La balla della discontinuità fra Conte I e Conte II: la NADEF e Gualtieri

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Discontinuità? Come risolvere il problema della Manovra 2020 a debito che ha lasciato il Conte I? Semplice, facendo altro debito.

Discontinuità. Questa, se diamo retta ai segretari di partito dovrebbe essere la parola d’ordine del governo. Dal governo precedente – guidato dallo stesso premier e con 2/3 della stessa maggioranza – per il PD e dai governi precedenti in toto per il M5S ossessionato dal cambiamento.

Siamo usciti dall’isolamento europeo, Gentiloni è stato confermato come Commissario all’Economia, Sassoli è presidente del Parlamento Europeo e Irene Tinagli ricopre lo stesso ruolo all’interno della Commissione Problemi Economici precedentemente guidata dall’attuale ministro Gualtieri.  Non solo, con il mini-vertice di Malta, il governo è riuscito ad imbastire un accordo sulla redistribuzione automatica – ma volontaria – dei migranti salvati in mare con Francia, Germania e una serie di volenterosi.

Sono successi, peccato che siano da attribuire più alla volontà dei paesi del blocco franco-tedesco di favorire la normalizzazione del paese in chiave anti-identitaria (ovvero in modo da bloccare politicamente Lega e Fratelli d’Italia) che da una reale svolta politica del governo. Perché nella realtà, la discontinuità è a malapena percettibile, se non proprio inesistente. Al punto che per risolvere il problema della Manovra 2020 lasciata in eredità dal governo gialloverde, si è scelta la stessa strada immaginata da Salvini: fare nuovo debito.



Non discontinuità all’Interno

L’esempio principe viene dal ministero dell’interno dove sono cambiati decisamente i modi – via gli slogan dai social, via le dirette facebook – ma non le politiche, soprattutto sui migranti.

Allo stato attuale, infatti, non esiste alcuna iniziativa di abrogazione dei decreti sicurezza voluti da Salvini, al massimo si parla di parziale riscrittura delle parti palesemente anti-costituzionali. Lo stesso ministro Lamorgese ha poi elogiato l’efficacia delle politiche elaborate da Gentiloni e Minniti, ovvero gli accordi con le varie milizie libiche, la creazione dei cambi in Libia e di quelli in Niger contestati – ai tempi – dall’ONU.

Lo stesso accordo di Malta – celebrato come “rivoluzionario” – non fa altro che confermare quanto richiesto dal governo Conte I nel 2018 al di fuori degli accordi comunitari. Anche la più recente dichiarazione del ministro Di Maio, potenziare il meccanismo di rimpatrio con un fondo speciale di 50 mln, si pone in continuità con il Governo precedente: tali fondi vengono dal Sicurezza bis e vengono sottratti dal sistema di integrazione dei migranti stessi.

E un paese che rinuncia all’integrazione rimane un paese che vuole istituzionalizzare l’emergenza per motivi elettorali, per guadagnare voti (Salvini) o non perderli (PD-5 Stelle).


Non discontinuità all’Economia

Il più eclatante esempio di mancata discontinuità arriva però dalla Nota di Aggiornamento del DEF del nuovo Governo redatta dal neo-ministro Gualtieri. Un documento, peraltro, riscritto a poche ore dall’approvazione da parte del CDM (come nei governi precedenti), di cui girano vari PDF, ma – curiosamente – non ancora pubblicato in maniera ufficiale dal Ministero di competenza (come nei governi precedenti).

Arrivando alle cifre, ogni illusione di discontinuità sparisce definitivamente.

Sia Gualtieri che Conte sono unanimi: l’aumento IVA non ci sarà perché “abbiamo trovato i 23 mld necessari” per evitarli, su una manovra complessiva che varrà circa 29/30 mld di Euro.

Di questi, 14,2 mld sono di flessibilità, anzi di “nuova” flessibilità e 7,2 mld sono di recupero della lotta all’evasione fiscale. A loro si aggiungono i tagli ai sussidi “ambientalmente dannosi”, altre privatizzazioni per 3,2 mld e… il risparmio degli interessi passivi sul rendimento dei titoli di Stato (unico paese a contabilizzare tale voce).

Andiamo per gradi, partendo però da un punto fermo: nessuna risorsa è stata liberata o creata, non c’è una rimodulazione della spesa pubblica o altro ed almeno 22 mld su 30 mld, semplicemente, non esistono.


“nuova” Flessibilità

Che cos’è la flessibilità? Fuori dai tecnicismi, si tratta di una scommessa. Il Governo italiano scommette su sé stesso che la manovra – e, in generale, le sue politiche di governo – permetteranno al paese di aumentare, nei prossimi anni, il PIL nominale allo scopo di ridurre il debito complessivo e riassorbire il debito nuovo contratto.

Concedendo flessibilità, la Commissione Europea crede all’Italia – come ha fatto negli ultimi 20 anni – e accetta la scommessa italiana e le permette di contrarre nuovo debito oltre quanto stabilito dagli obiettivi a medio termine del Fiscal Compact.

Se la scommessa va in porto, il PIL sale e il rapporto debito/PIL. Se va male, il PIL rimane uguale (o scende), i redditi non si muovono e il rapporto debito/PIL continua a crescere come la necessità dello Stato di fare cassa mediante tasse, tagli o dismissioni.

Francia, Portogallo e Spagna, paesi che hanno scommesso e vinto, hanno di fatto investito in riforme strutturali che hanno provocato crescite interne (endogene), noi, NADEF alla mano, stiamo scommettendo su fattori esterni (esogeni) che portino alla crescita dell’economia perché di fatto non facciamo altro che fare nuovo debito, paradossalmente per “disattivare” quelle clausole messe apposta per evitare di farlo.



La realtà nuda e cruda

Tale flessibilità, inoltre va concordata con l’Unione Europea. Bene, abbiamo Gentiloni e la Von der Leyen ha già detto che “bisogna riformare i trattati”. Bisogna stare attenti al wishful thinking perché i trattati europei non si fa in 1-2 mesi e la Commissione Von der Leyen non è si è neanche ancora insediata, quindi la manovra verrà giudicata a regole vigenti.

Non solo, seppur esiste un accordo di massima per concedere qualcosa al Governo italiano, il quanto dipende anche dagli altri paesi che a) rispettano i parametri e b) sono consci che questa non sia la prima scommessa dell’Italia, ma l’ennesima di una storia che va avanti anni e che non ha mai dato alcun frutto.

Letta, Renzi, Gentiloni e anche il Conte I hanno usufruito della “flessibilità” e nonostante questo, il PIL nominale italiano è cresciuto sempre meno del costo del debito. Quest’ultimo, invece, è continuato a salire (134,1, nel 2017, 134,8 nel 2018, 135,7 nel 2019) per scendere solo nelle previsioni rosee – e mai mantenute) del governo pro-tempore, ovvero, nelle varie NADEF degli ultimi anni.

Per quanto riguarda Gentiloni occorre sottolineare che sì, l’ex-Premier italiano ha una posizione di tutto rispetto, ma nella nuova struttura verticistica della Commissione, il suo ruolo è subordinato a quello del Vicepresidente della Commissione con delega all’economia Vladis Dombrovskis, già noto per aver – giustamente – cassato la Manovra del Conte I.


Evasione e privatizzazioni

7,2 miliardi verrebbero, sempre secondo la NADEF, da rientro dell’evasione fiscale magari con le tanto sbandierate proposte di incentivi per incentivare il pagamento digitale rispetto ai contanti. Innanzitutto è opportuno far notare che incentivare anche mediante detrazioni fiscali sugli acquisti ha un costo per l’erario (infatti il Portogallo, che applica tali misure, ha un tetto massimo di 250 euro all’anno di detrazioni).

Inoltre, veniamo da uno dei maggiori successi nella lotta all’evasione fiscale: la fatturazione elettronica che ha fatto rientrare oltre 2,5 mld di euro, una delle cifre più alte mai raggiunte. A fronte di queste due obiezioni, estrarre 7 miliardi dall’evasione va oltre l’ottimismo. Molto probabile, invece, che quei mld arriveranno da imposte successive o tagli (in parte già annunciati nella stessa NADEF).

Anche questa caratteristica di porre cifre irrealistiche – o totalmente immaginarie – di rientro dell’evasione fiscale all’interno della NADEF è perfettamente in continuità con tutti i governi precedenti. Stessa cosa si può dire sui mld previsti di privatizzazioni equivalenti allo 0,02% del PIL annualizzato per i prossimi anni, ovvero 3,2 mld di privatizzazioni.

Questo avverrebbe mediante il rilascio di dividendi straordinari da parte delle aziende statalizzate (ENI, ENEL, Terna, Poste, Leonardo) ottenibili o – come avvenuto con Cassa Depositi e Prestiti – di trasferimenti al 100% dell’utile o, realisticamente, vendendo pacchetti azionari non determinanti per il controllo delle medesime aziende. Si farà? Non si sa, intanto ricordiamo che il Governo precedente di miliardi dalle privatizzazioni ne aveva promessi ben 18, mai entrati.


Politiche invariate

Arriviamo ai sussidi ambientalmente dannosi. L’idea è quella di fare de facto una “carbon tax” senza arrivare all’ulteriore tassazione dei viaggi aerei (peraltro importanti in un paese che ha collegamenti nord-sud assolutamente carenti) o le merendine.

L’abolizione di tali sussidi riguarda, fra gli altri, carburanti per la navigazione e lavori agricoli. Il rischio, come successe in Francia nel 2018, è la rivolta delle campagne, quella che diede il là ai Gilet Jaunes.

Mentre si tagliano i sussidi ambientalmente dannosi senza aver creato un’alternativa – o dato il tempo di crearla agli interessati – il governo attuale ha deciso di non operare e/o riformare i “provvedimenti fiscalmente dannosi” messi in atto dal governo precedente: Quota 100 e Reddito di Cittadinanza. Sul primo, invece, è stata anche prorogata, l’opzione donna che prevede la pensione a 59 anni.

L’ultima non-discontinuità è il cosiddetto taglio del cuneo fiscale, valido solo per i redditi inferiori ai 26.000 euro e che andrà a sommarsi agli 80 euro di renziana memoria. “Cosiddetto” perché si tratta solo di un taglio delle tasse ai redditi bassi (non un male) con effetti 0 – come gli 80 euro – su produttività e aumento risorse per ricerca e sviluppo.

Il tema è complesso e consiglio la lettura di questo link per comprenderlo, ma nello specifico si tratta di una nuova gabbia di povertà – ovvero un meccanismo fiscale che disincentiva l’aumento del reddito – in perfetta continuità con i governi precedenti.



Il quadro generale della NADEF, e delle politiche del Conte II delineatesi in questo primo mese, è scoraggiante: ancora una volta, come nel 2018, nel 2014, nel 2013, nel 1996, nel 1994 etc. la discontinuità rimane uno slogan falso a fronte di una continuità reale.

Non abbiamo ministri in mutande sulle spiagge o faccioni che riempiono i social, né i mega-manifesti in giro per le strade o i premier col chiodo pronti al selfie, ma continuiamo e continueremo ad avere un paese disfunzionale, in cui ogni provvedimento, anche quello più assurdo viene confermato, in cui il PIL non riesce mai a superare il costo del debito ed in cui il governo si inventa numeri per far tornare, sulla carta, conti che nella realtà significa perdita di potere d’acquisto, contrazione salariale e depatrimonializzazione.

Continuiamo, insomma, ad avere una classe dirigente che si limita a fare politica e governare gli italiani piuttosto che a migliorare il paese.


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