La vera storia del Debito italiano [spoiler: è colpa nostra] – Italia in Cifre II

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Per 40 anni abbiamo fatto debito e spesa, il risultato è stata la contrazione del potere di acquisto dei nostri redditi: la UE non c’entra.

Cari lettori, seguitemi in questo strano, a tratti folle, racconto. L’enormità del debito pubblico italiano non è “colpa nostra”, ma è la causa da un mix di cause esogene avvenute negli anni 80 che noi, piccolo paese a sovranità limitata, abbiamo semplicemente subito in quanto succubi di “zio Sam”. Poi, perché guidati da perfidi neoliberisti esterofili (“euroinomani” mi sembra sia il termine specifico), siamo stati costretti ad entrare nell’Unione Europea i cui trattati – Maastricht soprattutto – hanno impedito al nostro paese di crescere condannandoci alla perpetua crisi che conosciamo. Una crisi da cui discendono la perdita del potere di acquisto e la disoccupazione.

Questo perchè ogni scelta fatta dai nostri governi degli ultimi 30 anni – “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro (1980), entrata nello SME (1992) – e quelle dei governi mondiali – WTO e ingresso della Cina (2001), Euro – è stata fatta su pressione di alcune centrali del potere mondialista, neoliberista e turbocapitalista in quanto invidiosi del modello produttivo e sociale italiano dello Stato-Madre, alternativo a quello liberal-liberista anglosassone.

No, cari lettori, non sono improvvisamente impazzito: quanto vi ho testè è grossomodo il sunto di quanto raccontano i vari Marco Rizzo, ByoBlu, Diego Fusaro, Stefano Fassina, Alberto Bagnai, Claudio Borghi, Paolo Becchi, Fabio Dragoni e gli altri sovranisti/antieuropeisti italiani. Non solo, è anche quanto soggiace alle improvvide dichiarazioni di Matteo Salvini e ai due programmi fotocopia di MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico.

Permettetemi di dirlo: non ho mai scritto nella mia vita una così vasta serie di fregnacce antistoriche. La realtà del debito pubblico, della sua esplosione negli anni 80 e della contrazione del potere d’acquisto di questo paese è molto, molto diversa.


 Tesoro e Bankitalia

Grafico I – Fonte: Italia dati alla Mano, elaborazioni su dati AMECO e Banca d’Italia. Da AMECO derivan le serie per i deflatore del PIL (serie PVGD), PIL a prezzi costanti (serie OVGD), interessi sul debito (serie AYIGD) e debito (serie UDGG).

Rispetto alla narrazione che ne fanno i vari sovranisti di destra e sinistra, quella di Fabio Sabatini, professore Associato di Politica Economica presso il Dipartimento di Economia e Diritto della Sapienza e Direttore dello European PhD Programme in Socio-Economic and Statistical Studies, ha un vantaggio: è storicamente accurata e gode del consenso della stragrande maggioranza degli ambienti scientifici internazionali.

Dice Sabatini: “l’accumulazione via via più incontrollata del debito inizia nel 1974 [Governo Rumor IV e Rumor V, Democrazia Cristiana], con un debito al 54,5% del Pil e si chiude nel 1994 con un rapporto debito/Pil al 124,3% [come testimoniato dal nostro primo articolo, NdR]”. Solod dal “dal 1995 [Governo Dini] in poi, l’Italia prova a riassorbire il debito accumulato in quei vent’anni e, con significativi sforzi chiude in attivo, al netto degli interessi [avanzo primario], 22 bilanci pubblici su 23 tra il 1995 e il 2017 che, però, non basta” [vedi grafico I, dal primo Italia in Cifre].

Nel 1975, il Governo di Aldo Moro (Moro IV) e Bankitalia, guidata da Guido Carli, vicino ad ambienti democristiani, “concordano che la Banca centrale debba garantire il successo delle aste dei titoli di Stato, stampando moneta per comprare le obbligazioni rimaste invendute” ovvero scaricando il costo dell’aumento del debito sulla lira, la quale si svaluterà in quei 5 anni del 40% sul dollaro. La conseguenza è che gli italiani subiscono, così, “un prelievo forzoso, nascosto e regressivo sotto forma di inflazione (che raggiunge il 21% nel 1980)” sui propri redditi”.

Nota Sabatini che tale meccanismo è quanto propagandato da chi, come l’on. Claudio Borghi, parla di stampare moneta, di Minibot e di uscita dall’euro.



Il Divorzio

Il successore di Carli a Bankitalia, Paolo Baffi, vicino a Ugo La Malfa (PRI), è fortemente contrario a quanto concordato da Moro e Carli, ma la volontà politica rimane tale fino al 1981 quando “Banca d’Italia è costretta a intraprendere un percorso di disinflazione” per evitare l’iperinflazione come accadde, nello stesso periodo, in Perù. Così “il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta (DC) e il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi concordano il famoso divorzio, nell’ostilità di tutti i partiti” ripristinando “l’autonomia nelle scelte di politica monetaria”.

L’obieittivo – peraltro uniformente accettato e praticato in tutti i paesi – sarebbe il miglioramento della disciplina fiscale del paese “visto che i governi dovranno ora confrontarsi con investitori veri per collocare i titoli di Stato con cui finanziare i passivi di bilancio”. O almeno così sarebbe dovuto essere perché in quegli anni, il paese entra nel craxismo e nella rincorsa all’elettorato moderato e alla DC messa in atto da un PSI lontano dalle sue radici operaiste. Rincorrendo tale chimera “per tutti gli anni 80 l’Italia continua a chiudere il bilancio con saldi primari negativi, diversamente dalle altre grandi economie europee”.

“In quel decennio il debito pubblico va fuori controllo e si passa dal 60% del Pil nel 1980 al 100% nel 1990, per salire [per avvitamento della spesa pubblica] ancora oltre il 120% nel 1994”. olo nel 1995 per evitare il default e grazie ai parametri europei i governi cominciano a ridurre deficit e debito, ma “nonostante gli avanzi primari la riduzione del debito è lenta” perché non si vanno a realizzare le necessarie riforme strutturali “atte a contenere la spesa per interessi e favorire la crescita del paese”.

 


Il reddito e la spesa improduttiva

Grafico II – Fonte Italia Dati. Salari medi per settore fra i maggiori paesi europei

Debito a parte, la principale vittima delle spese di quegli anni sono i redditi degli italani. Invece di investire per infrastrutture, formazione, o incentivare sviluppo e ricerca, i govenri trasformano le Leggi di Bilancio in macchine  atte “a distribuire prebende a fini elettorali” e a finanziare il consenso degli italiani: si crea un mostro chiamato “Pubblica Amministrazione” altamente inenfficente. L’Italia (Grafico II) diventà così un paese “speciale” dove i redditi medi della PA sono il 77% più alti di quelli del settore privato (nella statalista Francia, il privato ha redditi superiori al pubblico) e del 70% superiori a quelli dell’Industria (in Germania il rapporto è invertito, in Francia è pari a quelli del settore privato).


Debito e Lavoro

Grafico III –Dati Università di Groeningen, elaborazione FRED. Produttività in Italia TFP) dal 1950 al 2010

Dal 1995 in poi, l’economia mondiale parte generando, a cascata un effetto benessere che tocca anche il nostro paese e così nel 2007 il debito torno sotto quota 100%. Noi cresciamo, meno degli altri, ma quel tanto che basta per permetter ai nostri politici di procrastinara le riforme struttuali (PA e Pensioni su tutte). Ancora una volta il peso è scaricato sui redditi dei lavoratori.

Guardiamo il Grafico II che rappresenta la curva della Produttività (Total Factor Productivity) in Italia dal 1950 ad oggi e leggiamolo tenendo a mente la dinamica del debito pubblico (e dell’inflazione) che abbiamo raccontato nei paragrafi precedenti. La TFP misura la capacità di un Paese di “mettere insieme” in modo efficiente capitale e lavoro. Come nota Riccardo Sorrentino sul Sole 24 Ore ” dopo la crescita del periodo del “miracolo economico”, incomincia nel 1980 una lunga fase di stasi che “ben presto si trasforma in una vera e propria marcia indietro” fra il 1995 e che continua ancora adesso. La colpa è dei nostri governi, l’euro, al massimo, garantisce un costro del credito alle imprese troppo basso che ha mantenuto in vita, “nel nostro Paese come in altre economie del Sud Europa, aziende inefficienti che sarebbero altrimenti fallite”.

Mancata produttività, collasso del potere di acquisto ad essa collegata, mancate riforme strutturali: arriva la crisi del 2009-2011 , il Pil si abbassa di quasi dieci punti percentuali e il rapporto debito/Pil fin schizza sopra il 130%.


 

Ciao ciao reddito

Graf. IV –  Dati: Università di Groeningen, Elaborazione: FRED

Un ulteriore conferma di questo costante dumping salariale che predata l’euro e i trattati europei, si ha con il Grafico III che mette a confronto la percentuale di PIL per ora lavorata di Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, ovvero delle maggiori economie europee. La perdita reale dell’Italia dal 1980 ad oggi è  impressionante: nel 1980 eravamo allo stesso livello dell Francia, poi siamo stati superati da Spagna, Germania e infine dallo stesso Regno Unito. La correlazione è facile: a causa di politiche economiche basata su deficit e spesa improduttiva allo scopo di creare consenso nel breve termine l’Italia si è indebitata e ha progressivamente eroso il potere di acquisto dei salari italiani.

Sussidi, finanziamenti ed incentivi uniti alla solidità dell’euro e all’esplosione dell’export grazie alla globalizzazione ci hanno permesso di rimanere a galla, ma il nostro è un male strutturale che si annida in tutta la macchina pubblica come nel modello di impresa italiano. Predicare ancora maggior spesa e maggiori sussidi come fanno i due partiti di Governo non è aiutare il paese, ma continuare a somministrargli la stessa medicina inventata decenni orsono dalla Democrazia Cristiana e poi perpetrata dal PSI craxiano e il non-liberalesimo di Berlusconi.

Questo è quanto successo, cifre alla mano.

PS: per chi è interessato, consiglio il libro di Italia Dati alla Mano: il Malessere dell’economia italiana in 47 grafici, è gratuito.

 

Credits immagine: opera derivata diffusa sotto “Fair Use” (Freibenutzung) – quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale


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