Gli Hackers e le Elezioni Europee: Cosa Succede e Perché – l’Opinione del 11-1-2017

 Internet, la catena di montaggio delle opinioni.

Internet, la catena di montaggio delle opinioni.

La Germania teme attacchi informatici in concomitanza con le elezioni politiche che si terranno nel paese questo Settembre. La notizia – o il timore – nasce in seguito alla conferma che hackers pagati da Mosca hanno agito durante le presidenziali americane, danneggiando Hillary Clinton – considerata sgradita da Putin – a favore di Donald Trump e della sua politica di avvicinamento alla Russia.

Hackers, hackeraggio e cyber-spionaggio stanno diventando parole ricorrenti nel gergo giornalistico soprattutto per il potere evocativo che recano con loro. Questi termini hanno il vantaggio – da un punto di vista giornalistico – di essere brevi ed evocativi: cose ottime nel giornalismo contemporaneo, fatto di titoli esplicativi e news “acchiappa visual”. Sarebbe quindi tutto normale, se non fosse che vengono usate in modo improprio generando, di conseguenza, insicurezza per di più andando ad alimentare il calderone delle “fake news”.

Analizziamo il caso: la vittoria di Trump sarebbe dovuta – nella vulgata giornalistica ultra-semplificata – all’opera di alcuni hackers prezzolati da Mosca. Nonostante quanto professato dallo stesso Trump, la notizia è stata confermata da tutte le agenzie di Intelligence statunitensi. Qui cominciano i problemi. Si leggono i titoli dei giornali e si immagina un piccolo manipolo di “geni dell’informatica” che entrano nei server governativi manipolandone i dati. Quando si passa alla lettura degli articoli la situazione è leggermente diversa, ma quest’attività interessa un numero di individui ristretto rispetto ai “lettori di titoli”, ovvero coloro che si informano solamente tramite Facebook e Twitter.

Nel caso in questione, gli hackers russi hanno forzato gli account di posta elettronica di alcuni membri del comitato elettorale della Clinton con l’obiettivo di trovare qualsiasi forma di materiale atto a screditarne la campagna. Nello specifico hanno trovato alcune mail che hanno spinto l’FBI a riaprire le indagini su Hillary Clinton per il Benghazi Gate a pochi giorni dalle elezioni. Nello specifico l’allora Segretario di Stato sarebbe stata rea di aver utilizzato il proprio indirizzo di posta elettronica per passare informazioni ai proprio collaboratori invece di quello governativo, più sicuro. Il caso si è chiuso in 24 ore, ma la notizia è stata fatta trapelare su Wikileaks – considerato ormai vicino a Putin – e da qui ai media repubblicani – blog e giornali – su su fino a Fox News, minando la credibilità già traballante di Hillary. Questo ha influito quel tanto che bastava – non nell’elettorato repubblicano, ma fra gli indecisi – per annullare i dieci punti che la candidata democratica aveva in quel momento su Trump e riaprire di fatto la corsa alla Casa Bianca.

L’hackeraggio sussiste, anche se in forma più semplice e ad una lettura più attenta delle fonti si può notare dove risieda realmente il problema: nell’opinione pubblica, quanto mai esposta alla manipolazione dei social network. Tutta la campagna elettorale americana ne è stato un esempio. Dapprima, ancora durante le primarie repubblicane, Trump spopolava grazie alle parodie dei suoi atteggiamenti, ottenendo un’esposizione maggiore di qualunque altro candidato repubblicano. Durante, poi, la campagna presidenziale le fake news, soprattutto quelle che diventano virali, sono state usate per completare l’opera generando sterili dibattiti ed allontanando l’elettorato dalle vere questioni per fronteggiare temi futili, quando non completamente falsi. Non servono le smentite, perché appena si spegne un fuoco se ne accendono altri dieci.

La colpa? IL dibattito è ancora aperto. Da una parte ci sono i giornalisti che pubblicano senza controllare le fonti, o lasciandosi andare al clickbait sia essa la notizia che fa scalpore – poco importa se vera o falsa – o il titolo “strillato” che attira i lettori. Dall’altra, però, ci sono quest’ultimi, utenti dei social che ritwittano o postano qualunque cosa che risulti assurda o divertente. Tale atteggiamento non riguarda ovviamente tutti i membri di entrambe le categorie, ma ciò non toglie che sia le notizie strillate che il tam-tam telematico delle parodie e delle fake news sia- e scusate il francesismo poco professionale – pura immondizia. Eppure questo è lo stato attuale dell’informazione politica non solo negli Stati Uniti, come in tutto l’Occidente.

Se non riuscissi a negoziare con l’Europa, come desidererei, allora chiedere che la Francia lasciasse l’Unione. Allora sì che potrete chiamarmi Madame Frexit.

— Marine Le Pen – Intervista al The Telegraph 25 Giugno 2015

Negli USA questo è successo grazie agli scheletri nell’armadio di Hillary Clinton, ma il sistema si può riprodurre ovunque non dovendo per forza coinvolgere direttamente candidati o partiti, ma le loro politiche. In Europa si prendono di mira immigrati e rifugiati. Questo è quello che succede in Olanda dove si percepisce un aumento della criminalità dovuta alla presenza degli immigrati, nonostante il numero di crimini sia in costante diminuzione da anni. Tale sensazione viene fomentata da fake news e gruppi Facebook spesso controllati da movimenti populisti.  L’Olanda vota il 15 Marzo ed il Partito per la Libertà del populista Wilders – la cui piattaforma politica è centrata sull’assioma immigrati uguale criminalità – è considerato in forte ascesa. Stessa cosa accade in Germania dove si vota a Settembre e dove nei media – prima fra tutti la popolare Bild o l’agenzia di stampa di proprietà russa Sputnik – infuria la polemica anti-immigrati, punto di forza dei populisti di AfD. Lo stesso discorso vale per la Francia sia per François Fillon – il candidato presidente del centro destra – che per Marine le Pen, entrambi considerati avversi all’immigrazione ed all’Islam e vicini a Putin, soprattutto la candidata del Front National.

Come si vede, tutti i movimenti sopracitati hanno in comune due cose: la critica all’immigrazione e migliorare i rapporti con la Russia, annullando – per cominciare – le sanzioni europee comminate per l’intervento di Mosca nella crisi ucraina. Inoltre appoggiano tutti o l’uscita dall’Euro o direttamente dall’Unione, azioni che indebolirebbero se non direttamente annullerebbero l’esistenza dell’Europa a favore dei suoi competitors geopolitici, prima fra tutti, di nuovo, la Russia.

Putin – e lo dimostra continuamente da vent’anni – ha una grande abilità: maneggiare ed influenzare i media e non si sta facendo scrupoli colpendo i proprio nemici e favorendo chi ritiene utile per i propri fini. 

Questo non può essere risolta tramite misure straordinarie di difesa informatica, ma col semplice buon senso sia da parte dei giornalisti che dell’opinione pubblica. Per i primi – siano essi dipendenti di grandi giornali o semplici bloggers –  si tratta di applicare la regola d’oro della professione: il controllo incrociato delle fonti ed il lavoro di editing. Per i secondi di non credere a tutto quello diventa che diventa virale ed applicare un po’ di discernimento, magari leggendo meglio le notizie o consultando diverse fonti, tanto per essere più sicuri. 

Si tratta di un’operazione corale e può essere vinta in un solo modo: usando – tutti – la testa.

 

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma uno dei più brillanti politici italiani. Se mi chiedono di dove sono ondeggio fra Torino e Genova, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio. Fra Berlino e Torino, ricordando Genova. Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva e fra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic. Come mi definirei? Un Nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto il giornalismo (per passione).

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