Salvinomics: le balle di Salvini su debito, lavoro e spread

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Salvini ed il debito: chissenefrega dello spread, della produttività e della Storia italiana, viva i “fantastici anni 80”.

Sprezzante dell’isolamento in cui stiamo finendo in un’Europa che – democraticamente –  ha scelto di avere una maggioranza popolare, socialista, liberale e verde, il sovranista Salvini lancia la prossima campagna elettorale partendo dall’economia, attaccando “i vecchi vincoli europei” e proponendo le sue ricette.

Di codesta Salvinomics non esiste una teorizzazione precisa. Al suo interno c’è un poi di Neokeynesismo alla Bagnai, tanto sovranismo economico alla Borghi, vagonate di Modern Monetary Theory ed un pizzico di fusarismo: un’accozzaglia informe di idee difficilmente intellegibili, ma contraddistinte dalla loro peculiarità di essere ottimi slogan connessi a idee sgangherate. Meno male che al soggetto in questione non manca la favella e fra interviste, dichiarazioni e dirette social è possibile farsi un’idea di tali proposte.


Economia del paradosso

“Il debito scende se gli italiani lavorano” sentenzia Matteo Salvini. Partiamo da qui, ovvero da dove le serie storiche sembrano dargli ragione: il rapporto debito-PIL e disoccupazone sono cresciuti assieme dal 1980 al 1995, sono poi calati assieme dal 1995 al 2009 e ridecollati durante la crisi. Quello che il Ministro dimentica è che dal 1980 al 1995 abbiamo avuto deficit di bilancio “fuori dai parametri”(che non esistevano ancora), quindi abbiamo aumentato la spesa anche in conto capitale senza averne benefici diretti, mentre dal 1995 abbiamo contratto, un poco, la spesa, diminuito l’inflazione, raggiunto una maggiore sostenibilità della spesa pubblicae stabilizzato il potere di acquisto dei salari arrivando al circa 7% di disoccupazione poco prima della crisi del 2009-2011.

“Ma stavamo meglio negli anni 80, la gente era più ricca!” No: la differenza era che le condizioni di partenza erano molto più basse (ed il mondo era meno tecnologico) e la percezione di aumento del benessere era maggiore.

Il paradosso di questa impostazione – che si ritrova nei neo-europarlamentari della Lega come Rinaldi e Donato, premiati con Bruxelles per l’impegno proffuso nella propaganda del sovranismo economico – è che ritiene di poter stabilire ex-ante redditi ed occupazione a priori di produzioni e/o servizi offerti per il fatto che è “Made in Italy”  o che il lavoro “serve” a priori della sua sostenibilità. Secondo questo paradosso possiamo aumentare ad arte il numero di operatori del trasporto pubblico e se se mancano linee e mezzi li compriamo. Se chi li produce non ce ne vende perché è  “forestiero” o non vuole farlo a debito, li produrremo noi e se non ci sono soldi faremo leva con “il risparmio degli italiani”. Infine, in un delirio autarchico estrarremo ferro e produrremmo energia, plastica e circuti senza avere le risorse per farlo.


Prestiti forzosi?

Come fare tutto ciò? “Chiedo semplicemente di usare in maniera diversa la ricchezza italiana, che c’è, perché la ricchezza italiana è ferma nei conti conti correnti e nel risparmio privato” ha dichiarato il Vicepremier a Bersaglio Mobile il 24 maggio. La soluzione non sembra quello della patrimoniale, perché quanto sembra proporre Salvini non è “una tantum”, ma un sistema di finanziamento a prestito forzoso dal risparmio privato, magari tramite i famosi Minibot di Claudio Borghi (il cui premio è stata la Presidenza della Commissione Bilancio della Camera): ovvero strumenti finanziari atti a “usare” il risparmio per “finanziare” le politiche governative.

Il modello di riferimento sembra essere, a tutti gli effetti, di matrice nazionalsocialista, ovvero impreditoria nazionale privata e pubblica collegata ad un massiccio controllo dello Stato e delle relative ingerenze politiche su tutti i settori economici attraverso la regolamentazione di prezzi, salari e occupazione supportato da un prelievo fiscale “per la patria”. Infatti, non sono pochi i sovranisti che citano proprio il modello economico hitleriano come esempio positivo anti-liberista (vedi link) e necessario per “infischiarsene” della finanza, “monetizzare il debito”  e ignorare i principi base della produttività del lavoro.

Concetto, quello della produttività, che, evidentemente, non piace a Salvini. Forse sa troppo di economie anglossassoni per i fini palati mediterranei, ma che, assieme a composizione del debito e bassa leva fiscale, è parte fondamentale delle politiche economiche del Giappone di Shinzo Abe, citato da Salvini come esempio virtuoso, ignorandone, consapevolemente o meno, i problemi.



Formazione e innovazione

Alzare la produttività significa, in soldoni, migliorare il come ed il cosa si produce aumentado il valore aggiunto e, de facto, il PIL per ora di lavoro: se questo è neoliberismo allora fra gli anni 50 e 60 l’Italia del boom economico era ultra-liberista. Come detto nella seconda parte di Italia in Cifre, la produttività italiana è ferma dagli anni 80 quando, per preservare l’export di prodotti a basso valore aggiunto, abbiamo svalutato e poi sovvenzionato il sistema produttivo tenendolo, in molti casi, in vita in maniera artificiale mediante soldi pubblici.

Per questo non basta fare la Flat Tax o uno “Sblocca-Cantieri” per risolvere il problema, ma bisogna operare scelte economiche che privilegino l’innovazione investendo sulla formazione e attraendo capitale (sia esso monetario che intellettuale) dall’estero. Serve evitare di proteggere a tutti i costi settori e imprese improduttive perché in questo modo blocchiamo idee e lavoratori in una spirale di precarietà a basso reddito. Lo vuoi alzare per legge per preservare voti? Fallo, ma non stupirti se le aziende, quelle sane, scappano dal paese. Le vuoi obbligare a rimanere? Fallo pure, ma preparati a costringere gli italiani a comprare tanta tanta Nutella, tanti freni, molto packaging etc. perché in politica tutto è “possibile”… fino a che il giochino non si rompe.

Invece di puntare su formazione e innovazione, Salvini vuole “una grande conferenza intergovernativa sul futuro dei nostri figli, sul ruolo della banca centrale europea, sulla garanzia del debito, sulla crescita e sulla possibilità di investire” che, tradotto, vuol dire che sono gli altri 27 paesi che devono adeguardi all’Italia e alle idee italiane. La BCE dovrebbe avere il ruolo – ed è un’idea condivisa Sinistra, M5S e alcuni segmenti del PD – che aveva  Bankitalia fra il 1975 e il 1979, ovvero stampare moneta per compare il debito pubblico degli Stati, ovvero il nostro, avendo come unico obiettivo di politica monetario la piena occupazione. Tralasciamo gli effetti sull’inflazione, è oppurtono far notare che, con le regole fiscale e la politica monetaria attuale, solo 4 paesi 4 sui 17 dell’Eurozona hanno una disoccupazione sopra l’8% ed uno solo ha questo dato in aumento: noi, ed aumenta dall’insediamento di questo Governo.


Lo Spread

Ovviamente, nel fare tutto questo bisogna ignorare lo Spread che “aumenta perché c’è qualcuno che ha convenienza perché il Governo italiano sia vincolato a regole vecchie che tengono il paese sotto scacco della precarietà, della disoccupazione, dell’ansia, della paura” dice Salvini.

Caro Ministro, la precarietà non dipende dalle forme contrattuali (una fissa del MoVimento 5 Stele), ma dal mercato del lavoro italiano dove è difficile ritornare occupati in tempi congrui una volta lasciata/persa/conclusa l’occupazione precedente. Dove il mercato funziona – tipo in Nordeuropa – gli stessi italiani emigrati non hanno problemi ad accettare contratti “flessibili” perché non esiste, grazie al Welfare ed alla salute del mercato del lavoro, la stessa percezione di “precarietà”.

Infine lo Spread. La Verità, oramai organo sovranista, sostiene le dichiarazioni di Salvini sottolineando che l’aumento post-elettorale dello Spread [sarebbero 12 mesi che è aumentato, ma va bene, NdR] sarebbe colpa della UE rea di preparare una procedura di infrazione per eccesso di debito e non delle improvvide dichiarazioni pro-debito di Salvini. Anzi, i mercati valuterebbero egregiamente la “stabilità” del Governo italiano.

Falso, il mercato reputa negativo – se no sarebbe già sceso – le politiche di questo governo e valuta positivimente:

  • che la UE non accetterà mai le idee di Salvini (ricordiamo che i sovranisti pro-debito, Italia a Francia a parte, non esistono negli altri paesi) e quindi non ci saranno strane svolte pro-debito;
  • che le minacce latenti di Italexit o UscITA non verranno mai portate a conclusione da parte dello stesso Salvini;
  • che il governo parli tanto e faccia poco;
  • che la UE farà tutto il possibile per evitare il degeneramento dei conti italiani.

Per questi motivo lo Spread non è già volato oltre quota 300, ma questo, per un Salvini in piena hybris post-elettorale è un ragionamento troppo fino.


il Caffè e l’Opinione

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