Crisi Italia: sei mesi bellissimi fra (tanti) annunci e numeri (pessimi)

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Sei mesi di stagnazione verso una crisi che se non sarà economica, sarà certamente politica o sociale: un’antologia.

Il 31 dicembre 2018 la Gazzetta Ufficiale pubblicava la legge n. 145 30/2018 intitolata “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021“. Era la versione definitiva bollinata dalla Commissione Europea. Sono passati 6 mesi da quella legge che ha rappresentato – nel gergo della coalizione di Governo – l’inizio dell’anno bellissimo (Conte) quello della crescita al 3% (stima “pessimistica” del Prof. Savona),  delle “misura per la crescita che daranno i loro frutti” (Salvini) e della”restituzione dei soldi ai cittadini” (Di Maio).

I risultati economici:

  • Crescita del PIL prevista: 0.1%;
  • Indice PMI industria (>50 è positivo): 49.70 (era 53 dodici mesi fa);
  • Indice PMI servizi (>50 è positivo): 50 (era 54 dodici mesi fa);
  • Disoccupazione giovanile: 31,4% (+0,8%);
  • Produzione industriale (aprile): -0.7 (in trend negativo);
  • passività sull’estero: 22.1 mld (in aumento);
  • Aibe Index (indice di attrattività del settore industriale per investitori esteri): 42.9/100 (era 43.3 dodici mesi fa);
  • fuga dei risparmatori italiani dai Titoli di Stato.

Soprattutto: aumento della spesa corrente previdenziale aumentando il gap generazione e peggioramento della dinamica del debito nominale.

I risultati politici:

Un sostanziale disastro che viene negato dal Governo o, quando accettato, collegato puramente a fattori esogeni, siano essi la congiuntura (Di Maio/Minenna) o la strutturazione dell’eurozona e del patto di Stabilità (Savona/Borghi/Bagnai).

Districarsi in quanto è successo in questi sei mesi è difficile, per questo vi proponiamo, usando gli articoli passati, un’antalogia della crisi, le sue cause e il peso che ha avuto questo Governo nella sua esplosione anche in relazione ad errori che vanno avanti da 40 anni. Un sentiero che ci porta ai possibili scenari futuri, ovvero: elezioni, patrimoniale e/o  disastro (uscita dall’euro o crisi del debito).


L’aumento dell’IVA

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Appena la manovra definitiva viene letta emerge immediatamente il dato politico: delle due misure “principi” del Governo, Quota 100 e Reddito di Cittadinanza, non c’è traccia. Ovvero, c’è solo lo stanziamento di due fondi atti alla sua attuazione e nient’altro: i provvedimenti vengono lasciati ad un secondo momento. Qualcosa, però rimane scritto nero su bianco, nel secondo articolo della stessa: l’aumento progressivo dell’IVA dal 2020 in poi per controbilanciare l’aumento del debito.

DI Maio/Salvini si affrettano a dire che quell’aumento non ci sarà, che le risorse saranno trovate, mentre Tria favoleggia una riforma fiscale finanziata con l’aumento dell’IVA. Quale sia il futuro, siamo a giugno e dei fondi necessari per disattivare l’IVA non c’è traccia, tant’è che OCSE, UE e agenzie di rating, ad oggi, non sanno cosa succederà.


La non crescita

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Progressivamente, il problema del debito italiano comincia a palesarsi e a poco serve l’ottimismo di Conte, i “me ne frego” di Salvini o le rassicurazioni di Tria. Dall’Europa si cominciano a chiedere come possa l’Italia tener fede ai numeri scritti in manovra con un PIL che, anche nel generale rallentamento europeo, stagnante. A poco serve richiamare i 18 miliardi di privatizzazioni del patrimonio pubblico italiano o della spending review: dopo 6 mesi il totale delle privatizzazioni ammonta a zero e di spending review non si è vista l’ombra.

Piuttosto si pianifica di dare ulteriori soldi a Alitalia (il cui prestito ponte diventa “infinito”), di nazionalizzare CARIGE e Popolare di Bari, mentre della cessione da parte del tesoro di MPS non si sa più nulla.

Al Governo fanno finta di niente, Di Maio parla di Boom economici basati sulle autostrade digitali e pur di confutare i numeri che attestano il declino, si parla di errori di calcolo, di atteggiamento pregiudiziale di UE, OCSE, agenzie etc. Si arriva anche a festeggiare un +0.1 di PIL nel primo trimestre come se fosse una conquista epocale.


La bocciatura OCSE

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Passano i mesi ed arrivano le prime bocciature, prima di tutto dall’OCSE, l’organizzazione indipendente di cui fa parte anche l’Italia e che monitora le economie delle prime 30 economie del mondo. La bocciatura è totale e le risposte da parte del governo sono dure. Salvini si chiude nel diniego, spiegando che – per lui – è inutile parlare di bocciature quando non si sono ancora visti gli effetti della manovra, ignorando ogni base di econometria e di economia.

Di Maio passa all’attacco accusando l’OCSE di essere pregiudizialmente anti-Italia e contro il Reddito di Cittadinanza. Un errore quello del Ministro perché, nel rapporto OCSE, un intero paragrafo è dedicato a come rendere efficiente e realmente utile – per l’economia e i disoccupati – il RdC. L’Italia, però, è in altre faccende affaccendata, si parla di Cina e della One Belt, One Road di Xi Jinping. Il Governo, prima con i sottosegretari Geraci e Rixi (non ancora dimissoniario dopo la condanna in Liguria), infine con Di Maio sono lanciati verso l’alleanza con Pechino vista come volano per quegli investimenti che il paese non riesce ad attirare.

Per ora, un fuoco di paglia.


L’arrendersi alla crisi

Osservando la questione da fuori e lontani dalla partigianeria Governo-Opposizione, la politica del Governo italiano appare dettata da tre diversi impulsi:

  • le necessità elettorali, perché le europee di maggio – che diventa un confronto Lega-M5S – sono alle porte;
  • la ricerca dello scontro con la UE per allontanare dal Governo le responsabilità della stagnazione;
  • l’ammissione che al declino dell’Italia non c’è soluzione che tenga che una, deficit, deficit, deficit.

Nella retorica governativa si accentuano i richiami a misure di controllo nazionale e politico di marchi e produzioni, mescolato a idee neokeynesiane e complottismi di ogni tipo (si cita Soros, i potentati economici, etc). Siamo ancora lontani dai minibot, ma la strada è segnata.


Salvinomics

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Già prima, ma soprattutto dopo le elezioni europee di maggio, diventa chiaro che il vero dominus del Governo è Matteo Salvini, non solo in materia di migranti e sicurezza, ma anche sui temi economici che sempre di più diventano argomento delle dirette facebook e degli interventi politici del Ministro. Nasce la Salvinomics, ovvero una visione di politica economica ricalcato in gran parte sul modello statalista/partitocratico degli anni 70/80, idolizzati dal Ministro e il suo entourage a scapito della realtà storica, ovvero l’alta inflazione (tassa occulta sui salari) e i vari prestiti che l’Italia comincia a chiedere all’estero per salvaguardare i suoi conti.

L’obiettivo è il collegare direttamente la maggior spesa, in deficit, all’aumento dell’occupazione nonostante i dati i dati storici dimostrano esattamente il contrario: più si alza deficit e debito, più sale la disoccupazione. Ilrisultato è un’accozzaglia di idee che afferiscono, direttamente, a modelli economici di tipo nazional-socialista (uso del risparmio privato per il bene dello Stato, controllo politico su Bankitalia etc).

Nel frattempo, in seno alla maggioranza riprende voce la componente leghista afferente alla Modern Monetary Theory, quella che sostiene che inflazione e debito non siano un problema fino a piena occupazione, che la moneta serva a produrre lavoro e che, in fondo, dobbiamo uscire dall’euro, stampare lire e non pensare ad altro. Il risultato sarà l’apertura del dibattito del momento: i minibot.


La procedura e l’euro

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Arriviamo ai giorni nostri con la procedura di infrazione da parte dell’europa e le sparate del Governo contro l’Unione Europea a cui si unisce la montante propaganda NoEuro portata sapientemente avanti dal trio Borghi/Bagnai/Savona. Il tutto mentre passa inosservato, agli occhi della maggioranza degli elettori, il vero vulnus della Manovra del Popolo messo nero su bianco dalla Commissione europea:

“lo stock di debito priva il paese dello spazio necessario per stabilizzare la sua economia in caso di shock macroeconomici e rappresenta un fardello inter-generazionale che andrà a incidere negativamente sugli standard di vita delle generazioni future di italiani. L’alto livello di spesa pubblica per previdenza sociale limita la possibilità di spesa in altre misure sociali e pro-crescita quali l’istruzione e gli investimenti”.

Più che una condanna, un monito indirizzato direttamente a questo governo le cui “scelte politiche hanno contribuito al rallentamento macroeconomico dell’Italia”.

Tria viene mandato a Bruxelles a rispondere alla Commissione e con se porta… nulla, se non promesse di una crescita del PIL che “starebbe arrivando”.

Intanto, in un’Italia sempre più isolato politicamente in Europa, impazza la domanda dell’estate: usciremo dall’Euro?


Epilogo: l’Italia, consigli per la comprensione

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Si conclude così la nostra antalogia sulla crisi italiana. Rimane aperto il capitolo degli scenari futuri, ovvero che cosa succederà nei prossimi mesi. Per le agenzie di rating, la risposta è semplice: elezioni anticipate prima dell’autunno o, secondo caso, un governo tecnico di “salvaguardia” dei conti. Scenario più che plausibile e che vedrebbe in prima fila Carlo Cottarelli o, se tale governo arrivasse a novembre, Mario Draghi. Forse tale governo avrebbe il merito di evitare scenari ben più apocalittici, ma avrebbe una controindicazione: permetterebbe ai responsabili della crisi di non doversi assumere le proprie responsabilità di evitare il disastro e smantellare pezzo per pezzo le proprie politiche economiche fallimentari.

Tale governo, in sostanza un “Monti II, forse metterebbe in sicurezza l’Italia nel breve periodo, ma la condannerebbe nel lungo, perché manterebbe in vita quella visione dell’economia distorta che è alla base non solo di questo governo, ma, chi più chi meno, dei precedenti, fra cui le balle sul debito “positivo” e il modello superfisso del mondo del lavoro, non aggredendo i problemi strutturali: spesa pubblica e stagnazione della produttività.

Ora ipotizziamo che il Governo non cada e che non intenda, però, retrocedere dalla politica economica fin qui portata avanti. Ipotizziamo, inoltre, che la propaganda NoEuro sia solo uno strumento di pressione contro Bruxelles. A quel punto il Governo avrebbe una sola strada, la quale sembra essere già ben presente nella mente dei protagonisti di questa storia: una patrimoniale, ovvero uno strumento che “permetta di usare il risparmio degli italiani” (cit. Salvini).

Una patrimoniale senza riforme strutturali che, al di là degli effetti negativi su consumi e domanda interna, non avrebbe altro effetto – come one-off – di far riproporre questa discussione nel 2021.


Il Caffè e l’Opinione

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