Daphne Caruana Galizia, i Panama Papers e le cosche italiane – Aggiornamenti su Brexit, Iraq e Catalogna – il Ristretto del 18-10-2017

 Daphne Caruana Galizia, la giornalista investigativa maltese trucidata dall'esplosione della sua auto. Foto:  Conecta Abogados

Daphne Caruana Galizia, la giornalista investigativa maltese trucidata dall’esplosione della sua auto. Foto:  Conecta Abogados

La pista del narcotraffico sull’omicidio Daphne Caruana Galizia. Coinvolte forse le cosche italiane. Theresa May va a Bruxelles per sbloccare le trattative sulla Brexit. La Catalogna fra Puigdemont ed i ricatti del CUP. L’Iran in Iraq e la ripresa di Mosul.

La morte di una giornalista fra le cosche italiane e corruzione offshore

Il 16 ottobre la giornalista Daphne Caruana Galizia è rimasta uccisa alle 15:00 dall’esplosione della sua auto presso la sua residenza di Bidnija, nel nord dell’isola.

Spesso definita – in tono riduttivo – “una blogger”, poiché molte delle sue storie principali nascevano nel suo sito “Running Commentary”, in realtà Daphne Caruana Galizia era soprattutto una giornalista investigativa, considerata da POLITICO fra le 28 figure più influenti in Europa.

Dapne e Muscat. Una personalità indipendente ed incontrollabile posta al centro della tribolata scena politica maltese, uno stato dalle dimensioni di una cittadina, in cui la politica pervade costantemente la vita dei 420.000 abitanti. E lei non risparmiava nessuno, neanche l’attuale premier laburista Joseph Muscat, costretto nel 2017 ad indire elezioni anticipate proprio a causa di un’inchiesta di Caruana Galizia.

Una tornata elettorale vinta di nuovo dallo stesso Muscat, che ora concede l’onore delle armi alla sua “nemica”, sottolineando come egli “non avrà pace, fino a quando la verità [sull’attentato] non verrà fuori”.

Panama Papers. Nell’ultimo anno, infatti, assieme ai giornalisti dell’European Investigative Collaborations (EIC) e dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), Daphne Caruana Galizia aveva cominciato a lavorare al filone maltese – i cosiddetti Malta Files – dei Panama Papers: un archivio di oltre 11,5 milioni di documenti contenenti le informazioni di oltre 214.488 società offshore fra Lussemburgo, Panama, Malta ed altri paradisi fiscali.

Per una giornalista sempre attenta a quello strano mix fra politica, trusts, società off-shore e corruzione che si alimentano nel poco trasparente mondo finanziario maltese, un’occasione da non perdere: un’inchiesta che potrebbe, però, esserle costata la vita.

Soldi, narcos e cosche. Le società presenti nei Malta Files sono per lo più scatole vuote nate con lo scopo di evadere il fisco, riciclare denaro sporco e foraggiare la corruzione. Un universo ampio e complesso che coinvolge anche l’Italia e, oltre a varie personalità politiche e dell’economia italiana, le sue cosche mafiose.

In particolare, come riferisce l’Espresso in un reportage, il clan dei Casalesi, la ‘Ndrina di San Luca, quella dei Gennaro di Reggio Calabria, i Mazzaferro di Gioiosa Ionica e i Raso-Gullace di Gioa Tauro. Malta, infatti, sarebbe un “porto naturale” per le rotte del narcotraffico e per il riciclaggio dei suoi proventi.

La pista. Proprio seguendo questa pista, Daphne Caruana Galizia aveva cominciato negli ultimi mesi ad interessarsi ai legami fra la politica maltese ed il narcotraffico. Proprio in seguito ad alcuni articoli sui rapporti fra il leader dell’opposizione, il nazionalista Adrian Delia, e vari esponenti della criminalità maltese, sarebbero incominciate a giungere le minacce di morte.

Una coincidenza, o forse no: lo diranno le indagini. Quello che rimane, per noi osservatori, è il rammarico per la scomparsa di una giornalista che faceva il proprio lavoro e che è stata uccisa per questo.

Riposa in pace, Daphne Caruana Galizia.


 Theresa May, alle prese con il tentativo di salvare le trattative sulla Brexit ed il proprio governo. Foto:  EU2017EE Estonian Presidency  Licenza:  CC 2.0

Theresa May, alle prese con il tentativo di salvare le trattative sulla Brexit ed il proprio governo. Foto:  EU2017EE Estonian Presidency  Licenza: CC 2.0

Accelerare le trattative sulla Brexit, ok, ma come?

Nonostante le buone intenzioni della vigilia, l’incontro serale di lunedì 16 ottobre fra il Primo Ministro britannico Theresa May e il Presidente della Commissione Europea non avrebbe sbloccato le trattative sulla Brexit.

In un comunicato congiunto reso noto dopo la cena, i due leader hanno ribadito la volontà di andare avanti nella salvaguardia del Trattato sul Nucleare Iraniano, sulla lotta congiunta al terrorismo e sulla necessità di “velocizzare le trattative per l’applicazione dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona”, quello che regola l’uscita dall’Unione. Come questo possa essere fatto rimane, però, un mistero.

Al di là di alcuni cenni “agli sforzi fatti durante le trattative” e all’“atmosfera amichevole e costruttiva” dell’incontro, la cena sembra essersi conclusa con lo stesso risultato finora raggiunto dalle negoziazioni ufficiale: un gran nulla di fatto.

Theresa May, riportano alcuni diplomatici presenti all’incontro, sarebbe andata a Bruxelles con un unico obiettivo, ovvero ottenere più spazio di manovra per lei ed il suo governo. Tradotto: permettere al capo-negoziatore britannico Davis Davis di cominciare a discutere il futuro accordo commerciale post-Brexit fra Londra ed i 27.

Se non del tutto, almeno in parte, per aver qualcosa da presentare alla Camera dei Comuni, dove, fra le divisioni dei Conservatori, i Laburisti stanno riuscendo a mettere in crisi il governo.

La risposta di Bruxelles, sostiene il sito POLITICO, sarebbe stata la stessa di sempre, ovvero un laconico: “mi spiace, ma non possiamo fare altro per te”. Come sottolineano i vertici europei, questo durerà fintanto che Londra non si deciderà a presentare un vero e proprio piano dettagliato sulla Brexit, sui diritti dei cittadini UE presenti su territorio britannico dopo il 2019 e sulla contribuzione al budget europeo rimanente.

Come ha, infatti, sottolineato il Ministro degli Esteri finlandese Samuli Virtanen, “a volte è molto difficile capire cosa i Britannici vorrebbero da queste trattative”.


Crisi catalana: l’aggiornamento

Dopo il botta e risposta di lunedì, dove il Primo Ministro spagnolo Mariano Rajoy aveva rimandato al mittente la proposta del Presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, di una “sospensione” di due mesi dell’indipendenza atta a riaprire il dialogo con Madrid, inizia un ulteriore capitolo della crisi catalana.

In un comunicato stampa del 18 ottobre, Rajoy si è detto disposto a non applicare l’articolo 155 della costituzione spagnola, quello che regola la sospensione di un governo regionale, qualora Puigdemont convocasse le elezioni. Un opzione a cui, Puigdemont, il cui governo si regge sulla fragile alleanza fra gli indipendentisti della Junt pel sì e l’estrema sinistra del CUP, non sarebbe interessato.

Intanto proprio dal CUP arriva l’ultimo strappo. Per il partito di ispirazione “chavista”, Puigdemont, dichiarando e poi sospendendo l’Indipendenza, avrebbe tradito gli ideali indipendentisti.

La soluzione? Una nuova dichiarazione da sottoporre al Parlamento Catalano il prima possibile. In alternativa il CUP farà venr meno il proprio appoggio al governo, portando Puigdemont e la Catalogna a nuove elezioni.


L’offensiva irachena contro i Curdi: dopo Kirkuk, Mosul e il Sinjar

Dopo Kirkuk, un altro simbolo del possibile futuro stato curdo viene riconquistato dall’esercito iracheno. Si tratta della diga di Mosul, il principale bacino idrico del paese. A darne l’annuncio, lo stesso governo di Baghdad.

Anche qui, come a Kirkuk, ci sarebbero stati degli scontri fra i Pehsmerga curdi e i paramilitari sciiti delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF). In questi sarebbe morto Ahmed Obeidi, vice-Comandante dell’intelligence delle PMF. La diga, al cui consolidamento sono impegnati alcuni ingegneri italiani, sarebbe stata ceduta invece dai curdi direttamente all’esercito iracheno, in maniera pacifica.

L’avanzata dell’esercito iracheno, riporta il Financial Times, non si fermerebbe qui, ma punterebbe alla riconquista di tutto il territorio passato sotto il controllo curdo a causa delle precipitosa ritirata delle forze di sicurezza irachene nel 2014.

A lato dell’avanzata, il Primo Ministro al-Abadi ha dichiarato l’esperienza del referendum curdo come “esaurita” e ha richiamato tutte le parti costituenti della Federazione irachena – sciiti, sunniti e curdi – al dialogo.

Intanto il KRG, i cui Pehsmerga avevano accusato l’Iraq di aver dichiarato guerra al Kurdistan, guidato da Mass’ud Barzani sembra attendere le decisioni dei propri alleati, in particolare degli Stati Uniti.

Quest’ultimi si tengono ai margini della disputa, sottolineando la propria “preoccupazione per la presenza dei miliziani della PMF, armati ed addestrati dall’Iran, nelle aree tornate sotto il controllo iracheno”.

Scrivo e mi diverto. Filippo Turati non è solo toponomastica, ma è stato uno dei più brillanti politici italiani. Se mi dicessero di votare ora, implorerei Odino di darmi il dono della preveggenza. Se mi chiedono di dove sono, sono nato lì, ma ho vissuto anche là e là, e anche laggiù, a volte dico che sono nato a Imperia, ma per sbaglio perchè sono di Genova. Se mi chiedono dove vivo, rispondo: fai tu, ma fra Berlino e Torino.

Lettore accanito, gamer per scelta e passione. Battlestar Galactica batte ogni serie televisiva (Star Trek compresA). Gra Jordan, Kobe e LeBron io scelgo Magic e i Lakers, SEMPRE. Come mi definirei? Un nerd con un dottorato in Archeologia che ha scelto di scrivere per passione.

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