evasione fiscale, dovrebbero versare nelle casse continentali. Anche qui l’Europa, più che divisa, appare spaccata fra gli opposti interessi.

Da una parte, il fronte dei paesi propensi alla creazione di una “tassa digitale comune” attiva su tutto il territorio europeo e che eviti situazioni in cui, come ora, la compagnia A paghi le tasse nel paese in cui ha sede, mentre il proprio business copre l’intero continente. A capitanare questa squadra, che raccoglie, fra gli altri, l’Italia e la Germania, il Presidente francese Emmanuel Macron.

Contrari alla tassa sono quei paesi, come Irlanda, Belgio, Malta e Lussemburgo, che proprio a quelle società offrono un sistema fiscale favorevole in cambio di investimenti ed occupazione, un’attività che la stessa Commissione considera ai “limiti della illegalità”. Per questi paesi, sottolinea fra gli altri il Primo Ministro belga Charles Michel, il rischio sarebbe veder salpare questi colossi verso altri lidi, magari gli stessi paesi propositori della tassa, i quali, a parità di trattamento fiscale, risulterebbero per mercato e bacino di lavoratori ben più interessanti rispetto ai piccoli.

Dopo la spaccatura est-ovest sull’immigrazione, ecco quella fra piccoli e grandi sul mercato digitale.

 Emmanuel Macron, il protagonista del Consiglio d'Europa di ottobre. Foto:  European Council  Licenza:  CC 2.0

Emmanuel Macron, il protagonista del Consiglio d’Europa di ottobre. Foto:  European Council  Licenza: CC 2.0

Il secondo avvento di Macron. EUCO non è stato solo il “festival” delle divisioni, il Summit ha permesso, agli osservatori europei, di rivedere, dopo il primo Consiglio tenutosi a poco meno di un mese dalla sua elezione, Emmanuel Macron all’opera in Europa.

Proprio il presidente francese è stato l’osservato speciale di questo consiglio, alla luce del suo discorso di fine settembre alla Sorbona nel quale presentò il proprio piano per un “Unione a molte velocità”. Si temeva lo scontro, soprattutto fra Macron e i 4 di Visengrad, più volte attaccati dal presidente francese, ma non solo. La stessa Svezia ha sottolineato come l’Europa, e soprattutto il Consiglio, devono preservare la propria unione a fronte della rinascita del tanto famigerato asse “franco-tedesco”.

Al di là di qualche scaramuccia, tale scontro non si è verificato, anzi Macron è riuscito a far inserire gran parte delle proprie proposte all’interno dell’agenda europea dallo stesso Tusk, purché, a fronte di un aumento dell’integrazione soprattutto politica della UE, la prima soluzione sia sempre l’unità.

Ciononostante, in una fase in cui Angela Merkel appare “provata” dalle discussioni per la formazione del nuovo governo, proprio il Presidente francese è apparso come “l’uomo forte del continente”, l’unico con una “agenda” politica onnicomprensiva.

La prima vittoria di May sulla Brexit. Ai margini del Summit, i 27 hanno discusso dello stato delle trattative sulla Brexit. L’incontro, avvenuto il 20 mattina, è stato preceduto da un “accorato” appello di Theresa May, in cui il Primo Ministro britannico ha chiesto agli ormai prossimi ex-partner di “venirle incontro” e di non “lasciarla tornare in Gran Bretagna sotto il fuoco incrociato di Remainers e Hard-Brexiters”, in particolare di Boris Johnson.

Pur continuando a chiedere “maggiori concessioni” a Londra e paventare la linea dura, Angela Merkel è arrivata, ancora nella serata del 19, in soccorso di May.  Per la Cancelliera tedesca, “l’entità dello stallo” delle trattative sarebbe stato “esagerato dalla stampa britannica”. Un accordo sulla Brexit, continua Merkel, è possibile: “ci sarebbero stati, infatti, indubitabili progressi”, anche se “ancora non sufficienti”.

La stessa identica formula è stata poi utilizzata da Donald Tusk la mattina del 20. Tusk ha sottolineato come il passaggio alla seconda fase delle trattative, ovvero alla stesura di un trattato commerciale, sia possibile entro dicembre.

Una vittoria per la May e per i Soft-Brexiters europei, fra cui l’Italia, ed un segnale incoraggiante, soprattutto perché, per una volta, arrivato senza causare divisioni fra i 27.

Curioso che questo avvenga proprio attorno alla rottura, stavolta concreta, dell’unità europea.


Per approfondimenti:

– cosa vuole l’Europa nel 2018: Consiglio d’Europa

– cosa ha significato il discorso della Sorbona per l’Europa: The Guardian

– Macron al centro del palcoscenico continentale: POLITICO

– Macron e la Brexit, “non esiste nessun no-deal”: The Guardian

 

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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