Elezioni ed altre follie politiche. Avrei votato…ricordate?

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Fra reddito di cittadinanza ed elezioni anticipate: la quiete prima della tempesta. Se volessi sintetizzare in un titolo l’ultima settimana di politica italiana, la mia scelta cadrebbe su questo. 

Dopo i toni roboanti della prima settimana post-elettorale, conditi da crisi identitarie (leggasi PD) e selfie di dubbio gusto (Salvini), partiti e movimenti sembrano essersi dati una tregua di fronte alla realtà della domanda che assilla l’Italia: e ora?

Ora si tratta di eleggere i presidenti di Camera e Senato, dove, volenti e nolenti, arriveranno i primi accordi parlamentari. Convergenze li chiameranno i vincitori, inciuci i perdenti ed intanto la politica italiana andrà avanti alla ricerca dell’ultima chimera: un governo possibile.

Di fronte a quella che si preannuncia come una tempesta perfetta per la politica italiana, concedetemi il tempo e lo spazio per un’altro viaggio nelle piccole follie politiche e comunicative che ci stanno preparando all’atto di nascita della “terza Repubblica”.


Beppe Grillo e le parole in libertà

“Ci fregano con le parole” diceva Beppe Grillo.

Se torniamo, infatti, a fine anni 90, agli spettacoli nei palazzetti (Cervello, TIme Out, Incantesimi Tour fino a Reset) troveremo che uno dei mantra del comico genovese era: “vi fregano con le parole”.

I politici? Ci fregano con le parole. I pubblicitari? Ci fregano con le parole. Le aziende? Pure.

Capirete il mio stupore quando mi sono accorto di come, nell’Italia del post-4 marzo, lo stesso “garante” del Movimento 5 Stelle sembra aver adottato la stessa tattica che imputava, ai tempi, a Giuliano Amato, al PDL ed al “PD meno L”.

Il casus belli è il “reddito di nascita”, un concetto varato il 14 marzo dallo stesso Grillo sul suo blog personale come naturale evoluzione di quel “reddito di cittadinanza” presente nel programma del Movimento 5 Stelle.

Cito direttamente dal blog.

Siamo davanti ad una nuova era, il lavoro retribuito, e cioè legato alla produzione di qualcosa, non è più necessario una volta che si è raggiunto la capacità produttiva attuale. […] si creano posti di lavoro per dare un reddito a queste persone, che non avranno un posto di lavoro, ma un posto di reddito, perché è il reddito che inserisce un cittadino all’interno della società.

Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita. Soltanto così la società metterà al centro l’uomo e non il mercato.”

La stessa definizione del “reddito minimo universale”, detto anche “di cittadinanza” proposta da Van Parijs e Vanderborght nel 2005. Un “reddito su base individuale senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite”.

Personalmente, e al di là della concreta fattibilità, sono d’accordo con Grillo. Il problema è che chiamare tale reddito “di nascita” invece che di “di cittadinanza” è un “giocare” con le parole al danno dei lettori e degli elettori al solo scopo di salvaguardare l’altro “reddito di cittadinanza”, quello presente nel programma del Movimento di cui è garante. Quella mezza capriola semantica sotto cui è nascosta niente di più che un sussidio sociale di disoccupazione “alla tedesca”.

Qualcuno lo prenderà questa critica a Grillo, come un cavillo, un cercare “il pelo nell’uovo”, ma in politica, come diceva nei suoi spettacoli il comico genovese, le parole sono importanti, con le parole, ti fregano.

Una scivolata non solo di immagine, ma di vere e proprio metodo. Grave, soprattutto se la tua stessa ragion d’essere, come movimento e forza del cambiamento, si vorrebbe basare sulla serietà ed il rispetto dell’intelligenza degli elettori.


Il segreto della legge elettorale

Come dimostra il primo test politico, le elezioni dei presidenti di Camera e Senato, il Parlamento italiano è in fase di stallo. Dalle indiscrezioni che trapelano da Montecitorio (e Palazzo Madama) una delle possibili vie d’uscita sembrerebbe essere un governo di scopo (magari tecnico) atto a cambiare la legge elettorale per poi tornare al voto in tempi utili (prima o durante le elezioni europee di maggio 2019).

Il fulcro di tale nuova legge sarebbe quello sempiterno di garantire una qualche forma “governabilità” ed evitare che la tripartizione della scena politica italiana ci riporti al punto di partenza.

Come? Con un premio di maggioranza e/o un ballottaggio fra le prime due forze politiche.

Suona già sentito? Se la risposta è un “sì” allora vi ricordate anche voi dell’Italicum, la legge voluta dal governo Renzi, bollata come “truffa” dalle opposizioni (soprattutto Lega e Movimento 5 Stelle) e bocciata dalla Corte Costituzionale.

Visto che il problema dell’Italicum era il ballottaggio, si potrebbe optare per un premio di maggioranza? Lo stesso definito come “incostituzionale”, di nuovo, dalla Corte e bollato come “un’alterazione delle volontà dei cittadini” dal M5S ai tempi della critica al “Porcellum” ed anche al “Mattarellum”? (Noterete i link nel testo, sono del “Fatto Quotidiano” perché non voglio che chi commenti dica che uso fonti del PD).

Esiste una soluzione? La legge perfetta che rispettasse la costituzione e garantisca che “il vincitore” governi? No, perché la soluzione esiste ed è scritta nella costituzione: la sovranità del parlamento come sancito dalla Costituzione.

Finché questo rimarrà il nostro ordinamento, potremo provarci in tutti i modi, ma il segreto della legge elettorale perfetta ci sfuggirà sempre.


Terza follia: lo strano caso di Mr. Berlusconi…

“Tutti dovranno parlare con noi”

“Siamo il pilastro della legislatura”

“Vado io a Palazzo Chigi

Non importa chi fra i protagonisti politici italiani abbia proferito tali parole, vi basti sapere che arrivano dal campo dei “vincitori” delle elezioni.

Non importa perché man mano che la sfuriata post-elettorale si affievolisce, e la realtà istituzionale si avvicina, ci si accorge dell’importante ruolo che Berlusconi ed il dimissionato Renzi possono ancora giocare nella legislatura entrante.

Cominciamo da Silvio Berlusconi.

Mentre scrivo, l’opzione principale avanzata dal Centrodestra per la Presidenza del Senato sarebbe quella di Paolo Romani, senatore forzista. Un nome respinto dal Movimento 5 Stelle (condanna per peculato) e che ha fatto saltare anche l’elezione di Roberto Fico a Montecitorio. Paolo Romani è con Forza Italia sin dal le elezioni del 1994, un fedelissimo di Berlusconi.

Che Romani sia “incandidabile” per i 5 Stelle era noto, eppure Berlusconi l’ha candidato lo stesso, facendo saltare i primi accordi. Perchè?

Perché nella società dell’informazione digerita per titoli ci si dimentica che quasi la metà del 37% dei voti necessari a Di Maio per Palazzo Chigi, arriva da Forza Italia. La stessa Forza Italia che è un nemico giurato del Movimento 5 Stelle. C’è in ballo la Legislatura, e Berlusconi ha tutta l’intenzione di provare fino alla fine di bloccare ogni accordo fra Salvini e i 5 Stelle, spingendo il Centrodestra verso il PD ed evitare nuove elezioni.

Elezioni anticipate, infatti,  significherebbe per Forza Italia, finir digerita dalla Lega. Salvini vorrebbe elezioni, ma per andare al governo vuole dettare la mano. Il perché è semplice, mollando Forza Italia passerebbe da essere l’interlocutore primario – e il capo del “primo schieramento” nei due rami del Parlamento” – ad essere il terzo partito alle spalle del PD.

Una cosa è dettare le condizioni come leader del Centrodestra, l’altro essere solo il Segretario federale delle Lega. Per questo Di Maio dovrà cedere molto per andare al governo, forse proprio al Presidenza del Consiglio.


I dolori del PD

Passiamo ora al Partito Democratico e al suo ex-leader Matteo Renzi. L’ex-Presidente del Consiglio è ora un semplice parlamentare del PD ed il partito è traghettato da Maurizio Martina. Eppure anche qui i numeri sono importanti. Il PD rimane il secondo partito d’Italia al 19% e gran parte dei suoi parlamentari sono renziani.

Quanto pesa ancora il PD? Molto, non a caso una delle alternative a Romani al Senato potrebbe essere  l’ex-capogruppo dei senatori democratici, Luigi Zanda. Questo porterebbe all’elezione di Fico alla Camera e la rottura dell’asse primario fra 5 Stelle e Centrodestra (almeno nella sua forma attuale).

Intanto il “leader” della Sinistra Dem Andrea Orlando avverte che i Dem avrebbero “il dovere di cercare un patto” con le altre forze politiche per Palazzo Chigi, l’ennesimo tentativo di cercare una sorta di “governo di responsabilità” con i 5 Stelle. Possibile, se non fosse che, mentre la minoranza del PD cerca di fare sponda con i grillini, dalla maggioranza si invoca, di nuovo, il nome di Emmanuel Macron. A proferirne il nome, stavolta, Sandro Gozi che in un’intervista al Foglio rilancia l’idea del “superamento” del PD e di una svolta verso il progressismo liberale del Presidente francese. Sandro Gozi è attualmente sotto-segretario alla Presidenza del Consiglio, carica che ha assunto durante il governo Renzi.

Sia che si arrivi allo scioglimento del partito o alla sua (ennesima) scissione, il peso di Matteo Renzi nella politica italia rimane preponderante, soprattutto mentre, sul piatto, rimane viva l’opzione del governo 5 Stelle – PD.

Luigi Di Maio non vuole trattare né con Berlusconi né con Renzi (i leader, ribadisce, sarebbero altri), peccato che la leadership, in politica, non sia sempre quella “ufficiale”.


Elezioni! Ma cosa?

Mettiamo che non ci sia nessun accordo sulla nuova legge elettorale e si andasse al voto, chi ne avrebbe dei vantaggi?

A parte alcuni parlamentari leghisti e pentastellati rimasti esclusi, quasi nessuno. Di certo non i partiti, men che meno il Parlamento, non a caso nessuno dei partiti principali, infatti, sembra smaniare per tornare alle urne.

Che Salvini e Berlusconi siano dubbiosi riguado a nuove elezioni (il centro-destra con Forza Italia ultra-indebolita permetterebbe ancora a Salvini di “aspirare” a Palazzo Chigi?) è chiaro. Che il PD senza segretario, senza guida, senza “rifondazione” non voglia le elezioni, anche, ma i 5 Stelle?

Finché il Movimento non cambierà le proprie regole, una seconda tornata elettorale vedrebbe sparire dallo scenario politico, per raggiunto limite dei due mandati, Roberto Fico, Paolo Crimi, Paola Taverna e lo stesso Lugi Di Maio: i vertici politici del Movimento. Questo con il rischio che le urne ripropongano lo stesso risultato, ovvero un Movimento 5 Stelle primo partito, ma senza maggioranza parlamentare.

A quel punto, con un Parlamento praticamente speculare a questo, che fare? Si vota ad oltranza?


Gran Finale

Visto che ci piace citare la Corte Costituzionale, partiamo dalla sentenza n. 35 del 2017, quella sull’Italicum.

“In una forma di governo parlamentare, ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che esser primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività”.

Rappresentatività. La soluzione a questo stallo non sta, infatti, nel continuare ad eleggere finché, presi per stanchezza, voteremmo anche Topo Gigio, ma nell’applicare quei principi “da Prima Repubblica” che poi sono quelli base del nostro ordinamento: trattare in Parlamento punto per punto fino a delineare un programma che non “soddisfi” i singoli elettorati, ma il paese nel suo insieme.

Rappresentatività, compromesso, soluzioni.

Che lo si voglia o no, questa è la nostra democrazia, quella dove il governo nasce dall’accordo fra le forze parlamentari ciascuna rappresentante un diverso elettorato e insieme, le idee del popolo italiano.


Aggiornamento: “contro Renzusconi”

Maria Elisabetta Casellati, Forza Italia, è stata eletta quale Presidente del Senato. Berlusconiana delle prima ora, co-autrice delle leggi ad personam e fedelissima del’ex-cavaliere, Casellati è stata eletta con i voti del M5S in un’operazione definita dai Senatori penstastellati, uno scambio per ottenere l’elezioni di Roberto Fico alla Camera.

Luigi Di Maio, leader dei 5 Stelle, non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Più “sincero” e diretto Alessandro Di Battista, fuori dal Parlamento, ma, ancora figura prominente nel Movimento. Per “Dibba”, l’elezione di Casellati sarebbe “l’ennesima spallata a Renzusconi”, l’alleanza che avrebbe “distrutto il paese”.

Sarebbe bello poter credere alla retorica giacobina di Di Battista, e poterne criticare le contraddizioni (si può dare una “spallata” mediante l’elezione di una “fedelissima”?), ma la realtà sembra un’altra. Il Centrodestra, o parte di esso, appare sempre più vicino all’alleanza con i 5 Stelle e lo fa perché il “leader” non è più Silvio Berlusconi (il “male”, come Renzi), ma Matteo Salvini.

Salvini, il segretario federale di un movimento le cui posizioni su fascismo, razzismo, immigrazione ed integrazione europea sono quantomeno borderline e divisive.

Buona legislatura e, forse, buon governo.


Letture Consigliate

– lo stallo italiano visto dall’estero: POLITICO

– perché votare servirebbe a poco: Linkiesta

– leggi elettorali e Movimento 5 Stelle: Formiche

– sul Movimento 5 Stelle ed il suo esser diventato il partito della protesta organizzata: Linkiesta

 

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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