Turchia, Erdogan, l’atto finale fra autoritarismo ed economia

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Hybris personale contro economia reale. Se volessimo cercare di riassumere le incombenti elezioni presidenziali turche (24 giugno), sarebbe proprio questo. Perché questa è la Turchia di oggi. Uno stato frammentato, prigioniero dell’arroganza politica del proprio presidente-autocrate Recep Tayyip Erdogan, alla guida del paese dal 2003, e minacciato un’economia che, dopo anni di crescita, segna il passo.

Tutti gli indicatori economici, infatti, testimoniano il rallentamento dell’economia turca. A fronte di una crescita del 7,4% nel 2017, le previsioni per il 2018 indicano un tasso di crescita del 4,3%, in ulteriore calo nel 2019 (3,8%). Eppure i consumi hanno ripreso a salire e la disoccupazione è ferma al 10%, quindi cos’è che sta danneggiando l’assetto economico del paese? La risposta è semplice: la Lira Turca.


Lira e Debito

L’economia turca è sempre stato il fiore all’occhiello del Presidente. Fino ad ora, la costanze crescita superiore al 7%, ha permesso ad Erdogan di crearsi un alibi per la sostanziale demolizione dello Stato kemalista (quello laico forgiato da Mustafa Kemal Ataturk), ben prima del fallito colpo di stato del 2016.

A farla da padrone, è stato il boom delle esportazioni e le grandi opere finanziate dallo stato soprattutto, ma non solo, nella città natale di Erdogan, e capitale economica del paese: Istanbul.

Il meccanismo, però, si è inceppato e solo nell’ultimo mese, la Lira ha perso più del 14,6% rispetto al Dollaro USA accentuando quella spirale di svalutazione della moneta. Di conseguenza l’inflazione cresce al ritmo di un 10% annuo influendo negativamente, inoltre, sul rating dei titoli di stato turchi, considerati a rischio a causa dell’alto indebitamento del paese con l’estero.

Sia ben chiaro, la Turchia non si trova in crisi  economica, infatti, le attuali difficoltà toccano solo il 2% degli elettori. Per Erdogan, che chiede tassi di interesse azzerati per controllare l’infalzione, questi problemi sarebbero l’ennesimo attacco perpetrato da ‘agenti stranieri’, magari europei. Una retorica che finora ha funzionato, ma che non ha fermato Erdogan dal chiedere le elezioni, un anno in anticipo rispetto alla scadenza naturale del proprio mandato.

Questo perché stando alla Costituzione approvata col referendum del 2017, il prossimo Presidente coprirà anche il ruolo di Capo del Governo, oltre a veder azzerato il computo dei propri mandati. Un’occasione troppo ghiotta per Erdogan che mira a raggiungere quello status di ‘padre dei Turchi’ (Ataturk) che fu di Mustafa Kemal.

 


Erdogan e i turchi

Un refrain delle elezioni turche è che da quando c’è Erdogan, non importa quali problemi attanaglino il paese: il Presidente è un animale da campagna elettorale ed alla fine vince sempre lui. Così è stato per il referendum, come per le passate elezioni politiche e presidenziali, al netto del fatto che, nonostante le vittorie, gli sia sempre sfuggita quell’affermazione totale (superare il 55%) da lui tanto cercata.

Difficile che questo accada. Il perché giace nella strana atmosfera in cui la Turchia sta vivendo quest’elezione. Come dice il leader del partito democratico HDP, il curdo Selahattin Demirtas, attualmente in carcere per ‘favoreggiamento al terrorismo’, Erdogan ha costruito negli ultimi due anni ‘un Impero della paura’.

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L’impero del terrore

A questo hanno portato anni di ‘modello Erdogan’: il continuo richiamo alla minaccia degli ‘agenti stranieri’, a cui sarebbero da imputare tutti i problemi del paese, e dei ‘traditori interni’ come Fetullah Gulen o chiunque si opponga a lui. Un modello non diverso da quello di Viktor Orban in Ungheria o di altri leader populisti sempre pronti a puntare il dito contro ‘l’altro’, i ‘poteri forti’ siano essi gli USA, la UE o le agenzie finanziarie.

A questo hanno portato due anni di purghe, gli oltre 78,687 arresti (fra cui 319 giornalisti), la destituzione di 151,967 lavoratori pubblici fra cui 5,822 accademici, 4,463 giudici. Nello stesso periodo sono state chiuse 3,003 scuole, dormitori ed università (tutte accusate di essere legate al movimento del chierico Fetullah Gulen) e 189 società di stampa, televisioni e radio.

Purghe in cui sono finiti tutti i vertici del partito HDP, nonché vari esponenti dei kemalisti e social-democratici del CHP.

Al di là che per i suoi più sfegatati supporters, infatti, il voto ad Erdogan è sempre più frutto del terrore, più che della fiducia.

In una dichiarazione al sito Middle East Eye, Murat Gezici, proprietario dell’omonimo istituto di sondaggi, ha sottolineato come la paura di eventuali segnalazioni ai servizi segreti sia il motivo per cui molti cittadini turchi si siano rifiutati di rispondere ai sondaggi elettorali. ‘Hanno paura che pronunciare il nome di uno degli sfidanti basti per essere inserito nelle liste di proscrizione’ afferma Gezici.

Anche Andrew Gardner di Amnesty International in Turchia il clima di paura ‘rende impossibile qualsiasi previsione’ perché ‘basta la più innocente espressione di dissenso in pubblico per finire nei guai’.

Tale clima di paura, sembra aver contagiato anche gli elettori dell’AKP, il partito del Presidente. Ironico, considerando che proprio Erdogan, assieme a Putin, sia stato una fra i primi portabandiera del nuovo populismo-autoritario.


Chi vincerà?

‘La Turchia soffre di stanchezza elettorale’ sottolinea Galip Delay, direttore del think-tank Al-Sharq. ‘Troppe elezioni si sono succedute negli ultimi 3-4 anni’ e nonostante l’importanza di questa tornata elettorale, ‘nessun partito sta presentando una narrativa tale da galvanizzare gli elettori’.

Erdogan appare infatti sfibrato, sulla difensiva, mentre i suoi oppositori, pur andando all’attacco, scontano il clima di tensione. Il risultato è quel 43.5% che gli attribuisce Gezici, dato confermato da altri istituti di sondaggio.

Ma chi sono gli sfidanti e chi potrebbe fronteggiare Erdogan al ballottaggio?

Il più accreditato, 27,8%, sarebbe il candidato del CHP, Muharemm Ince, esponente dell’ala più ‘popolare’ del partito kemalista. Contrario a qualsiasi compromesso con Erdogan, Ince è un candidato di rottura, il quale, rompendo con lo sciovinismo tipico del CHP, parla di una società multi-culturale, di rispetto della lingua curda e delle minoranze. Un oppositore vero, una delle poche voce del proprio partito che si sono dette contrarie allaalla revoca dell’immunità ai parlamentari curdi dell’HDP: ‘oggi prendono loro, domani vengono a prendere noi’.

Dietro di lui c’è la ‘donna-lupo’, Meral Aksener, la ex-parlamentare del MHP, di cui abbiamo già parlato, alla guida del neonato partito IYI, a cui viene attribuito un 13,1% dei voti. Sopra il 10% anche Demirtas, in corsa dal carcere, seguito, a lunga distanza, da Karamollaoglu, il leader del Partito della Felicità SP, un tempo alleato dell’AKP.


I curdi e l’immagine di Erdogan

In caso di ballottaggio, centrali saranno proprio i voti di Demirtas, ovvero l’elettorato curdo. Questi, negli ultimi anni, sono sempre andati all’AKP di Erdogan.

Le ragioni sono molteplici. Da una parte c’è il conservatorismo religioso di ampie fette della comunità curda in Turchia, dall’altra l’assistenzialismo di stato senza il quale le regioni curde, situate nel poverissimo sud-est del paese, avrebbero poco di cui vivere.

Domenica 8 luglio, giorno del ballottaggio, le cose potrebbero andare differentemente a causa della rinnovata ostilità di Erdogan ai curdi e della’alleanza dell’AKP con i nazionalisti.

Il voto curdo, inoltre, sarebbe centrale per l’altro terreno di battaglia elettorale, quello forse più in bilico: domenica si voterà, come vuole la nuova Costituzione, anche per il Parlamento. Nessun sondaggio si arrischia a dare la maggioranza all’alleanza AKP-MHP, gli ultra-nazionalisti un tempo oppositori, ora alleati di governo (se non puoi batterli, alleati con loro). Essa si fermerebbe fra i 270 e i 289 seggi su 600, lasciandone fra i 216 e i 230 all’alleanza CHP-IYI-SP mentre all’HDP andrebbero fra i 69 e i 90 seggi. Per questo ogni giorno, dal carcere, Demirtas invita i suoi elettori al voto, perché comunque vadano le Presidenziali, l’AKP vincente senza una maggioranza in Parlamento, sarebbe un danno d’immagine enorme per Erdogan.

Anche perché rimarrebbe soltanto questo. In caso di vittoria presidenziale, è scontato che Erdogan, anche a rischio di danneggiare la già fragile stabilità sociale ed economica del paese, imporrà il ritorno alle urne qualora il Parlamento non presenti una chiara maggioranza per AKP-MHP. Come successe nel 2015.

Sì, dal punto di vista pratico (e cinico) in un modo o nell’altro Erdogan vincerà, ma se lo chiedete a noi, questo importa poco. In un regime autoritario come è oggi la Turchia, seppur basata su principi democratici, l’immagine è tutto e un ballottaggio o elezioni anticipate rimarrebbero un vulnus che Erdogan non potrà cancellare.


Letture consigliate

 

Nota finale: chiediamo scusa per la grafia ‘europea’ dei nome di Erdoğan, Demirtaş e Karamollaoğlu, ma esigenze di SEO ci hanno imposto di evitare l’uso dei grafemi tipici dell’alfabeto turco.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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