1

ENI e Nigeria: il “neocolonialismo” dell’Africa in salsa italiana

eni, nigeria, italia. sovranismo

Se pensate che l’Italia sia un’anima bella in Africa, vi sbagliate di grosso: il caso del giacimento OPL 245 e dell’ENI in Nigeria.

La sapete quella sulla Nigeria?

Si tratta del più popoloso Stato africano (quasi 201 milioni di abitanti) e di quello col PIL più alto del continente. Più alto anche del Sud Africa, quel paese sulla cresta dell’onda che faceva parte degli allora “BRICS” assieme a Cina, Brasile e India.

Un paese in via di sviluppo che è, tra l’altro, il dodicesimo produttore di petrolio, l’ottavo esportatore ed il decimo paese per riserve al mondo. Si tratta di 16/22 mld di barili, di cui 9.2 presenti in un solo giacimento: OPL 245, un sito off-shore attualmente sotto sequestro.

Un danno che, al paese africano, è già di 6 miliardi di dollari e in cui i responsabili sono in Italia e sono all’ENI.


Il caso OPL 245

Nel 2011 ENI, assieme all’olandese Shell (toh, l’Olanda di cui si riempiono la bocca Salvini e Di Maio) ottiene la concessione su OPL 245 che a sua volta l’aveva ottenuta dal Governo nigeriano nel lontano 1998 dall’allora Ministro del Petrolio Dan Etete.

Un miliardo e trecento milioni per un affare, dicono gli analisti, di 11 miliardi di dollari.

Tutto apposto sennonché Etete sarebbe, in gran segreto, proprio il proprietario della stessa Malabu, informazione, conferma Valori, “sconosciuta” anche al capo dell’anticorruzione ENI Michele De Rosa, e sotto inchiesta nel Regno Unito per riciclaggio, accusa per cui è già stato condannato nel 2007 in Francia e sempre per il petrolio.



ENI e Nigeria

Un dato interessante perché pare che, altro piccolo particolare, quel miliardo e trecento milioni di dollari usati per ottenere la concessione, non siano andati al Governo nigeriano (e quindi, secondo la retorica sovranista, al “popolo nigeriano”), ma direttamente ad Etete, a Malabu e ad una folta rete di tangenti.

“In Africa funziona così! Non facciamo le anime belle” diranno alcuni (tipo Sputnik), peccato che la stessa ENI, in un comunicato ufficiale, ribadisca “la correttezza del proprio operato nell’acquisizione di OPL 245 in Nigeria e di avere trattato e concluso l’operazione direttamente con il Governo nigeriano”.

Direttamente con il Governo nigeriano.


L’inchiesta di Milano

Non è della stessa idea la Procura di Milano che, assieme a magistrati olandesi e statunitensi, ha aperto, nel 2014, un’inchiesta proprio su OPL 245. Questa ha permesso ai PM di ricostruire una fitta rete di conti offshore fra Libano, Londra e Svizzera, la quale, da Roma, porta alle tasche di politici, mediatori e manager italiani e nigeriani una cifra attorno al miliardo di euro.

Una maxi-tangente in cui c’è di mezzo il faccendiere Bisignani, lo stesso del procedimento ENIMONT.

Le indagini si sono concluse a fine 2017 ed il processo è iniziato nel 2018. ENI e Shell sono fra gli imputati così come l’attuale AD della compagnia petrolifera, Claudio De Scalzi, oltre all’ex-numero uno del gruppo Scaroni ed altri 10 fra politici (compreso l’ex-Presidente nigeriano Goodluck Jonathan), mediatori etc.



Sfruttamento dell’Africa

Nonostante ENI continui ad augurarsi che il processo consenta di “provare la totale estraneità della società a qualsiasi ipotesi corruttiva”, sono già arrivate le prime condanne a due dei “mediatori”: Obi Emeka e Gianluca di Nardo considerati “ab origine parti fondamentali del patto corruttivo”.

Una condanna che, quindi, rafforza la tesi accusatoria dei PM.

Nel frattempo, lo stesso De Scalzi, ad oggi ancora al vertice della compagnia, è sotto processo per un’altra inchiesta connessa a OPL 245. L’accusa è di depistaggio per per aver cercato di “creare intralcio allo svolgimento di procedimenti in corso avanti all’autorità giudiziaria nei confronti di Eni e dei suoi dirigenti apicali” tramite, fra gli altri, il PM Giancarlo Longo e l’avvocato Paolo Amara.

Perché vi racconto tutto questo?

Perché, e cito il gup milanese Giusy Barbara, con la maxi-tangente e l’atteggiamento di ENI. la Nigeria sarebbe “stata depredata di uno dei suoi beni di maggior valore”, il petrolio, ad opera “della principale società del nostro Paese [ENI], di cui lo stesso stato italiano è il maggior azionista”.

Tradotto: lo Stato italiano è corresponsabile dello sfruttamento, mediante corruzione ed affari sporchi con governi locali, di un grande paese africano.

Uno, fra l’altro da cui arrivano tanti migranti.


La Nigeria, quella povera

Dall’ex-colonia britannica della Nigeria (lo dico per i Di Battista, le Meloni, i Salvini e Di Maio in ascolto) sono arrivati, via mare, 1.250 migranti “clandestini” nel 2018.

Si tratta del sesto paese per arrivi ed il terzo africano dopo l’Eritrea (che era italiana) ed il Sudan anch’esso ex-UK e dove, per completezza dell’informazione, ENI fu un pioniere del petrolio ora è in mano ai cinesi. Il primo Sato della cosidetta “France Afrique” con Franco CFA, viene dopo la Nigeria, con 1.060 migranti.

Nigeriana è anche la principale comunità dell’Africa sud-sahariana per residenti regolari in Italia, prima del Senegal (paese CFA) e con un aumento, 2015 ed il 2017, del 24% degli arrivi.

Sono migranti che partono da un paese che, nonostante abbia quei dati economici descritti in precedenza, è il paese con maggior numero di persone in povertà assoluta al mondo (87 milioni, più dell’India) e dove, in totale, circa 152 milioni di individui vivono con meno di 2 dollari al giorno.

Un paese in cui compagnie come ENI (che equivale in tutto e per tutto alla francese Total, questo sempre i sovranisti) fanno affari avvantaggiandosi della corruzione endemica della classe dirigente locale.



World of ENI

Al di là del processo OPL 245, bisogna capire cos’è ENI e perché se “la Francia e altri paesi europei” sfruttano le risorse dell’Africa, noi non siamo le “anime belle”.

Il gruppo italiano, opera in 40 paesi fra cui, sempre per rimanere sui paesi di origine dei rifugiati “clandestini” tirati in ballo dal Governo:

  • Tunisia (primo posto)
  • Nigeria (sesto)
  • Algeria (settimo)
  • Costa D’Avorio (ottavo)
  • Libia (dodicesimo)
  • Marocco (tredicesimo)
  • Ghana (diciannovesimo)
  • Egitto, dove c’è Zhor e dove, al di là di retorica, mancano ancora iniziative concreti per avere la verità su Regeni (ventesimo)

Non per sottovalutare i problemi dei singoli paesi (eterogenei e complessi), ma per far capire che se si vuole seguire la retorica antirancese, bisogna essere sicuri che questa non si ritorca contro di noi.

ENI è, difatti, una delle 6 grandi “supermajor oil company” del mondo, precisamente “quella che più benefica dell’aumento dei prezzi del greggio”.

Tenete quest’informazione quando, alla prossima “oil war” qualcuno parlerà degli interessi di questo o quell’altro paese senza mai considerare gli interessi italiani e come questi diventano geopolitica, ma questa è, per ora, un’altra storia.


Omertà nazionale

Il processo ad ENI è incominciato da mesi, pensate che il Governo “del Cambiamento” per combattere i “paesi sfruttatori” abbia chiesto le dimissioni di De Scalzi e del CDA? No, perché gli interessi nazionali nostri sono sempre santi.

Andiamo un attimo oltre la retorica semplicistica della propaganda populista (di destra e di sinistra). Quanto descritto non lo “sfruttamento” di cui si sono riempiti la bocca alcuni politici, ma di una reale connivenza (bada bene è di tutto il mondo occidentale, noi e Russi compresi) fra compagnie anche statali europee e un sistema che genera povertà a discapito di pochi.

Per pagare, paghiamo le risorse, ma “aiutiamo a casa loro”, con la connivenza dei nostri Governi, chi ha il potere e i soldi, non chi vive in condizioni di povertà. Quelli, anche senza Franco CFA o ex-paesi coloniali cattivi come Gran Bretagna o Olanda, aumentano.

Quando il Ministro del Lavoro accusa altri paesi europei di “sfruttare l’Africa” o, quando capiterà di parlare di medio-oriente e Oil Wars si ricordi del caso OLP 245 e di ENI.

Magari lo aiuterebbe a ricalibrare la propria retorica propagandistica.


Il caffè e l’opinione

Comments 1

  1. Mi piace molto il suo articolo. Anche se è solo uno stralcio di quello che le nostre economie fanno in Africa. Ce ne vorrebbero di più, e non solo su Il Caffè, ma anche sui quotidiani nazionali. Ma i giornalisti si sa.. scrivono ciò che i lettori vogliono leggere. Grazie per il suo contributo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *