LA RICCHEZZA FA LO STATO: ANALISI DELLA CRISI 2020

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In Italia si pensa che la ricchezza la faccia lo Stato, ma in realtà è il contrario. Per questo questa rischia di essere la crisi finale.

Tesi: la crisi del 2020 è di carattere solo esterno, se non ci fosse stata la pandemia, non staremmo male, anzi!

Controtesi: la crisi del 2020 è stata aggravata dalla pandemia, ma eravamo già uno Stato malato e ora rischiamo di morire per “patologie pregresse”.


La crisi che è, la crisi che fu

Partiamo dai dati sulla crescita del PIL Italia

  • 2017, 1.67%
  • 2018, 0.8%
  • 2019, 0.3%
  • Previsioni 2020 pre-pandemia: fra il -1 e lo 0.1%
  • Previsioni 2020 post-pandemia: – 12%

Roma abbiamo un problema!

La crescita del paese è stagnante da almeno 3 anni. Prima della pandemia, inoltre, non eravamo tornati ancora ai livelli del 2009 e, di male in peggio, stiamo tornando ai livelli di Pil precedenti all’entrata nell’Euro (e basta guardare la figura 1 qui sotto per capire che non è un bel dato).

Il Sistema Italia è cresciuto nei rutilanti anni post 2000 grazie alla crescita globale portata dal WTO, ma non ha costruito – e non lo hanno fatto né i governi di sinistra che quelli di destra – su questa crescita. Eravamo deboli e per questo abbiamo sofferto tantissimo la doppia crisi 2009/2011 da cui non ci siamo mai ripresi veramente (prima della pandemia eravamo l’unico paese a non esser tornati ai livelli di Pil del 2009) e in queste condizioni siamo entrati nel 2020.

Qualcuno dirà che la “politica risolverà tutto perché essa tutto può e l’economia è solo un accessorio”, ma la realtà è che senza soldi non ci sono entrate fiscali e, a cascata, niente servizi, investimenti etc. 

I soldi (e il Pil) non faranno la felicità, ma la ricchezza (e il PIL) tiene in vita lo Stato: la ricchezza fa lo Stato.

Ma intanto l’Europa ci salverà… o no? Ci arriverò, datemi ancora un secondo.


Fig. 1: dati FRED, University of St. Louis.

Radiografia dell’Italia

Da decenni, il problema del declino economico del paese è endogeno: non è colpa dell’Euro, del liberismo, della globalizzazione, del surplus commerciale tedesco (ma che, davvero?!?), della pigrizia mediterranea, dell’evasione, della mafia o chissà di cosa.

Da qualunque punto lo si voglia vedere, il nostro è stato ed è un problema di natura strutturale ovvero sociale, politico, economico e strutturale. L’Italia non è un paese “statalista” efficiente come al Francia e non segue neanche un oculato – e intimamente keynasiano – piano come la Germania, ma è un paese in cui per tante vie traverse, spesso ufficiose, la politica e lo Stato soprattutto hanno un forte potere decisionale sull’economia del paese.

Un tempo avevamo l’Iri e le compagnie statali, ora:

  • organi parastatali come ENI e le altre controllate pubbliche;
  • il sistema delle fondazioni bancarie a nomina pubblica con cui i partiti controllano le banche;
  • il sistema delle concessioni tramite cui il governo controlla più o meno direttamente parte consistente dell’imprenditoria e, con essa, Confindustria;
  • la burocrazia che rende volontariamente difficile l’emergenza di nuovi player economici;
  • le municipalizzate, con cui si rendono i nostri servizi pubblici inefficienti;
  • la fiscalità smangiucchiata per favori elettorali ad ogni livello, etc.

Il risultato è che perdiamo ricchezza, blocchiamo la scala sociale trasformando le libere professioni in business ereditari corporativistici, alimentiamo la corruzione (se la macchina pubblica ha meno potere, ha anche meno possibilità di esser corrotta), la criminalità  e il malaffare spingendo sempre più risorse umane e imprenditoriali a fuggire all’estero.

Un sistema che si autoalimenta e per cui cerchiamo continue scuse indipendentemente da chi governa.


La soluzione di non trovare soluzione

Eppure, questo sembra non importare, perché la crisi odierna non è colpa del sistema paese, ma “totalmente esterna”, esogena appunto. O almeno così dice la narrazione della politica stessa in una forma estrema di autodifesa.

Messa in quest’ottica – che è quella di Conte e del Governo – la soluzione è semplicissima: il paese si rilancia non facendo altro che alimentare il sistema esistente con nuovi fondi. Esteri stavolta, perché i nostri li abbiamo finiti. 

Da un po’.

La cosa non fa piacere all’Europa che, giustamente, richiama all’ordine e lo fa costantemente, solo che tali richiami vengono – coscientemente – ignorati dai media italiani.

Mentre Ursula von der Leyen esprimeva solidarietà all’Italia e rilanciava il Recovery Fund, ammoniva chi voleva usare quei soldi per “ripetere gli errori del passato”. 

Mentre Angela Merkel parlava di una sovrapposizione fra interesse europeo e tedesco ad aiutare il nostro paee, contemporaneamente ammoniva a non cercare scorciatoie.

La prima parte di questi discorsi l’abbiamo sentita, la seconda no perché quella è la parte che noi italiani non vogliamo ascoltare: noi non abbiamo colpe, quelle sono della Germania, dell’Olanda, della globalizzazione o di chissà cos’altro possiamo pensare.

Ah, sì, vero: il Covid che è un problema, ma come nella realtà fa più male laddove ci sono patologie pregresse.

Ma lo dice anche Conte, no? I nostri conti sono in ordine e per dirlo basta ignorare il debito alto, la spesa in aumento, il sistema pensionistico sempre meno sostenibile, un tasso di occupazione fra i più bassi d’Europa e la mancanza strutturale di risorse.

Per il resto tutto in ordine.


La realtà

Il rischio – se ci ostiniamo a non guardare in faccia i nostri problemi – è quello di diventare un paese tenuto artificialmente in vita dalla UE approfittando del fatto che – per ora – essa ha deciso che non può permettersi di perdere l’Italia.

Ovviamente sperando che questi mitici aiuti siano infiniti.

Facendo un parallelo storico, siamo sulla via di rifare lo stesso errore degli anni 80, quando pensavano che la “ricchezza” si potesse creare dal nulla con i fondi pubblici. O quello dei 2000 in cui ci illudemmo di poter crescere senza riformare nulla sulla spinta degli altri paesi.


Conclusioni

Facendola molto semplice, 3 sono i principali problemi del paese:

  • spesa pubblica inefficiente;
  • debito difficilmente sostenibile;
  • un sistema fiscale talmente bizantino e teso a tarpare la crescita e mantenere poveri i poveri da riuscire a rendere tutti insoddisfatti.

Da qui dovremmo partire per rendere realmente utili la pioggia di miliardi che arriverà dall’Europa. Si tratta di riformare il sistema il che non vuol dire “tagliare le tasse senza toccare la spesa” o “rendere l’economia forte semplicemente con la nazionalizzazione”, perché è esattamente quanto abbiamo già fatto decenni addietro e – mi pare palese – non ha avuto grandi risultati sul medio/lungo termine.

Dovremmo pensare a questo e invece tocca leggere dibattiti su Alitalia, il ponte sullo Stretto, bonus vacanza, bonus MBA e chissà cos’altro.


Approfondimenti:

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