Elezioni Europee: l’endgame di tre anni di propaganda italiana.

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Macron vs Salvini? Non proprio. E la Brexit? Arrivano le elezioni europee: come osservarle senza farsi distrarre dalla propaganda locale.

Sono finalmente arrivate quelle Elezioni europee 2019, quelle che hanno immobilizzato la politica italian dal 2 giugno ad oggi e che sono diventate – ancora una volta – l’ennesimo referendum sul leader populista nostrano di turno. Beghe nostrane e sovrane a parte, ecco alcuni spunti di riflessione per osservare e partecipare alla tornata elettorale in maniera consapevole ed europea.


La distanza fra realtà e sondaggi

Nel corso degli ultimi mesi due siti hanno cercato di fare l’impossibile, ovvero capire come sarà composto il prossimo Parlamento europeo in base ai sondaggi nazionali: POLITICO e EU Elects. Un compito non facile dati i diversi sistemi e le peculiarità nazionali del voto. Prendiamo il caso olandese dove non esiste sbarramento e nessun partito, da anni, supera il 20% dei consensi. Basta uno zero virgola e cambiano schieramenti, maggioranze e distrubuzione di seggi.

Il risultato lo si sta vedendo già in questo ore con la pubblicazione degli exit-polls olandesi. Fino al giorno prima delle elezioni, la corsa doveva essere un testa a testa fra la destra di FvD (in Europa legata ai conservatori di ECR) e i liberali del VVD del Premier Mark Rutte (ALDE). Alla chiusura dei seggi è emerso vincitore , invece, il partito laburista PvdA (S&D) dell’eurocommissario e candidato Presidente della Commissione Frans Timmermanns, il quale, grazia al 18,1%, ottiene 5 rappresentanti a Bruxelles. Quattro ne manderanno il VVD (ALDE) al 15% e i Cristianodemocratici (PPE) al 12,3%.

Tre seggi spetteranno a FvD (ECR) e ai verdi di GroenLinks (EELV), mentre 2 spettano ai conservatore dell’allenza (CU/SGP) e ai liberal di D66 (ALDE). Uno a testa per il PPV di Geert Wilders alleato con Matteo Salvini e ai Socialisti di SP (S&D).

Aspettatevi simili sorprese in altri stati molto combattuti, come la Danimarca, il Belgio e i paesi baltici.



I gruppi europei

Per quanto in molti paesi, come nel nostro, si cerchi di fare il contrario, queste non sono elezioni nazionali. Avranno certamente influenze locali, ma succederà perché sono, nei fatti, dei benchmark elettorali, gli unici di portata realmenete nazionale senza conseguenze reali, però, sugli organi leglislative ed esecutivi dei singoli stati. In realtà, infatti, voteremo per partiti che fanno parte di specifici macrogruppi europei, ovvero S&D, PPE, ALDE ECR etc

Questo vuol dire che è totalmente possibile, e succederà, che rappresentanti di diversi raggrumenti nazionali, anche avversi, si ritroveranno a Bruxelles nel medesimo gruppo. L’esempio viene proprio dall’Olanda dove PdVA e SP fanno entrambi parte di S&D, allo stesso come VVD e D66 sono membri dell’ALDE. Se guardiamo agli exit polls olandsesi attraverso questa lente, in Olanda hanno vinto Socialisti e Liberali, seguiti dai Popolari e i Conservatori:

  • S&D (socialisti): 6 seggi
  • ALDE (liberali): 6
  • PPE (popolari): 5
  • ECR (conservatori euroscettici): 5
  • EELV (Verdi): 3
  • EAPN (Alleanza Salvini): 1

I Paesi Bassi non sono un unicum, il Belgio presenta una situazione simil e per via dello sdoppiamento fra partiti fiamminghi e partiti valloni, mentre in molti paesi orientali non è difficile trovare due o tre partiti liberali, socialisti e popolari.


Le elezioni nazionali

Pseudo-refenrendum a parte, in Belgio, domenica, si voterà anche per il Parlamento nazionale dopo le dimissioni del Governo Michel. Anche in altre parti del continente, però, le europee saranno un test in vista delle imminenti elezioni nazionali. In Spagna, contemporaneamente alle elezioni, si terranno le regionali con in ballo, fra le altre, Madrid, dove il PP cercherà di riassorbire parte dell’elettorato perso verso l’estrema destra di Vox e il PSOE di completare la vittoria suggellata alle politiche di aprile.

Anche in Italia, le europee avranno un risvolto locale, perché, fra le altre, andrà al voto il Piemonte, ovvero l’ultima regione non guidata dal centrodestra nel nord del paese (Emilia Romagna a parte). Saranno un test nazioanle anche per la Polonia, dove si voterà in autunno e dove viene testata la competività della grande coalizione anti-PiS guidata dal Presidente uscente dell’Euroconsiglio Donald Tusk. Si tratta di un cartello elettorale composto da tutti i principali partiti d’opposizione a parte i liberl-progressisti di Wiosna e la sinistra di Razem, i quali potrebbero entrare in essa qualora la coalizione avesse successo.

Anche in Austria le europee serviranno a chiarire quanti voti abbia perso FPOE a seguito dello scandalo Strache, Esse permetteranno di capire quanto lo stesso abbia influito sulle possibilità del giovane Sebastian Kurz di tornare cancelliere dopo le elezioni anticipate di questa’anno.


Il referendum VERO: Brexit

In Regno Unito tutti lo negano, ma le-elezioni-che-non-dovevano-esserci per via della Brexit del 30 marzo 2019, sono diventate a tutti gli effetti IL test elettorale in vista di un sempre più probabile secondo referendum e delle elezioni anticipate che seguono alla fine del Governo di Theresa May, la quale ha annunciato le proprie dimissioni per il 7 giugno. Il campo è fortemente polarizzato e 3 anni di Brexit hanno lasciato sul campo due vittime: il Labour di Jeremy Corbyn (il leader indeciso fra Brexit e non Brexit) e i Tories (partito frantumato dall’intero processo). Il risultato che l’intero panorama politico britannico è ancora fermo al giugno 2016: Leavers contro Remainers, europeisti contro sovranisti, in modo trasversale e autonomo dagli schieramenti tradizionali.

Il lato dei Leavers è rappresentato dalla nuova – ed effimera – creatura di Nigel Farage, quel Brexit Party con un programma di un solo punto (la Brexit) e dato dai sondaggi fra il 30% e il 35%. Su di esso sta confluendo tutto il voto brexiters, sia quello dell’UKIP, partito che fa parte dell’alleanza salviniana e che rischia di non mandare neanche un rappresentante a Bruxelles, sia quello Tories e Labour, come dimostra il grafico riportato qui sopra.

Dall’altra parte un fronte ben più composito fatto sicuramente da LibDem (dati al 19/20%), Green (10%) – fra cui rientrano anche i nazionalisti scozzesi e quelli gallesi – e Change UK (fra il 5% e il 9%). Al fronte remainers sembra logico associare anche quel che rimane dei due partiti tradizionali, entrambi ancora incerti se appoggiare o meno un vero secondo referendum.

Se nel resto del continente le percentuali di voto varranno meno del numero di seggi conquistati, in Regno Unito sarà esattamente il contrario e per quanto cerchino di negarlo, quel conteggio conterà, e non poco, sul futuro della Brexit.

Chi vincerà? Al dopo-elezioni l’ardua sentenza.


La mega-alleanza

Una cosa è certa, queste elezioni cambieranno, e non poco, lo scenario politico europeo. No, non sto parlando di una improbabile vittoria continentale dei sovranisti, ma della creazione di un’alternativa reale allo strapotere del PPE legato alla potenziale alleanza fra Liberali, Socialisti e, perché no, parte del mondo ecologista e Tsipras: la mega-alleanza antisovranista e alternativa al potere del PPE.

I Popolari non spariranno, la loro forza a livello continentale è omogenea e ben radicata, ma la crescita del liberal-progressismo ‘a là Macron’ ha messo in crisi lo schema tradizionale delle famiglie europee. L’ALDE, considerata da sempre centrista con tendenze di centro-destra, si scioglierà subito dopo le elezioni per confluire nel nuovo gruppo Reinassance guidato dal Presidente francese, ma le novità non finisco qui. Il candidato Presidente di S&D, l’olandese Timmermanns, ha più volte fatto sapere di voler costruire una maggioranza a Bruxelles alternativa al PPE che vada da “Macron a Tsipras” includendo anche i Verdi.

Un progetto di vasta alleanza trasversale sembra essere propria anche dello stesso Tsipras che lavora da mesi a unificare il Caucus Progressista e di allargarlo a Macron. Difficile immaginare che tutti i partiti della GUE/NGL passino al nuovo progetto (tot. previsto circa 50 seggi) e lo stesso vale per i Verdi, dove è facile vedere i Gruenen tedeschi – profondamente liberal – associati a Macron e un po’ meno i GroenLinks olandesi, anche se contatti non mancano.

La “mega-alleanza” superebbe facilmente i numeri del PPE, anche qualora questo si alleasse, ma è molto difficile, con i Conservatori di ECR e, totalmente impossibile, con i sovranisti di Salvini. Comunque vada il PPE rimane fonadamentale per governare il continente, ma un più che probabile patto “progressista” avrebbe un risultato immediato: il prossimo presidente della Commissione potrebbe essere un socialista o un liberale.



Il nuovo Presidente della Commisione sarà…

…nessuno dei candidati fin qui conosciuti. Comunque vada – che si formi o no la mega alleanza – il kingmaker del nuovo parlamento sarà Emmanuel Macron sia perché Reinassance è fondamentale in ogni possibile maggioranza, sia perché, alla fine, decide il Consiglio europeo dove Macron e alleati hanno una forza notevole.

Difficile che Macron e/o i socialisti approvino la nomina di Manfred Weber, giudicato troppo conservatore. Più probabile il sì a Timmermanns, ma il candidato del PSE potrebbe essere la vittima sacrificale per la formazione di una vasta alleanza che inglobi il PPE. Quasi impossibile la nomina di Vestager – su di lei ci sarebbe il veto del Governo danese, complicata quella di Emma Bonino per motivi di salute, possibile, ma non probabile quella del belga Verhofstadt, politico certamente popolare, forse troppo.

Probabile, invece, che il nuovo Presidente sia una figura terza. Potrebbe essere un popolare di indirizzo sociale lontano e con vasta esperienza a Bruxelles, magari anche francese come Michel Barnier, forte già dell’endorsement macroniano. Possibile anche la candidatura di Mark Rutte o Antonio Costa, ma i due, rispettivamente Premier olandese e portoghese, dovrebbero prima rinunciare al Govenro. L’outsider vero potrebbe, però, essere una donna, stimata dai progressiti ma legata al PPE e, non guasta mai, francese: Christine Lagarde, attuale presidente del Fondo Monetario Internazionale in scadenza di mandato.

La quale smentisce costantemente, ma se la UE chiamasse realmente, che farebbe Lagarde?


La realtà sovranista e l’Italia

Le elezioni europee sanciranno la fine di quella che è stata la lunga campagna elettorale sovranista cominciata nel giugno 2016 per colpa della Brexit. Finalmente sapremo qual’è la vera forza degli euroscettici anti-UE a livello europeo, ovvero l’alleanza salviniana (EAPN), e il vero grado di interazione – per ora molto basso nei fatti – fra questi e gli altri movimenti e raggruppamenti euroscettici europei (fra cui ECR).

Sapremo anche quale sarà il destino vero dell’Italia a livello europeo. Il MoVimento 5 Stelle si è auto-marginalizzato, la sua “alleanza” non raggiunge i 7 paesi necessari per formare un gruppo autonomo e si troverò costretto ad imbarcare partiti fra i non iscritti – dove figurano il partito satirico tedesco “Die Partei”, i Pirati cechi e i neonazisti di Alba Dorata – o di cercare un’alleanza con, appunto, i sovranisti di Salvini.

Lo stesso Ministro dell’Interno potrebbe trovarsi alla guida del quarto raggruppamento europeo, ma altrettanto isolato soprattutto a seguito dello scandalo Strache che hanno messo sotto i riflettori i contatti fra i partiti sovranisti di estrema destra e Russia: qualcosa che ai potenziali “amici” polacchi del PiS non va molto a genio.

Alla fine qualcuno urlerà alla vittoria, ma il risultato finale potrebbe vedere un’Italia ancora più isolata in Europa di quanto sia ora.

 

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