Non serve debito o deficit per battere la disoccupazione, capito Ministro?

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No, Ministro Matteo Salvini, la disoccupazione non si combatte alzando il deficit e il debito del paese.

“Continuando a spingere la spirale italiana del debito, non si può più escludere che l’Italia non diventi una seconda Grecia”. Lo dice il Ministro delle Finanze austriaco Hartwig Löger rappresentante di un governo dove il vicecancelliere si chiama Heinz-Christian Strache ed è alleato – FPÖ fa parte di EAPN – e “amico” di Matteo Salvini. “L’Austria non è disposta a pagare per il debito italiano” conclude il Ministro, ma a che cosa si riferisce il ministro?

Alle dichiarazioni di Matteo Salvini e all’andamento dell’economia italiana.


Le affermazione di Salvini

Durante un intervento – elettorale? istituzionale? oramai è difficile capirlo in questa campagna elettorale permanente – a Verona Matteo Salvini ha dichiarato che sarebbe “fondamentale che gli italiani” diano una mano “a cambiare questa Europa mettendo al centro i diritti e il lavoro”. “Se servirà infrangere alcuni limiti del 3% o del 130-140%, tiriamo dritti fino a che la disoccupazione non sarà dimezzata in Italia, fino a che non arriveremo al 5% di disoccupazione, spenderemo tutto quello che dovremo spendere e se qualcuno a Bruxelles si lamenta ce ne faremo una ragione”.

Il tutto a borse aperte. Vero è che l’aumento degli ultimi 3-4 giorno è diffuso ed è legato – in parte – agli interessi negativi del Bund tedesco e a Trump, ma è proprio per queste continue affermazioni – siano esse di Borghi, Di Maio o Salvini – che lo spread BTP-Bund è più che raddoppiato nel 2018 e non accenna a scendere sotto i 250 punti nel 2019, molto più vicino alla Grecia che a Portogallo o Spagna. Si tratta di affermazioni irresponsabili, non di diretta sfida ai parametri europei (il Governo ha già dimostrato di recedere velocemente da tali sfide, vedi la Manovra del Popolo), perché denotano, se ce ne fosse ancora bisogno, una colpevole ignoranza di chi ci governa di fondamentali economici.

Tali sparate, atte solo a fomentare l’antipatia del proprio elettorato verso la UE non sono originali. Si tratta delle stesse teorie neo(pseudo)keynesiane riviste in chiave di Modern Monetary Theory (MMT) propagandate dai vari Bagnai, Borghi, Rinaldi, Donato, Dragoni. Paragone, Becchi, Fusaro, ByoBlu, Bifarini e parte della sinistra estrema. Teorie che professano l’uso della moneta – con riferimento specifico o alla BCE o alla Lira, se servisse – e del debito quali strumenti primari per combattere la disoccupazione, al punto da dire che il debito, di per sé, non è preoccupante fino al raggiungimento della piena occupazione.

Tratassi di teorie altresì suggestive, solo che, oltre a travisare quanto detto dallo stesso Keynes, non funzionano. Lo dimostra il caso del Perù di Alan Garcia, il quale promise l’aumento della domanda aggregata, ma finì per generare iperinflazione e aumento della povertà, e lo dimostrano i casi, più recenti del Venezuela di Nicolas Maduro e della Turchia di Recep Erdoganl forse il più eclatante di tutti.


Fare debito non fa calare la disoccupazione

Sono infatti circa 12 mesi che il Sultano ha cominciato ad attuare politiche monetarie espansive allo scopo di “spingere l’occupazione” finanziano le sue grandi opere infrastrutturali. Il risultato, dati Governo turco, è una decrescita del PIL prevista al 3% nel 2019, titoli di stato con interessi in pieno territorio speculativo (19,5%) e la perdita di valore della Lira turca, il tutto associato ad un tasso di disoccupazione passato dal 9.7% di aprile 2018 al 14.7% di gennaio 2019.

In fondo, però, non occorrerebbe andare troppo lontano per avere la prova che tali politiche non funzionino. La prova è nella storia economica di questo paese negli ultimi 30 anni, come dimostra il grafico qui riportato, basato sui dati ISTAT e relative serie storiche.

Questo, da solo, sbugiarda non solo le affermazioni salviniane, ma anche i riferimenti ai “favolosi anni 80” di cui si riempiono la bocca personaggi come Becchi e Dragoni, o l’equazione “>debito = >occupazione” dei neokeynesiani di ogni estrazione politica.

Nei “favolosi anni 80”, il governo italiano faceva esplodere il debito con politiche di bilancio a rapporto deficit/PIL in doppia cifra, inflazione alta (associate alle svalutazioni). La disoccupazione? In aumento, costante passando dal 6% del 1980 all’11% del 1987. Gli strascichi di quella situazione arrivarono fino al 1994-1996, gli anni dei governi Dini e Amato che cominciarono il necessario contenimento del debito arrivato, nel frattempo, oltre il 120% (raddoppiando il livello del 1980).

Occorre sottolinearlo, nei “favolosi anni 80”, quello delle svalutazioni care ai sovranisti No-Euro, il debito raddoppiò portando con sè la disoccupazione. Solo dopo la cura Dini-Amato, proseguiti dal Prodi I, entrambi cominciano a scendere.

Negli anni successivi, i secondi 90 e i primi 2000,  lo Stato italiano riuscì a mantenere sotto controllo il debito il quale, brevemente, scese sotto quota 100. Il deficit di bilancio rimase costante, ma un utilizzo oculato dell’avanzo primario – vedi Italia in Cifre I – permisero al paese di cavalcare la crescita mondiale derivata dall’applicazione del WTO. Taglio del debito, spesa contenuta, commercio globale e la disoccupazione [ma guarda che caso, NdR], tornò al 6%, in barba ad ogni retorica anti-global (e Diego Fusaro).



Crescere per l’occupazione

In quegli anni, fummo virtuosi abbastanza da non perdere il treno, ma non abbastanza da usare quel poco di crescita ottenuta per riformare strutturalmente il Sistema paese. Per questo, banale, motivo il deflagrare della crisi del debito sovrano del biennio 2009-2011 non solo colpì, ma affosso totalmente il paese facendo balzare in avanti, indebitamento e disoccupazione. Le politiche contenitive emergenziali del Governo Monti riuscirono solo a guadagnare tempo e contenere i danni (sì, sarebbe potuto andare tutto molto peggio), mentre i governi successivi si limitarono a tenere i conti in ordine per mantenersi in vita.

Arriviamo così al 2019, la crescita asfittica prevista – best case scenario – allo 0,1%, la disoccupazione al di sopra del 10%, un Ministro che vaneggia su aumento della spesa in deficit e un altro che ora fa il conservatore fiscale, ma che a settembre 2018 festeggiava dal balconcino un (inutile) deficit al 2.4%. Sentiamo predicare di “investimenti a deficit”, come se fare debito sia l’unico modo per “cambiare” il paese, anche se il mondo – vedi, ancora, l’Austria – ci dice ben altro.

Atteggiamenti e parole da irresponsabili che pensano prima alla propaganda e poi al benessere dello Stato e dei suoi cittadini, soprattutto se dichiarazioni come quella di Salvini, arrivano a mercati aperti per un paese che ogni mese deve rifinanziare circa 161 mld di euro in BTP nel solo 2019.

Quindi NO, caro Ministro Salvini, quando il paese si è indebitato, ha stampato e svalutato la propria moneta, bruciato miliardi a deficit anche per le infrastrutture, abbiamo solo aumentato la disoccupazione e ipotecato il futuro di chi, come questo scriba, negli anni 80 era un bambino e non ha avuto la fortuna (o furbizia) di finire in politica.

Quando, invece, abbiamo risanato i conti e abbiamo cavalcato invece di avversare il commercio globale, siamo non solo cresciuti, ma abbiamo aumentato, e non poco, l’occupazione. Pensi caro Ministro, quel poco che abbiamo fatto ci ha permesso di arrivare al 6%, immagini come saremmo ora se fossimo stati più incisivi!

Se solo tutto il tempo che stiamo perdendo, come paese, a rincorrere chimere irrealizzabili e palesemente astoriche, come il debito e i Minibot, fosse usato per incrementare produttività e crescita, i lavoratori italiani starebbero molto meglio, disoccupati compresi.

 

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