coronavirus, conte, italia, contagio, recessione, crisi economica, debito, deficit

La recessione non sarà colpa del coronavirus, ma solo nostra

Simone Bonzano #società, featured, il Caffè Leave a Comment

Non andremo in recessione per colpa del coronavirus, che funzionerà solo da accelerante, ma per colpa nostra, dei cittadini di questo paese.

Perché “rischiamo” la recessione?

In parte, e sarebbe stupido pensare al contrario, è colpa del SARS-CoV-2, l’oramai famigerato “coronavirus”, ma un virus, da solo non basta, soprattutto perché non siamo la Cina. Come nella realtà il virus fa più danno a chi ha già altre patologie o, semplicemente, è più fragile e lo Stato italiano è il perfetto caso di un malato cronico con difese immunitarie allo stremo.

Entreremo in recessione, infatti, non solo per colpa del numero dei contagi, ma perché l’epidemia ha messo in luce la nostra infinita debolezza economica e l’altrettanto immenso provincialismo sociale e culturale nostrano.

Non è “LA” causa, ma l’ennesima conferma di qualcosa di tanto noto come ignorato: il declino di un paese.



Come andremo in recessione

Secondo il Ref Ricerche, l’epidemia costerà al PIL di Lombardia e Veneto, le due regioni più colpite, circa il 10% del proprio PIL. Visto che le due regioni coprono il 31% del PIL del paese e buona parte di quel 25% del PIL che deriva dalla produzione industriale, il danno per il paese sarà la perdita di circa 9 mld nel primo trimestre e 27 nel secondo, rispettivamente -1% e -3%.

In pratica, nei soli primi 6 mesi del 2020, bruceremo risorse pari all’importo totale dell’attuale Legge di Bilancio.

Capire cosa succederà dopo è possibile solo se passiamo alle arti mistiche, come la divinazione. Si parla, infatti, di effetti su cui l’Italia non avrà alcun tipo di controllo. Nello scenario migliore, quello che prevede la contrazione dell’epidemia per merito dei “caldi primaverili” e la creazione di un vaccino, nel secondo semestre potremmo avere un rimbalzo del PIL. Nel peggiore dei casi, ovvero l’allargamento del contagio ad altri paesi, potremmo assistere ad un pericoloso effetto domino con estensione dei blocchi produttivi e aumento del numero delle filiere internazionali che ridurrebbero, fino ad azzerare, le scorte dei semilavorati.

Come illustrato qui, gran parte del nostro export e della nostra produzione industriale dipendono dall’esportazione di tali prodotti ergo, se gli altri paesi andranno in crisi, le loro aziende diminuiranno la produzione e, a cascata, aggraveranno la nostra situazione. Questo indipendentemente da quanti miliardi verranno spesi nei prossimi decreti correttivi anti-crisi, siano essi 7 (come vorrebbe Gualtieri) o 20 (come chiederebbe Salvini).


La crisi che era, la crisi che è

Quindi colpa del virus?

Magari! La crisi di oggi colpisce un paese che rischiava la recessione a priori dell’epidemia e per evitare di entrare nel tecnico cercherà di semplificare.

La LdB 2020 del Governo Conte II prevedeva un deficit del 2.2% su una crescita del PIL posta prevista allo 0.6%. Poco prima dell’esplosione della crisi, tale previsione era già stata abbassata a 0.2% non per l’evoluzione della crisi cinese, ma in seguito alla pubblicazione del dato di crescita del quarto trimestre 2019: -0.3%.

Eravamo, quindi, già ammalati.

Il dato negativo è frutto di tanti fattori, fra cui, in sintesi, la sfiducia del comparto produttivo del paese e dei consumatori italiani – le famose aspettative – nella capacità di questo governo di condurre il paese alla crescita economica e a risolvere quei blocchi strutturali di cui tutti parlano e in pochi, hanno provato veramente a risolvere.


I Conte

Colpa del governo allora?

Sarebbe comodo dare tutta la colpa di questa situazione all’attuale esecutivo. In fondo è lui che non è stato capace di gestire il periodo che è andato dalla comparsa del SARS-CoV-2 in Cina fino all’arrivo dello stesso in Italia, in cui si sarebbe dovuto emanare direttive per la gestione dell’eventuale crisi sia dal punto di vista organizzativo che comunicativo.

Ne è risultato il panico e comportamenti autolesionisti da parte degli amministratori locali. Come il governatore della Lombardia – Fontana (Lega) – che fa una diretta per mettersi la mascherina, quello del Veneto – Zaia (Lega) – che racconta di cinesi che “mangiano topi vivi” o quello del Piemonte – Cirio (FI) – che, in un eccesso di zelo, blocca l’intera regione per un singolo caso.

Atteggiamenti che hanno veicolato – in Italia e all’estero – l’idea di un Italia piombata nella sceneggiatura di “28 giorni dopo” ovvero alle prese con un’epidemia imbattibile. Non ha aiutato la popolazione, ha annientato il turismo (in alcuni casi si parla di una contrazione del 40% del PIL legato a questo settore) e ha danneggiato l’immagine del tessuto produttivo/sociale delle suddette regioni.

Ma, come dicevo, non si può dare la colpa solo a questo governo, perché, a priori del virus, eravamo già a due passi dalla recessione economica grazie anche ai provvedimenti della LdB 2019, la cosiddetta Manovra del Popolo. Per chi è interessato ad approfondire rimando a quest’articolo, ma la sintesi è che con quella manovra abbiamo sperperato risorse in una serie di provvedimenti il cui impatto è stato palesemente inferiore alle aspettative (come poi appurato dallo stesso Ministero dell’Economia).

Sperpero che è continuato con la LdB 2020 che è in perfetta continuità con quella precedente. Quota 10 e Reddito di Cittadinanza (come ha esplicitato anche l’attuale Governo) ne sono l’esempio principale, ma si possono citare anche il Decreto Dignità, quello Crescita e quello Sbloccacantieri per il Conte I e il Bonus 100 euro o “taglio del cuneo fiscale” per il Conte II (qui il perché).

NB: al momento della caduta del Conte I, nessuna delle sparate pubbliche di Salvini – rottura dei parametri di Maastricht, super-deficit, flat-tax, etc. – erano prese in considerazione dal Ministero.


La nostra lungo degenza

Colpa dei governi Conte quindi?

Anche qui, ahimé, o, perché la strutturale debolezza del paese è frutto di un lungo processo di decisione che, a ritroso, ci porta indietro fino agli anni 60 [per chi è interessato rimando alle conversazioni fra Thomas Manfredi e Giovanni Federici ne “Le serie storiche” per LiberiOltre e quest’articolo, NdR].

Si tratta di una lunga sequela di leggi e provvedimenti riassumibili così:

  • progressiva industrializzazione del paese con ingenti investimenti pubblici (giudizio positivo);
  • aumento dell’instabilità sociale dovuto agli enormi cambiamenti sociali a cui la politica (principalmente la DC) ha risposto gonfiando la Pubblica Amministrazione (giudizio negativo);
  • interventi fiscali volti a determinate fette di elettorato a seconda dei governi e delle maggioranze pro-tempore con relativo sfascio del sistema (giudizio più che negativo, vedi qui);
  • commistione fra imprenditoria privata e potere politico (in parte grazie alla totale assenza di una legge sui partiti) legiferando “ad-hoc” che è andata a complicare ancora di più la macchina pubblica oltre a storpiare il nascente capitalismo italiano, diventato una succursale del potere politico;
  • uso costante del deficit di bilancio per finanziare provvedimenti di scarso impatto economico a medio-lungo termine, quando non direttamente negativo.

Quando il sistema è andato in crisi, gli stessi mezzi sono stati usati per mantenerlo in vita il sistema ed evitare quelle riforme di cui si favoleggia da anni.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti:

  • PIL nominale stagnante con crescite nell’ordine dello zero virgola e un’intrinseca fragilità ad eventi esterni (cresciamo a ruota dei nostri clienti internazionali);
  • produttività stagnante con conseguente stagnazione dei redditi (da dipendente privati);
  • aumento della spesa pubblica;
  • un sistema fiscale altamente inefficiente ed iniquo (e questo è un discorso che dovrebbe diventare una bandiera della Sinistra che parla di “giustizia sociale” coniugandola con “aumentiamo le tasse a…” quando il sistema è disseminato di trappole di povertà);
  • un sistema pensionistico progettato per andare a danno dei nati dopo il 1980.

Elettori di parte

Quindi, se siamo in recessione è colpa della politica italiana?

Sarebbe bello identificare populisticamente nella “ka$tah” il responsabile, ma, in realtà, siamo tutti coinvolti e responsabili.

Per il combinato disposto di un generale disinteresse alle vicende politiche e una grande dose di analfabetismo funzionale (ed economico), in Italia tutto gira attorno ai partiti. Essi non solo determinano gran parte della vita economica del paese (spesso senza benché minima percezione della stessa da parte degli elettori), ma ne influenzano quella sociale. Si è “pentastellati” o “piddini”, “renziani” o “salviniani”, addirittura qualcuno si definisce “mattarelliano” o “contiano” in un crescendo di aggettivi che trasformano la politica da confronto di idee a parte dell’identità del singolo. Un tempo questo succedeva con i partiti – “comunisti”, “socialisti”, “democristiani” – ora è legato a “ cosa dice il leader” in un processo di identificazione che svuota dibattito e idee.

Così, la “Flat Tax” è solo quella di Salvini, la politica si rende efficiente SOLO “tagliando parlamentari” o “cambiando la legge elettorale”, il paese diventa governabile SOLO se “eleggiamo il sindaco d’Italia” e così via fino al “cresciamo solo se facciamo deficit” perché “la colpa della nostra crisi è dei parametri di Maastricht”.


Parole a caso

Personalmente mi fa imbestialire il “la crisi italiana è colpa del neoliberalismo (o del capitalismo)” proferita da persone che, nel migliore dei casi, non sanno neanche spiegare il perché sarebbe così, figuriamoci definire neoliberismo e capitalismo. Ma “è così” perché lo ha detto il politico/giornale/commentatore di fiducia: una accettazione fiduciaria, ideologica appunto, che non prevede l’utilizzo del pensiero critico.

Poco importa che a contrastare tali idee esistano decine di report e dossier di varie organizzazioni internazionali e centri studi indipendenti perché per l’Italiano medio nessuno “può” essere realmente indipendente, ognuno ha la sua agenda segreta: siamo stati cresciuti in un sistema di clientele e amicizie, dove “l’amico” ti aiuta a saltare la fila o a trovare lavoro o non pagare la multa, come possiamo credere che esistano professionisti autorevoli?


La comunicazione che manca

Arriviamo così all’ultimo punto: la comunicazione, la quale ci permette di tornare al nostro punto di partenza, ovvero il coronavirus.

A fronte di un sistema politico autoreferenziale e di un’opinione pubblica polarizzata e, nella maggioranza dei casi, incapace di distinguere realtà da percezione, propaganda da concretezza, i mezzi d’informazione potrebbero riportare in auge il principio di realtà, ma, ahinoi, non è così.

Senza perderci in lunghe disamine storiche sulle pecche dei media italiani, la situazione è la medesima:

  • visto che il sistema della sottoscrizione, in Italia, non si è ancora realmente affermato, un giornale/media vive di pubblicità;
  • le pubblicità, online, si basano sul numero delle visualizzazioni delle pagine;
  • un titolo urlato o capace di emozionare (che vuol dire anche impaurire) aumenta i passaggi secondo il principio del clikbait.

Si tratta di un fenomeno ampiamente diffuso e, se usato correttamente, può anche essere utile per attirare lettori alla corretta informazione, ma, nello specifico, i media italiani ne abusano.

Il caso del coronavirus è esemplare, fin dal primo caso e indipendentemente dalla testata, abbiamo assistito alla corsa alla notizia, al paziente 0, al numero dei morti, dei contagi, alle misure di contenimento, al come difendersi, al cosa non fare etc. Una rincorsa alla “paura del morbo” durata 96 ore che si è conclusa, di colpo, appena sono cominciati a uscire i numeri dei possibili danni economici del panico.

Si è assistito anche all’iniziale marginalizzazione di chi, come Maria Rita Gismondo o Ilaria Capua, cercavano di riportare la calma in un paese che si preparava all’epidemia di peste nera più che a quella del coronavirus.

Nello specifico siamo stati “fortunati”, perché la corsa alla paura è durata solo quattro giorni, ma fenomeni simili sono all’ordine del giorno in Italia.

Un esempio di cui ho parlato in questo blog è quello del clima dove la polarizzazione, grazie anche ai media, ha scisso l’opinione pubblica fra negazionisti e ultra-interventisti in uno scontro fra incredulità e terrore che cancella non tanto le soluzioni pragmatiche, ma l’intero dibattito (tipo il “come gestiamo socialmente la transizione da fossile a green considerando quanti posti di lavoro e specializzazioni acquisite dipendo ancora dal fossile?”).



Quindi è colpa dei media se andiamo in recessione?

Magari, ma no, la colpa è nostra, ovvero dei cittadini di questo paese. Media e politici, infatti, sono solo lo specchio del paese: essi comunicano in questo modo perché questo “è” il modo con cui riescono a massimizzare le visualizzazioni e, come tale, gli incassi pubblicitari o, nel caso dei politici, gli incassi elettorali.

Siamo noi che ci fidiamo del politico per “presa di posizione” (come succede con il PD o FdI) e “fandom” (come succede con Salvini, Renzi, Berlusconi) e siamo noi che siamo attratti dal discorso semplice piuttosto che da quello complesso. Siamo noi che abbiamo dato “fiducia” ai vari governi che hanno usato lo stesso sistema di governo fallimentare dicendoci il contrario e che abbiamo valutato le raccomandazioni della UE, dell’FMI o dell’OCSE come “di parte”.

Siamo noi e i nostri interessi personali o famigliari, il perché queste modalità di governo funzionano e siamo sempre noi il motivo per cui questo paese sta declinando.

Siamo noi, quindi, il motivo per cui andremo in recessione, non il coronavirus.


Il caffè e l’opinione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *